INVIATECI I VOSTRI ARTICOLI, SARANO PUBBLICATI IN QUESTO SPAZIO (Anche le nostre idee contano)

L'ARTE OLTRE LA FORMA di Patricia Monica Vena

EDITORIA DA MACERO
di Maxs Felinfer

IL LUNA PARK DELL’INFORMAZIONE di Maxs Felinfer

SEBLISMO, QUANDO L'ARTE È A SERVIZIO DELL'UOMO di Rosita Spinozzi

L'arte è utile alla comunità? di Patricia Vena

Regole di un'arte ormai lontana dall'arte di Maxs Felinfer

CONTARE BISTECCHE di Patricia Vena

Il fiume - (parallelo Felinfer-Lacan) - di Annalisa Piergallini

Regole di un'arte ormai lontana dall'arte di Maxs Felinfer

A Proposito di Internet
Articoli pubblicati da Patricia M. Vena su giornali stampati. (anni 90)
INTERNET. (N. 0, Aprile 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")
INTERNET: UNO SPAZIO PER TUTTI (N. 1, Maggio 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")
INTERNET: MA CHI MI TROVA? (N. 2, Giugno 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")
INTERNET: PORNOGRAFIA VIRTUALE? (N. 3, Luglio 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")
INTERNET: IL POSTINO VIRTUALE (N. 4, Agosto 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")
INTERNET: ALIENAZIONE O COMUNICAZIONE? (N. 5, Settembre 1996 - Rivista "TERZO MILLENNIO")

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I libri
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Le mostre
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Antologica di
Maxs Felinfer

L'ARTE OLTRE LA FORMA di Patricia Monica Vena
In tempi in cui vediamo crollare certezze, spegnersi sogni, tremare strutture che sembravano eternamente solide, forse dovremmo cercare salvezze inedite. E forse dovremmo cercarle non più nei soliti posti. Dovremmo cercarle altrove. Altrove può voler dire tanti posti diversi. Ognuno di noi potrà scegliersene uno. Poi, magari, se quello non funziona, provarne un altro. In queste righe vorrei, semplicemente, segnalarvi uno di quei luoghi: l’Arte. L’arte come salvezza. A me suona bene. Non più l’arte come luogo di ermetici intellettualismi, riservati a gruppi di persone “conoscitrici” della materia, circoli piuttosto ridotti, e piuttosto esclusivi. E neanche come luogo di diletto, di attività per il tempo libero, dedicato a chi, avendo un animo sensibile sceglie di occupare quella parte del suo tempo che non è consacrata al lavoro ed ai doveri, a tentare di scopiazzare la realtà tramite pennelli e colori. L’arte come salvezza è l’arte che funge da tubo di scappamento, da valvola che permette di fuoriuscire la pressione in eccesso evitando così l’esplosione. L’arte come salvezza significa sfruttare una capacità che ogni essere umano possiede per dire, o per URLARE, o al limite per domandare, tutte quelle parole, parolacce e domande che ci si stringono in gola e non escono mai, tante volte perché non hanno nemmeno una forma definita, ma dentro di noi ci sono eccome. “Una capacità che ogni essere umano possiede”. Cosa può voler dire? Mica tutti siamo artisti, direte voi. E invece sì. Almeno quando arte significa linguaggio. Siete d’accordo che chiunque è in grado di rovesciare barattoli di colori, rimescolarli con le mani, o con un pennello, o una spatola, uno straccio, un pettine vecchio o qualsiasi altro oggetto si trovi nei paraggi? Anche se ciò che viene fuori non è un paesaggio, una natura morta, un ritratto, né alcuna immagine riconoscibile? Siete d’accordo che chiunque può cantare, anche se è terribilmente stonato? Siete d’accordo che chiunque è capace di prendere tra le mani un pezzo di argilla e di ammassarlo, schiacciarlo, modellarlo, anche se il risultato non è La Pietà di Michelangelo? Bene, se avete risposto SI a tutte le domande, allora state accettando che ogni essere umano è in grado di esprimersi attraverso i mezzi descritti. E quindi sta utilizzando un linguaggio. Arte. Se riusciamo davvero a tornare a riprenderci la libertà di fare quelle cose (che da bambini facevamo allegramente) troveremo una via di sfogo per molte delle piccole e grandi frustrazioni che ogni giorno ci provocano un nodo in gola e un buco nello stomaco. E soprattutto, impareremo a comunicare con gli altri in un modo nuovo, e forse riusciremo a capirci di più. Quando le parole che si dicono ogni giorno, a casa, al lavoro, a scuola, dal macellaio, dal panettiere, in TV, nei giornali, non significano più niente e non ci bastano più per dire tutto quel che ci succede dentro, è ora di cercare linguaggi nuovi.


