illustrazioni <<Patricia Vena
<<back

Patricia Vena ©

versione in spagnolo>>
Nostalgie di Patricia Monica Vena

Literatura Contemporánea
Bilingüe (Italiano - Español)

Nostalgie di Patricia Mónica Vena
traduzioni diGiovanni Campisi

EDIZIONI UNIVERSUM
1° edizione: Anno 2001

Copyright © 2001 by Edizioni Universum - Via Giovanni Pedrotti 2 - 38100 Trento, Italia
Tutti i diritti sono riservati
In copertina: "Letanía 94/83" di Maxs Felinfer
Stampato nella tipografia LINEA GRAFICA
Codice 01006 - ISBN 88-88255-02-8

Proprietà letteraria riservata - Printed in Italy

Prefazione

Il libro di Patricia Monica Vena si divide in tre parti: nella prima racconta la propria vita. Una vita costellata di grandi cambiamenti che inducono l'autrice a fare delle scelte che si riveleranno definitive e radicali, ma non sufficientemente incisive per forgiare un nuovo carattere.
Tredici anni fa insieme al compagno della sua vita decide di lasciare l'Argentina alla volta dell'Italia.
L'Italia per Patricia si rivela una grossa illusione: da un lato ella riscopre il Bel Paese raccontato dai suoi avi, emigrati a loro volta dalla Sicilia, dall'altro emergono le grandi contraddizioni tra le due realtà, quella italiana, vista come il mondo materialista, svuotato per la maggior parte dai valori umani e quella argentina che l'autrice ama definire da terzo mondo, ma in realtà colma di valori umani che, come si sa, abbondano sempre nelle realtà dove sono state presenti oppressioni e sofferenze.
Purtroppo questo dimostra che l'uomo deve essere povero fuori per risultare ricco dentro e, fin tanto che egli non comprenderà il modo come utilizzare correttamente la ricchezza materiale, avremo sempre degli uomini ricchi fuori e poveri dentro e viceversa.
Da queste contrapposizioni affiora una forte personalità complessa e indubbiamente inquieta, capace di modificare le cose secondo la propria volontà, ma è proprio questa peculiarità a creare in lei nuove tensioni nell'animo rendendolo inevitabilmente e consapevolmente irruento, come un mare ora mosso ora agitato.
La seconda parte in versi e la terza in forma epistolare ripercorrono lo stesso cammino, ma con sfumature diverse, con nuove angolature che alternano luci ed ombre talvolta dense tal'altra fievoli, alla ricerca di una identità tutta da definire.
Scegliere di leggere le esperienze di Patricia Vena è sicuramente utile a tutti coloro che sono alla ricerca di emozioni forti e di se stessi. Il viaggio introspettivo è un passaggio obbligatorio per comprendere le cose di questo mondo.

Giovanni Campisi

Solo adesso, che ho deciso di scrivere sulla nostalgia per via della lontananza dalla patria, da tante persone amate e dai luoghi che hanno fatto parte di me, mi accorgo di essere stata una nostalgica da sempre.
Ho vissuto la nostalgia dell'infanzia, dei nonni che non ho conosciuto, dei fratelli che non ho mai avuto, delle cose che non ho mai fatto, dei luoghi che non ho mai visto, dei libri che non ho mai letto, dei figli che non ho mai partorito...
Io, quella dal sorriso facile, quella sempre allegra insieme agli altri, quella che sa prendere in giro se stessa facendo divertire gli altri, ho scoperto di essere una nostalgica senza rimedio.
E' per questo che in queste pagine ci sono tutte quelle nostalgie e non solo quella della Patria. Anche se quest'ultima è, forse, la più grande perchè coinvolge e contiene tutte le altre.

 

UNA STORIA


Sono argentina e anche Maxs, mio marito.Io sono biochimica, lui artista plastico.
Siamo discendenti di italiani e un giorno abbiamo deciso di emigrare verso l'Italia dei nostri antenati.
Questa è una specie di cronaca delle nostre esperienze e dell'Italia che abbiamo trovato: intende cioè, essere il racconto de "la nostra Italia". È anche un omaggio alla nostra Argentina.
È una storia al presente.
È anche e soprattutto una catarsi.