EDITORIA DA MACERO di Maxs Felinfer
Credo che scriverò un’altro libro. Sì, un altro libro da macero, il che, oggi, è un pregio. Sì, oggi che l’industria editoriale è votata alla produzione massiva di libri scritti da calciatori, presentatori televisivi, politici, modelle, veline ed eroi dei reality, scrivere un libro che venderà un centinaio di copie per poi finire al macero, con l’obiettivo di riciclare la carta, è, senza dubbio, un pregio. Per essere più esatto nella descrizione dell’avventura, dobbiamo dire che si tratta di cento o duecento copie vendute nelle librerie amiche, giornalai, e nel rapporto diretto con le persone. Per dire tutta la verità, la cosa che preoccupa di più, a chi ancora lotta per migliorare la società in cui vive, non è il fatto che gli occhi del denaro siano puntati su questo filone, bensì che una così larga fetta del mercato di lettori acquisti questo tipo di prodotto. Non è che mi senta incoraggiato da questa penosa realtà a ritentare ancora di pubblicare un altro libro, ma ciò che mi spinge a farlo è la consapevolezza che quello che prima sembrava una disfatta, alla luce degli eventi appena menzionati diventa il raggiungimento di un’ obbiettivo valido. Probabilmente se le migliaia di titoli che finiscono per diventare una pasta bianca, avessero tutti insieme l’uno per cento dello spazio televisivo, radiofonico, giornalistico in genere, che ognuno di questi “best seller” ottengono, verrebbero a galla delle proposte che rifletterebbero, sicuramente, in maniera molto più fedele, la realtà in cui viviamo, lanciate da gente che ha veramente qualcosa da dire. Con tutto ciò non voglio affermare che si tratti, in tutti i casi, di personaggi senza nulla da dire, ma che siano diventati gli unici in grado di parlare della contemporaneità mi sembra eccessivo. Avete sicuramente sentito dire più volte, “è quello che la gente vuole”. Sono convinto che questa è l’ennesima bufala, e ne sono convinto perché con la gente ci lavoro, con la gente convivo e perché anch’io sono la gente. Maxs Felinfer


IL LUNA PARK DELL’INFORMAZIONE di Maxs Felinfer

Fermate questa giostra! E ora di finirla con l’eterna storia delle cose fatte perché la volontà popolare lo richiede. E’ ora di scendere. E’ ora di cominciare a chiamare le cose con il loro vero nome. Televisione fatta a misura degli utenti, ci vogliono far credere. Giornali scritti per consumatori omogeneizzati, tipo latte a lunga conservazione che non sa di latte, che consumano notizie omogeneizzate. Riviste stracolme di banalità su gente VIP che salta di letto in letto o che detta moda su una passerella davanti ad un pubblico con stipendi per sole tre settimane. Programmi dove chi ha più cause e processi in corso ha più cose da dire e per tanto più spazio a disposizione. Telegiornali senza via d’uscita poiché composti dal sessanta per cento di cronaca nera, venti per cento de politici che fanno la loro campagna elettorale e veline che annunciano i loro nuovi show e, con molta fortuna, di un dieci per cento, si, un dieci per cento d’informazione utile all’utente. Il resto e composto da testata, saluti e pubblicità più o meno occulta.
Fermate la giostra, gli spazi “informativi” devono essere al servizio “dell’interesse generale”, per la gente, per la volontà popolare sulla quale tanto si fa leva quando si vendono la televisione, i giornali, le riviste, e tutto il resto. Ricordiamoci: tutto ciò è pagato in gran parte dal popolo, si, pagato con denaro, con tempo, sforzo, sacrificio, tramite sovvenzioni statali che potrebbero, invece, essere destinate ad altre priorità (l’educazioni di nostri figli, la sanità per dirne alcune). Basta di guardare “l’audience” per decidere cosa passare in TV, cosa scrivere sui giornali; provate ad abituare la gente alle cose che le giovano in vece d’insistere nel inganno con cui la invocate come a tacchini per i vostri interessi. Qualcuno a fatto la prova di portare avanti un programma di analisi dell’interesse popolare a partire dalle scuole, dalle fabbriche, dai servizi pubblici in modo di capire quali sono le cose che preoccupano le persone, di cosa vorrebbero sentir parlare, quali problematiche affrontare con il contributo di chi opera in ogni settore? Avete provato qualche volta consultare le moltitudini per individuare i veri bisogni dell’uomo attuale? E’ ora di finirla con la informazione omologata al servizio della politica o l’economia o peggio ancora i principi faziosi di certe elite. E’ ora di domandarsi cosa fare, dubitare, se necessario, sulla strada d’intraprendere e ripartire con una alternativa a questo sistema che si rivelato fallimentare.
Fermate questa giostra! Presto sarà fuori controllo.

 