Eravamo immigrati. Immigrati dell'anno 2000.
Un'esperienza diversa da quella dei nostri nonni, un'immigrazione con caratteristiche nuove, con un ritmo proprio, con la stessa angoscia sotto una forma diversa.
Eravamo immigrati. Stavamo in mezzo alla hall di Fiumicino con le nostre sei valigie, i nostri occhi aperti così, a 15.000 chilometri da casa, con una agenda piena di indirizzi e numeri telefonici di gente sconosciuta, amici di amici, parenti di conoscenti,....possibili contatti..... potenziali mani tese. Ma soli, tangibilmente soli e quel che è peggio senza possibilità di comunicare, gli italiani d'Italia non parlavano come gli italiani d'Argentina, non capivamo niente e neanche loro capivano noi.
Nonostante tutto, l'euforia superava l'angoscia in quei momenti. La novità, la scoperta, voler vedere tutto, ubriacarci gli occhi di tanto paesaggio, tanta storia. Venivamo da un continente giovane,il Sud-America, il nostro Sud-America senza medioevo, senza castelli, né torri, né paesini antichi. Tutto questo ci affascinò, ci incantò e mitigò in quei primi momenti il dolore della distanza, degli affetti che rimanevano dietro. Credo che neanche ci rendessimo conto di cosa avevamo lasciato alle nostre spalle. Non misuravamo in tutta la sua ampiezza lo sradicamento che avremmo vissuto.
Ricordo due sensazioni che si registrarono da qualche parte nella mia mente durante quei primi giorni a Pescara; due sensazioni forse contraddittorie, ma ugualmente forti; una l'odore dei bar italiani, che dopo indentificai come una mistura di aroma di caffè espresso e di paste appena fatte e che da allora chiamo "odore d'Italia"; l'altra la soffocante necessità di sentire parlare spagnolo. Le ho definite contraddittorie e ora aggiungo primarie, giacchè la prima, "l'odore d'Italia", era un fatto piacevole, gradevole e rappresentava in qualche modo il mio primo punto di contatto positivo con il nuovo habitat, che sembrava ricevermi con un certo calduccio accogliente, mentre la seconda era la prima materializzazione di tutte le barriere che, in quel momento ancora non lo sapevo, avrei dovuto attraversare.

Il nostro primo mattino in Italia.
- E va bene, eccoci qua... e adesso? - esattamente la domanda che ci si poteva aspettare da me, ho sempre depositato su di Maxs il ruolo di chi prende iniziative, io poi mi metto al suo fianco, ascolto attentamente il piano d'azione e comincio a camminare nello stesso senso. Perchè mi fido della sua capacità di prendere certe decisioni o per comodità? Probabilmente per ambedue le ragioni.
- Adesso cominciamo a muoverci - Anche questa una tipica risposta di Maxs. Fare per ottenere risultati, per mitigare l'angoscia dell'incertezza.
Così, dopo parecchie telefonate, ci mettemmo in contatto con un mio cugino che studiava a pochi chilometri da Pescara; venne a prenderci, e andammo ad abitare provvisoriamente in una casa in affitto in un piccolo paese della costa adriatica, Grottammare.
Credo che sia lì il luogo dove inizia veramente la storia.

Seconda barriera, il lavoro; come ho già detto, la prima fu la lingua. Ad ogni modo, la numerazione corrisponde soltanto all'ordine in cui sono apparse dette barriere che non avevano neanche la delicatezza di apparire ognuna quando era già stata superata la precedente ma si sovrapponevano e coesistevano in una tale confusione che non riuscivamo a classificarle secondo l'ordine d'importanza.
Il lavoro... prima differenza con l'immigrazione del nostro paese. A quei tempi, chi emigrava in Argentina difficilmente aveva un titolo di studio o un mestiere specifico e quindi non era molto diverso il tipo di lavoro che poteva svolgere nel suo paese d'origine o in Argentina.
Noi invece, venivamo con le nostre lauree e i nostri diplomi in mano, con tanto di timbri, firme, legalizzazioni, traduzioni, ecc. e depositavamo su di essi le nostre aspettative occupazionali; erano una sorta di chiavi magiche che ci avrebbero aperto le porte del successo nella vecchia Europa, che venivamo a rivitalizzare con il fuoco sacro del nostro sapere.
Non servivano a nulla. A nessuno interessavano i nostri diplomi da "terzo mondo" e ben presto imparammo che le possibili strade da seguire erano due: fare quei lavori che tanti italiani non volevano fare e che noi stessi non avremmo fatto nel nostro paese, anche se, bisogna riconoscerlo qua venivano retribuiti in modo che permetteva di vivere decentemente mentre in Argentina no; oppure ottenere i contatti adeguati affinchè qualcuno ci permettesse di dimostrare che sapevamo fare quel che i nostri diplomi dicevano che sapevamo fare.
Non durò troppo a lungo il nostro vivere nell'appartamento di Grottammare; dovevamo lasciarlo dopo un mese perchè era già stato affittato per l'estate.
Era soltanto la nostra prima base di operazioni, una pausa per poter pensare, più o meno tranquillamente, a cosa fare e come.
Maxs quasi non si concedeva riposo, vedeva gente, faceva telefonate, correva, cercava. Ottenne proposte per presentare una mostra di pittura, ma non aveva i quadri, bisognava farli, il che significava un investimento di denaro e tempo che non eravamo in grado di affrontare. Intanto io vivevo un misto di sensazioni, dal permanente stato d'incantamento, al terrore irrazionale di trovarmi da sola di fronte a un italiano e dover comunicare con lui. Era il problema della lingua che mi soffocava e immobilizzava. Non mi staccavo neanche per un minuto da Maxs.
Per quanto riguarda il lavoro cercavamo, ognuno orientandosi verso quello che sapeva fare. E qui scoprii, o forse presi coscienza, che ero in condizioni d'inferiorità. Maxs prendeva contatti come pittore, si presentava come grafico, si offriva come tecnico in elettricità, faceva domande in agenzie pubblicitarie. Io mostravo in tre o quattro laboratori di analisi privati (a livello pubblico neanche pensarci), la mia laurea in biochimica. Era l'unica cosa che sapevo fare, avevo dedicato quasi la terza parte della mia vita a imparare a fare analisi chimico-cliniche e microbioligiche.
Scoprii che l'Italia non stava aspettando con ansia il mio arrivo perchè io mettessi al suo servizio il mio vasto bagaglio di conoscenza della materia.