SEBLISMO, QUANDO L'ARTE È A SERVIZIO DELL'UOMO di Rosita Spinozzi
Ci sono molti modi per definire l'arte, in nome della quale si potrebbe aprire un lungo dibattito intriso di paroloni e concetti subliminali che, inevitabilmente, porterebbero a perdere di vista la sua vera natura, l'obiettivo primario per il quale si è evoluta nel corso dei secoli. Mi piace intenderla come un sentimento puro che sgorga dal cuore, pertanto meritevole di essere valorizzata come elemento iniziatico che fa di ogni essere umano un artista, senza nulla togliere ai grandi nomi del passato e del presente. E qui mi sembra già di sentire la voce dell'amico Maxs che sussurra al mio orecchio e grida a gran voce al mondo "altre pretese sono solo vanità". Parole? No, molto di più. Perché Maxs Felinfer non si limita solo a porre l'accento sul fatto che la sensibilizzazione umana migliora la salute della società, ma va ben oltre con una sola parola che racchiude un universo di emozioni e sensazioni:Seblismo. Una parola tanto graziosa, quanto priva di significato, che dà il nome al movimento artistico da lui creato negli anni Sessanta con il nobile scopo di conferire una nuova libertà all'arte, ponendola non al di sopra dell'uomo ma al servizio dell'uomo stesso come strumento per rispondere al suo bisogno di espressione e comunicazione. Da qui la nascita spontanea dello straordinario Gruppo Seblie che, pur avvalendosi di recitazione e musica, non può essere definito una compagnia teatrale né un gruppo musicale, ma un insieme di persone che realizzano performances dove il pubblico diventa parte integrante dell'evento stesso grazie alla collaborazione di musicisti, poeti, fotografi, operatori video, attori, ballerine, pittori, pronti a interagire l'uno con la creatività dell'altro dando vita a performance di grande impatto visivo e profonde suggestioni metaforiche. "Ho sempre sentito la necessità di coinvolgere la gente nei miei lavori.L'arte è un fenomeno di comunicazione straordinario che permette di conoscere nuovi aspetti della personalità umana" mi ha detto Maxs durante un'intervista, sottolineando che la performance alla quale è più legato è "Sonicolor" del '78, presso la pinacoteca di San Paolo del Brasile, perchè da quel momento ha acquisito una grande fiducia in se stesso. Mi è venuto spontaneo il riferimento all'intervista per una sorta di deformazione professionale, ma una cosa è certa: ogni volta che ho seguito, scritto e raccontato di Maxs e Patricia (per me sono un duo inscindibile) l'ho sempre fatto andando oltre la curiosità tipica del giornalista ma con la consapevolezza di andare incontro a qualcosa di straordinario. Affinità elettive a parte, la loro arte si è riflessa su di me e questo mi ha dato una maggiore sicurezza aprendo orizzonti culturali che mai avrei creduto di esplorare. Sembrerà strano ma una performance del Gruppo Seblie è un dono che resta, ha la peculiarità di materializzare l'astratto, è una metafora di vita che non si chiude quando cala il sipario. Anzi, è da lì che inizia se non le fai resistenza e le permetti di tirare fuori la consapevolezza che c'Ë qualcosa che possiamo ancora fare se ci poniamo nella giusta disposizione d'animo nei confronti di questo ìgiocoî dove tutti sono parte integrante. " un po' il caso di ìProva di Tangoî, straordinaria performance che presenta il ballo argentino per eccellenza non solo come danza ma anche come fenomeno culturale con la sua storia, i suoi personaggi, le caratteristiche legate all'ambiente. Ma anche di ìQuadri - Istantanee di un raccontoî in occasione della prima edizione della Biennale Adriatica di Arti Nuove al Palacongressi, che in soli 19 minuti è riuscita a toccare l'anima di un pubblico che ha interagito diventando cuore pulsante di un'azione in cui l'arte ha assunto le sembianze di comunicazione umana. Guidati da Maxs Felinfer, i protagonisti hanno dato vita a una serie di "fermo immagini" viventi scandite da parole, pannelli dipinti, diapositive, musica, preceduti dal ticchettio di una vecchia macchina da scrivere e una telecamera che ha interagito con gli spettatori proiettando alle pareti i loro volti assorti. In un'atmosfera resa ancora più intensa dal buio e dal testo di Annalisa Piergallini letto da Patricia Mònica Vena e Paola Cinì, i corpi sinuosi di Monica Gabrielli, Vincenzo Lopardo, Roberta Lucianetti e Annalisa Piergallini, hanno dato vita a un racconto "silenzioso" sospeso su diverse strutture metalliche. Il tutto amplificato da coloratissime proiezioni, un lungo nastro che ha circondato i presenti e l'uso di uno strumento che emula le sonorità del theremin cambiando altezza e colore del suono in base alla modifica del campo magnetico effettuata dal movimento degli arti. "L'arte nasce dalle persone, si evolve, poi si stacca per creare una nuova forma e tornare alla gente per essere reinterpretata" spiega Felinfer "Il nastro che ha avvolto i presenti simboleggia la comunicazione esistente tra uomo e artista, perché l'arte stimola emozioni e non fa male, anzi protegge". Altra concezione molto cara al Seblismo è l'idea che su ogni materiale di qualunque forma Ë possibile esprimere arte, restituendo la propria dignit‡ anche agli oggetti pi? umili. Da qui nasce una suggestiva performance ispirata alla mostra ìTraMeî del pittore ascolano Lucio Alfonzi, dove il Gruppo Seblie utilizzando gli elementi fondamentali su cui l'artista ha lavorato (spago, oggetti riciclati e aspetto gestuale), li ha rielaborati in un percorso minimalista che passa dall'espressione corporea allo spazio sonoro come musica dell'anima, attraverso l'uso di strumenti ricavati dal tamburo di una lavatrice, il cerchione di una macchina, cassette, pentole, barattoli da caffè, utensili vari e persino una conchiglia marina. Perché in un'epoca in cui la gente comincia ad essere "buttata", è doveroso ridare il giusto valore a oggetti che spesso finiscono nel secchio della spazzatura. Che altro aggiungere? Le performance e le partecipazioni prestigiose del Gruppo Seblie sono tante ma, in questa mia elecubrazione mentale su carta, ho preferito descrivere l'aspetto appercettivo del loro mondo interiore. Un mondo che non è poi lontano dal nostro, se soltanto ci soffermassimo di più ad ascoltare la voce della nostra anima.