L'abitazione, terzo ostacolo. Non avrei mai creduto che potesse essere così importante per me l'avere un posto mio, e non mi riferisco a una proprietà economica. Non avevamo intenzione di comprare una casa, aspiravamo soltanto a poterne affittare una in modo permanente. Avevo vissuto quasi tutta la mia vita nella stessa casa e quindi mi risultava naturale riconoscere ogni angolo, ogni mattonella. Avevo bisogno di questo.
In Italia non era facile; non lo era per gli italiani, figuriamoci per noi, nessuno ci conosceva, stranieri che "chissà se poi se ne andranno quando ci serve la casa". La legge italiana rende difficile lo sfratto se gli inquilini non hanno una casa dove andare.
Cinque case in due anni sono troppe per chiunque, anche nel proprio paese. Anche questo problema si risolse.
Maxs cominciò a lavorare per una agenzia pubblicitaria. Io subii un intervento chirurgico, una formazione ovarica che bisognava asportare.
Erano due mesi che resiedevamo in Italia, non riuscivo ancora ad impadronirmi della lingua e ciò rendeva ancora più difficoltosa la mia già difficile comunicazione con i medici, che, lo scoprii in quel momento, avevano con i pazienti un rapporto diverso da quello dei medici argentini; mi riferisco all'eccessivo formalismo, alla poca confidenza e soprattutto avevo l'impressione che non davano molte spiegazioni, come se pensassero che tanto io non avrei capito (perchè ero straniera o perchè ero una paziente?).
Questo atteggiamento ebbe una certa inversione di tendenza, quando riuscii (o meglio Maxs riuscì) a far loro capire che ero biochimica.
Quei 20 giorni in clinica non furono facili; Maxs aveva appena cominciato a lavorare e non poteva stare tutto il tempo con me.
C'erano alcuni amici recenti che venivano a trovarmi, ma credo che aspettassi altri volti, volti cari che erano tanto lontani.
Finalmente mi informarono che tutto andava bene, che non correvo alcun pericolo e potevo tornare a casa. Un'altro scoglio superato.
Mentre Maxs si faceva strada nel suo lavoro, io mettevo alla prova le mie forze psichiche facendo lavori occasionali, una lavanderia, una impresa di pulizie, la vendemmia, una signora anziana da curare. Niente da fare, non mi rassegnavo a rinunciare alla mia professione, nè al mio titolo di dottoressa.
Feci delle indagini per sapere cosa dovevo fare affinchè la mia laurea venisse riconosciuta in Italia. Un grande amico, Angelo, si occupò personalmente di questo, informandosi nelle università e finalmente arrivò la risposta: dovevo dare un esame iniziale in modo che potessero valutare il mio livello di conoscenza, dopo di che avrei dovuto fare almeno tre anni di studi universitari.
La mia decisione fu immediata; avevo già superato le molte difficoltà che la mia carriera presentava in Argentina e il mio tempo di studio e preparazione per esercitare la mia professione era già passato. Volevo lavorare e mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato, perciò decisi che se la mia laurea, tale e quale come era, fosse stata accettata, bene, altrimenti, avrei lavorato in un'altro campo. La lingua smise di essere un problema, scoprii con sorpresa che mi appassionava lo studio del linguaggio e che, inoltre, mi risultava facile; quasi naturalmente incorporavo elementi, intonazioni ed espressioni, che arricchivano e fluidificavano il mio italiano.
Credo che mi spaventasse così tanto la possibilità di essere ridicola parlando male, che inconsciamente facevo sforzi incredibili per apprendere ogni dettaglio e ricordarlo.
Anche la casa smise di essere un problema; finalmente avevamo una casa per un periodo di tempo ragionevole, nella quale potevamo cominciare a mettere un tocco di noi stessi, in modo da poterla sentire casa nostra.
Per quanto riguarda il lavoro, almeno Maxs si creava uno spazio e un nome nell'ambiente pubblicitario della zona. Certo, non gli restava molto tempo per dipingere, ma eravamo convinti che sarebbe arrivato il momento.
Quindi il tempo passava, noi ci affiatavamo sempre di più nel nuovo ambiente e molte delle barriere restavano indietro. Almeno quelle più tangibili, quelle più "fisiche" per dirlo in qualche modo. Certo, ne apparivano altre.

Guardare lontano
e non vedere orizzonte,
non vedere quella riga
retta e familiare
della nostra pianura.
Guardare lontano
e vedere una riga spezzata
attraente
ma estranea.
Cercare il fiume,
e trovare il mare.
Cercare i gesti
del codice proprio,
conosciuto e comune
e non trovarli.
Dover imparare
messaggi nuovi
che non ci esprimono,
però ci eguagliano,
il vecchio trucco
di tutte le specie,
il mimetismo
per sopravvivere.