 

 

L'arte è utile alla comunità? di Patricia Vena (Dal Blog di Seblie)

Ciao a tutti. Questo è il blog di Seblie, uno spazio in cui potremo dialogare, scambiare, condividere, raccontare, tutto ciò che abbia a che fare con i nostri interessi artistici e culturali. Ho deciso di iniziare gli articoli di questo blog raccontando un’esperienza che abbiamo vissuto Maxs e io qualche giorno fa. Datosi che fino ad oggi si era in piena campagna elettorale, settimana scorsa abbiamo ricevuto una telefonata con la quale una delle liste che si presentano alle elezioni per l’amministrazione comunale di Monteprandone ci invitava, in quanto rappresentanti di un’associazione con sede in questo comune, a partecipare ad un’incontro, insieme a tutte le associazioni del territorio, nel quale si sarebbe parlato delle proposte della lista in questione nei confronti dei bisogni e dei progetti dell’associazionismo. Abbiamo ringraziato per l’invito e, il giorno stabilito, ci siamo recati nel luogo in cui si teneva l’incontro. Prima di iniziare ci siamo presentati ad alcuni degli organizzatori della serata, spiegando che, in quanto associazione culturale che da 8 anni ha sede a Monteprandone, eravamo contenti di essere stati invitati, per essere ascoltati e per poter dialogare sui nostri progetti con coloro che, forse, avrebbero da lì a poco amministrato il comune. Abbiamo anche aggiunto che in precedenti occasioni, durante incontri simili con le autorità comunali che si sono succedute in questi anni, siamo sempre rimasti piuttosto delusi dal fatto che, quando si parla di associazioni, sembra essere sottinteso che si tratti esclusivamente di argomenti relativi allo sport, alla gastronomia ed alle diverse festività religiose che si celebrano in città. Non che non rispettiamo l’interesse dei cittadini verso tali argomenti, ma ci piacerebbe che anche altri aspetti, di tipo culturale ed artistico contemporaneo, venissero presi in considerazione. Quelle due o tre persone con cui stavamo dialogando si sono mostrate molto d’accordo con noi, e noi ci siamo scambiati sguardi di conforto e compiacimento. Poco dopo è arrivata la candidata sindaco ed è iniziato l’incontro vero e proprio. Prima ha preso la parola la candidata, com’è giusto, ed ha parlato per circa un quarto d’ora illustrando il loro programma elettorale, sottolineando l’interesse della sua lista ad appoggiare l’associazionismo in tutte le sue forme. Poi ha parlato uno degli integranti della lista spiegando quali erano le loro proposte per quanto riguarda il campo di calcio della squadra locale, la pista di atletica che realizzeranno intorno ad esso, ed i nuovi spogliatoi. Poi ha passato la parola ad un collega che ha presentato il progetto di costruire una nuova pista di pattinaggio. A seguire si è parlato di: la nuova piscina comunale, il bisogno di pensare ad una struttura sportiva polivalente, il vecchio campo di calcio abbandonato che è un vero peccato, l’importanza dello sport per i ragazzi, la società di pallavolo,… Era passata quasi un’ora dall’inizio dell’incontro. Ad un certo punto ha ripreso la parola la candidata sindaco ed ha pronunciato la parola “cultura”. Ho aperto bene le orecchie e mi sono disposta ad ascoltare le idee di queste persone al riguardo: - ho sentito nominare una decina di volte San Giacomo della Marca, il santo di Monteprandone al quale sono intitolate molte festività del comune; - ho sentito parlare dell’importanza di preservare le tradizioni della città; - ho sentito parlare della processione del Cristo Morto, che si realizza ogni venerdì santo a Centobuchi; - ho sentito parlare della mostra dei presepi a Monteprandone l’intero argomento cultura ha occupato, in tutto, una decina di minuti. Mentre partiva l’ennesima illustrazione del posto privilegiato che occupa lo sport nello sviluppo dei giovani e quindi dell’importanza che questa lista ha intenzione di dedicargli, Maxs e io ci siamo alzati (erano passate le 11 di sera e avevamo lavorato tutto il giorno) abbiamo salutato, spiegando che avevamo capito di essere fuori posto, poiché ci occupiamo di arte e quello era un incontro sportivo, e ci siamo incamminati verso l’uscita. Qualcuno dal tavolo dei relatori (una delle persone che avevamo conosciuto al nostro arrivo) ha chiamato Maxs, nel tentativo di farci rimanere, e gli ha chiesto di spiegare a tutti i presenti quali sono le nostre attività come associazione, cioè di ripetere ciò che avevamo detto prima dell’inizio dell’incontro. Maxs si è girato e ha detto poche parole: “noi, attraverso l’arte, lavoriamo con la gente per la gente, perché siamo convinti che l’arte sia un ottimo veicolo per comunicare, per esprimersi, per crescere, per essere liberi…tutto qui. Buonasera a tutti”. Mi ha raggiunto vicino alla porta e siamo usciti alla notte calda e appiccicaticcia d’inizio estate a Centobuchi. Che tristezza, ragazzi! E il peggio è che forse non hanno neanche capito perché ce ne siamo andati! Spero che questo spazio possa servire a non farci sentire mai più come mi sono sentita quella notte. Voi che ne dite?

Patricia V.

 

Regole di un'arte ormai lontana dall'arte

Le serie parallele
Dipingo "Serie parallele" che no rispondono a una progressione dello stesso soggetto ma che si evolvono in modo indipendente, e fanno riferimento a sensazioni interiori rappresentate da aspetti "linguistici" differenti. Sono contemporanee ed evocano aspetti esistenziali e formali diversi. Questo viene di solito segnalato dagli eruditi come "mancanza di rispetto nei confronti dello stile". Devo sinceramente dire che, dopo 50 anni dedicati alla pittura, da studente, da pittore e da docente d'arte, non sono interessato ad ascoltare queste banalità, provenienti dalla cattedra della superficialità e della mercificazione dell'arte. Quali sono i requisiti per fare sì che un pittore venga accettato dalla critica, dai galleristi, insomma dal mercato dell'arte? Mi permetto di ridurre lo spettro di valutazione al commercio perchè di questo si tratta e perchè c'è, al riguardo, una omertà complice fra quelli che ottengono benefici da tale sistema, indegno di essere collegato all'arte. Tutti vogliono dare un altro nome alle valutazioni e pregi che regolano la qualità di un'opera d'arte, ma in realtà, si tratta di accordi clientelari, di conoscenze interpersonali o di scambi di favori di natura tutt'altro che artistica. Per questo motivo, e nella consapevolezza di cosa comporta questa mia posizione di fronte alla mafia colta del mondo dell'arte, dichiaro ancora una volta, come feci già nel 1967e nel 1984, "L'arte è semplicemente un'espressione dell'uomo. Altre pretese sono solo vanità". Del mondo dell'espressione artistica dell'essere umano, voi, signori proprietari del mercato dell'arte, non riuscirete mai a fare parte, non ne avete le qualità.
Maxs Felinfer

 

CONTARE BISTECCHE

E' finito il campionato di calcio e si è aperto il cosiddetto "calciomercato". Così ogni giorno, sui telegornali e sui giornali stampati, ci raccontano che il giocatore Tizio sarà venduto alla tale squadra per 70 milioni di euro, e che quell'altra squadra ha comprato il giocatore Caio per 30 milioni di euro, ed altre amenità del genere. Non m'interessa, qui, discutere della provenienza di tutti quei soldi (tra l'altro in tempi di crisi come quello che viviamo). In questo blog ci occupiamo di arte, quindi non farò riferimento neanche a tutte le cose necessarie per la sopravvivenza di tante persone che si potrebbero fare con solo una parte di quei soldi. La mia riflessione è: visto che noi, come Gruppo Seblie, e tanti altri disseminati in tutta Ialia, abbiamo progetti in ambito artistico e culturale che mirano ad arricchire spiritualmente le persone, ad educare i bambini ed i giovani per farli crescere meglio, più liberi e più consapevoli della loro vita e delle loro potenzialità, e dobbiamo eternamente rinunciarci perché non si riesce a trovare i fondi (che non arrivano mai a cifre con più di tre zeri) né da enti pubblici né da finanziatori privati, non sarebbe possibile evitare di divulgare quelle notizie di cui sopra? Non parlo mica di censurare (odio questa parola e ciò che significa), ma di avere un po' di decenza. Non è educato contare bistecche davanti ad un affamato.
O sbaglio?
Patricia V.

 

Il fiume - (parallelo Felinfer-Lacan) - Annalisa Piergallini

Far parlare Felinfer e Lacan è un'impresa possibile. Quando Lacan e i milleriani parlano dell'estrazione di nuovi significanti dal reale, di spingere i limiti, forzare l'impossibilità a dirsi, dialogano da soli col discorso seblista che intende arrivare ai limiti dell'irrazionale, tutto ciò che fuoriesce dall'impossibile a dirsi. L'inconscio è una catena di significanti, che, dice Freud, in un'altra scena, si ripete ed insiste per interferire nei tagli che gli offre il discorso e il pensiero. "…rispondere alla questione: Chi parla? quando si tratta del soggetto dell'inconscio. Giacché questa risposta non potrebbe venire da lui, visto che non sa quel che dice, e nemmeno che parla, come tutta l'esperienza dell'analisi ci insegna." (Lacan, Écrits, 1966, Einaudi, Torino, pag. 803). Freud ha scoperto una logica nell'inconscio con suoi meccanismi di funzionamento (Psicopatologia della vita quotidiana, L'interpretazione dei sogni, Il motto di spirito nei suoi rapporti con l'inconscio). Lacan usa la linguistica e gli altri linguaggi del suo tempo per leggere Freud, per portare la psicoanalisi alle sue estreme conseguenze, del 'ben dire', del voler dire. L'inconscio è strutturato come un linguaggio e per le mani dei pazienti di Freud, e non solo, Lacan ci accompagna a visitare i suoi giardini alla francese, i rebus dei sintomi si sciolgono davanti ai nostri occhi, anche se, ahimé, l'altro è barrato, non sa, è mancante, così, sebbene le catene dei significanti si possano svelare, ciò che è veramente importante, quello che davvero conta, l'Altro non lo sa. Triste verità che spinge al pianto, a lungo, a volte per sempre, se non viene la sorte o la psicoanalisi a ordinare i significanti e a disordinare le agende, le fedi, gli amori, le abitudini, la vita. Ma Lacan lo dice con chiarezza: l'artista dice prima dello psicoanalista. Schnitzler precede Freud, Margherite Duras insegna a Lacan, che si mette in posizione di umiltà nel cercare di apprendere da lei e da altri scrittori, come Joyce e Carroll. Maxs Felinfer auspica e rivendica il diritto ad un linguaggio senza simboli prestabiliti, nel primo manifesto seblista, scritto nel 1967 e pubblicato nel 1969. Lacan opta per una pratica in cui lo psicoanalista opera facendosi oggetto dell'analizzante, quindi non è certo un sapere prefabbricato a guidare una cura. Felinfer difende il diritto di usare un linguaggio proprio, erano gli anni dei movimenti pacifisti, i giovani credevano in un altro mondo possibile e cercavano di renderlo reale. Quello era il tempo delle comuni, ora è il tempo delle monadi. Oggi occorre che le istituzioni si occupino della prevenzione del disagio psichico. Ora, è ovvio che un lavoro del genere non è quello della psicoanalisi, pura, ma è forse proprio in questo campo, della psicoanalisi applicata, che l'arte e la psicoanalisi possono incontrarsi, come nel campo più squisitamente teorico, sul banco dell'estrazione di significanti nuovi dal reale… Nel 1969 Lacan tiene un seminario "Il rovescio della psicoanalisi". "…Lacan aveva superato in questo seminario, la prova del vecchio che si rivolge alla gioventù, e che non vi si trovava né il tono di ammonimento di un capo, né il richiamo alla saggezza e neppure l'odio verso il godimento che si trova a volte nei vecchi." (J.-A. Miller, "La psicoanalisi messa a nudo dal suo celibe", postfazione al Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi 1969-70, Einaudi, Torino, 2001, p. 269). La psicoanalisi rovesciata, spellata, scorticata, ridotta all'osso. Questo accade nel seminario; poi Hegel, Wittgenstein, Platone e Aristotele, anche Freud, tutti a nudo. Sei anni dopo viene pubblicato Televisione in cui Lacan dice che ci sono due versanti offerti dalla struttura, cioè il linguaggio. Il versante del senso, che si riduce al non senso. E il buon senso, considerato il senso comune. Quello che Freud chiama "processo primario nell'inconscio (…) non è qualcosa che si cifra, ma che si decifra. Dico: il godimento stesso. Che in tale caso non costituisce energia, e non si può scrivere come tale." (Televisione, p. 80) Le catene che l'analisi traccia sull'inconscio non sono di senso, ma di godi-senso, jouis-sens. E lo sciogliersi delle suddette catene ha contribuito a ridire che la tristezza non è uno stato d'anima, ma una pecca morale. Anche se Dante sembra ignorare perché è felice. Uno sguardo. Quello di Beatrice, palpebre e cascame, tre volte niente ed ecco sorto l'Altro, lo chiama Lacan, l'impossibile e l'insoddisfabile. Al che, se non altro, noia. Il che forse non è poco, nel non-tutto, è l'unico. Cioè Dante proietta Beatrice nell'immaginario con una dimensione totale, lei è perfetta in quanto impossibile, non avrà mai modo di scontrarsi con la sua realtà di donna, non scoprirà mai che lei è uguale alle altre donne, agli altri uomini, cioè non sa, non è tutta, non arriva a coprire la mancanza dell'Altro. Con la scappatoia del desiderio impossibile Dante inventa un Altro totale, completato dalla sostanza immaginaria del cascame dello sguardo di lei. La grandezza di Lacan secondo me sta nell'aver matematizzato la struttura dell'Altro, e dell'inconscio, come una struttura bucata, come nelle formule di fisica dove tutto riporta a meno di una costante, k, inconoscibile. Il sapere è necessariamente mancante, è auspicabilmente mancante. Altrimenti non c'è lo spazio per il soggetto. Questa idea dell'incompletezza, come la troviamo nel seblismo, appartiene ad ogni creatore, al di là dei simboli scoperti e di ogni reinterpretazione che li ricomponga in un nuovo sistema, poiché la scoperta di questi simboli non è fine a se stessa, ma ad ottenere una meccanica di riconoscimento dell'intera cosmografia delle sensazioni. E' l'angoscia a promuovere questa ricerca, è il motore che spinge gli individui alla creazione permanente di se stessi; attraverso le manifestazioni esterne l'artista comunica i suoi contenuti inconsci. Questo meccanismo comunemente si ritiene esclusivo patrimonio dell'artista, quando in realtà è la stessa dinamica che sta alla base e lungo il tragitto della formazione soggettiva di ogni uomo. Poiché non c'è tutto, verità e sapere non sono complementari. Sapere e verità si compatiscono, soffrono insieme, tutto qua. E' quello che afferma Felinfer quando dice che la comunicazione (espressione) e la formazione (scuola) sembrano ostinatamente prendere direzioni opposte. Queste problematiche compassioni si mostrano nell'arte con chiarezza. Felinfer ha, oltre l'esigenza di sprecare vernice, "l'urgenza di procreare un uomo sensibile, disponibile alla vita e maturo per…" per cosa? "per nominare dalla sua propria ottica questo universo nuovo". Lacan lo direbbe col gay sçavoir, gaio sapere, e la verità dipende dal reale. Felinfer cercava di risolvere il problema di un insegnamento accademico disumanizzato, che non teneva conto delle particolarità degli allievi, non permetteva loro di sviluppare il potenziale creativo, ma al contrario lo schiacciava in nome di regole scolastiche. In cambio della via della creatività l'allievo veniva introdotto in un campo sistematico di comprensione e razionalità. "In questo modo, il possibile godimento che produce l'esperienza della scoperta, rimaneva eclissato da un ordine che, imparentato con l'effetto finale, appariva convenientemente accettabile e altamente credibile. (…) Le convenzioni (formule fisse per fare ogni cosa) portano l'allievo a sperimentare, nel conseguimento dell'obiettivo, una soddisfazione facilmente confondibile con quella derivante dal realizzare la propria scoperta. La differenza risiederà nella mancanza di libertà nella scelta del proprio linguaggio." (Seblie, un linguaggio, p. 110-111). La questione è simile a quella che spinge Lacan al 'ritorno a Freud' in quanto molti post-freudiani si erano allontanati dallo spirito clinico di Freud. In particolare la psicoanalisi dell'io, che tanto seguito ha avuto soprattutto negli Stati Uniti, ha introdotto un valore stabile, un campione di misura del reale: l'ego autonomo, una zona libera da conflitti, non-conflictual sphere. Un 'logoro miraggio' lo definisce Lacan e accusa la psicoanalisi dell'io di diventare un'ortopedia del desiderio. "…l'uomo non può mirare ad essere intero (alla , altra premessa in cui la psicoterapia moderna devia) dal momento che il gioco di spostamento e condensazione cui è votato nell'esercizio delle sue funzioni, segna la sua relazione di soggetto col significante" (Lacan, 'La significazione del fallo', in Écrits). Nell'elaborazione lacaniana il nucleo dell'io è paranoico, per cui non c'è un approdo possibile, una risoluzione unica universale, anzi è proprio nelle fratture, nell'imperfezione dell'io che risiede l'origine della spinta alla ricerca, che è quanto di più umano l'uomo conosca di se stesso. " Dopotutto un sogno è solo un sogno. Coloro che oggi ne disdegnano lo strumento per l'analisi hanno trovato, come abbiamo visto, strade più sicure e più dirette per ricondurre il paziente ai buoni principi e ai desideri normali, quelli che soddisfano a veri bisogni. Quali? Ma i bisogni di tutti, amico mio. Se questo ti fa paura, fidati del tuo psicoanalista, e sali sulla tour Eiffel per vedere com'è bella Parigi. Peccato che certi saltino il parapetto fin dal primo piano, e per l'appunto fra quelli i cui bisogni sono stati tutti ricondotti alla loro giusta misura. Reazione terapeutica negativa, diremmo noi. Grazie a Dio il rifiuto non va così lontano in tutti. Semplicemente, il sintomo rispunta come erba matta, compulsione di ripetizione. Ma naturalmente si tratta solo di un equivoco: non si guarisce perché ci si rimembra. Ci si rimembra perché si guarisce. Trovata questa formula, la riproduzione dei sintomi non è più una questione, ma solo la riproduzione degli analisti, quella dei pazienti è risolta." (Lacan, "La direzione della cura", in Scritti, Einaudi, Torino, p. 620). Il discorso dell'Altro è in breve il discorso del padrone, la logica del servo-padrone di Hegel. Nello schema elle di Lacan, si vede chiaramente quello che è il nocciolo duro del discorso sulla pratica e sull'etica, nonché della protesta di Maxs Felinfer. Se rimaniamo sull'asse immaginario, quello che il Dottor Baio chiama l'autostrada duale, non possiamo che sottometterci alla logica del padrone, se invece ci spostiamo da quel posto, lasciamo all'altro la possibilità di emergere come soggetto barrato, mancante, diviso, desiderante, emotivo direbbe Maxs. La magia è solo questo spostamento in cui si dà al soggetto uno spazio per emergere e a sé stessi una possibilità in più di estrarre nuovi significanti dal reale. Estrazione per la psicoanalisi, creazione per l'arte, innegabile la parte estrattiva dell'arte, parte che ha grande interesse per la dolce filantropia del seblismo, che dell'arte esalta la sua capacità di sensibilizzazione e quindi la potenza di migliorare l'uomo. Nella partecipazione razionale ad una performance, un evento dai propositi estetico-informativi, si riceve un'informazione che si diluisce nel ricordo. L'individuo che non vive in prima persona l'esperienza è come il paziente dello psicoanalista che riceve un' interpretazione sulle sue resistenze, nel momento in cui, preso dall'impotenza, il terapeuta tenta l'aggancio con la parte sana dell'io, ossia quella che pensa come lui. Con il lavoro sulle performance si cerca di trasmettere contenuti sensitivi che coinvolgano emotivamente il destinatario del messaggio, facendogli rivivere vissuti propri che arricchiscano l'ambito magico così prodotto. Gli aspetti formali che caratterizzano la preparazione del gruppo e con esso la piattaforma sulla quale costruire una performance sono basati sul potenziale sensitivo dell'individuo. "Una performance è un flash forward in cui uno squarcio del passato, un racconto immagazzinato nella memoria emotiva dell'individuo, o di un gruppo, popolo o etnia, viene proiettato in avanti con l'obiettivo di rivivere in modo sensibile alcuni aspetti ormai sepolti o mai visti nella piena potenzialità dell'evento. Nella grande maggioranza dei casi, come richiesto dall'ordine sociale dello stagno, viene archiviato come fascicolo di una pratica burocratica, nei meandri scuri della ragione sistematica." (Maxs Felinfer, scritto inedito). Il flash-forward è un po' il fenomeno dell'aprés-coup, di cui parla Lacan, cioè è solo in seguito al secondo evento che scegliamo quell'immagine e l'agganciamo a quel fatto. Ed è allora che il primo significante ci appare magicamente come una profezia. Avete presente quando dopo il fatto delle torri gemelle, si ha come l'impressione di averlo pre-visto? E' una sensazione che abbiamo provato un po' tutti, alcuni folli certificati sono stati male per mesi, alcuni finivano per darsene la colpa, visto che lo sapevano con tale chiarezza, non potevano che essere nel complotto; pensate cosa proverebbe Tolkien! L'evento produce immediatamente uno spostamento della costruzione della realtà in direzione di quelle modifiche. Cioè, si tratta di un fenomeno in divenire e contemporaneamente retroattivo, cioè va sia verso il futuro che verso il passato. Questo meccanismo viene messo in atto dal gruppo dei performers e deve essere supportato da una preparazione tale che loro stessi, per primi, entrino in contatto con gli aspetti essenziali dell'evento che si vuole comunicare. Contatto che non può limitarsi alla semplice comprensione intellettuale, per quanto ricca sia l'analisi storica degli eventi da comunicare, perché svuoterebbe la gestualità dei performers dei sentimenti che il pubblico a sua volta dovrà percepire in modo sensibile, oltre a capire, e lo costringerebbe a una lettura superficiale del contenuto. Per questo motivo gli esercizi, che costituiscono questa preparazione e che il gruppo segue durante il lavoro di allestimento di una performance, vengono adattati agli aspetti sensoriali ed emotivi, intimamente legati al tema dell'evento da conoscere e poi da trasmettere. Sebbene sia certo che questi schemi preparatori appartengano a gruppi ben definiti nei loro propositi, vengono ogni volta rimodellati secondo le esigenze tematiche, ambientali, culturali ecc. Questi esercizi non vengono proposti solo nell'ambito preparatorio di una performance, ma sono un'amalgama che integra le forze polivalenti dell'essere gruppo. Ora, al termine del parallelo, si potrebbe obiettare ad esempio che l'arte e la psicoanalisi vanno in direzioni diverse, l'una costruisce ponti mentre l'altra semplicemente attraversa il fiume. Ma chi non vorrebbe costruirsene uno tutto suo? L'arte è per tutti, Felinfer lavora perché lo diventi, ci guadagnerebbero tutti, anche chi il ponte ce l'ha già.

 

Regole di un'arte ormai lontana dall'arte
Le serie parallele
Dipingo "Serie parallele" che no rispondono a una progressione dello stesso soggetto ma che si evolvono in modo indipendente, e fanno riferimento a sensazioni interiori rappresentate da aspetti "linguistici" differenti. Sono contemporanee ed evocano aspetti esistenziali e formali diversi. Questo viene di solito segnalato dagli eruditi come "mancanza di rispetto nei confronti dello stile". Devo sinceramente dire che, dopo 50 anni dedicati alla pittura, da studente, da pittore e da docente d'arte, non sono interessato ad ascoltare queste banalità, provenienti dalla cattedra della superficialità e della mercificazione dell'arte. Quali sono i requisiti per fare sì che un pittore venga accettato dalla critica, dai galleristi, insomma dal mercato dell'arte? Mi permetto di ridurre lo spettro di valutazione al commercio perchè di questo si tratta e perchè c'è, al riguardo, una omertà complice fra quelli che ottengono benefici da tale sistema, indegno di essere collegato all'arte. Tutti vogliono dare un altro nome alle valutazioni e pregi che regolano la qualità di un'opera d'arte, ma in realtà, si tratta di accordi clientelari, di conoscenze interpersonali o di scambi di favori di natura tutt'altro che artistica. Per questo motivo, e nella consapevolezza di cosa comporta questa mia posizione di fronte alla mafia colta del mondo dell'arte, dichiaro ancora una volta, come feci già nel 1967e nel 1984, "L'arte è semplicemente un'espressione dell'uomo. Altre pretese sono solo vanità". Del mondo dell'espressione artistica dell'essere umano, voi, signori proprietari del mercato dell'arte, non riuscirete mai a fare parte, non ne avete le qualità.
Maxs Felinfer

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