Devo chiarire che questo paesaggio, pieno di ritmo, colori e movimento, mi affascinò e continua ad affascinarmi, anche se non riesco a sentirlo proprio. Continuo a sentire più naturali le infinite pianure, i lunghi chilometri desolati delle nostre pampas.
Sono due linguaggi diversi e amo tutti e due, in diversi modi.
Linguaggi... codici... ecco uno dei nuovi ostacoli che trovammo; non di quelli più immediati, ma quelli che apparivano con il tempo, con il conoscere gente, con lo stabilire contatti umani.
Eravamo in grado di parlare italiano e di stabilire comunicazioni formali, ma ci mancavano quegli altri codici, quelli interiorizzati lungo un'infanzia, lungo un'adolescenza, lungo una vita e che noi avremmo dovuto imparare in così poco tempo.
Però, è possibile impararli? È possibile veramente incorporare elementi al nostro linguaggio parlato, gestuale e corporeo, che hanno a che fare con vissuti, sentimenti, esperienze? Credo sia questa la GRANDE BARRIERA; è come se fossimo appena guariti da un'amnesia e quindi potessimo relazionarci con quelli che ci circondano soltanto su un piano presente, senza passato, il che crea sempre la sensazione di restare fuori, perchè ogni presente è sempre un risultato del passato. E loro e noi abbiamo passati diversi.
Ed è qui dove compare la contraddizione. Sì, perchè da una parte mi piace sentirmi parte di loro, mi piacerebbe riconoscerne le tradizioni, i ricordi, il passato; dall'altra, quando mi trovo in un gruppo di argentini e usiamo i nostri codici, ricordiamo il nostro passato (non quello dei libri di storia, ma quello che si registra nella memoria collettiva) e ridiamo delle cose che ci fanno ridere... mi sento a casa.
Contraddizione è la parola più adatta per definire i nostri sentimenti; credo che tutti noi, argentini - italiani, italiani - argentini, o comunque ci chiamiamo, quel che vorremmo è poterci portare l'Argentina in Italia, cioè la nostra gente, le nostre abitudini, i nostri sabato sera e i nostri "asado"(Piatto tipico argentino basato in un speciale modo di cottura della carne alla bracce.) della domenica, in questa terra che ci piace, in questo sistema socio - politico - economico che ci permette di vivere e crescere come persone senza i sobbalzi e le angosce che erano parte della nostra vita in Argentina.
La maggioranza di noi, che ha fra i 20 e i 50 anni, non ha conosciuto la sensazione che produce il fatto che per mesi e mesi i prezzi nei negozi non cambino; per noi l'inflazione era parte dell'economia di un paese. Non immaginavamo neanche come fosse la politica in mano solamente ai civili, senza che i militari costituissero una alternativa di potere ogni volta che un governo era in crisi.
Sì,a noi piacerebbe portare l'Argentina in questo paese dove il dollaro costa sempre uguale, lira più lira meno.
Inoltre, siamo in Europa, dove accaddero tutte le cose importanti del mondo, secondo quanto dicono i libri di storia argentina.
Ci riusciva difficile fare amicizie. All'inizio e per un lungo periodo, cercavamo (inconsciamente credo) persone in cui depositare quel sentimento così essenziale per noi, l'affetto verso l'amico. Questa ricerca ci portò a sbagliare molte volte, a conferire quel ruolo di cui avevamo tanto bisogno a persone che non ne avevano le caratteristiche. Ci inventavamo amici che in breve tempo ci deludevano ma la colpa non era loro, era nostra; eravamo noi che li pretendevamo a nostra immagine e somiglianza, loro semplicemente erano come sempre erano stati.
Con il tempo imparammo, tranquillizzandoci.
In modo naturale, si venne producendo una decantazione che rinforzò i legami con le persone con cui avevamo veramente qualcosa in comune, lasciando indietro gli altri.
Maxs ed io non ci siamo mai ghettizzati rinchiudendoci nel circolo di argentini che conoscevamo, perchè abbiamo avuto sempre chiaro che essere argentini non è condizione necessaria e sufficiente per essere un amico. È per questo motivo che coloro che restavano affettivamente intorno a noi nel processo di decantazione, erano indistintamente argentini, italiani, marocchini, o di qualunque altra nazionalità.
A questo punto può sorgere la domanda: e la famiglia? Solo gli amici contano?
Non so come sia per gli altri ma nel mio caso personale posso dire che mi è stato più facile portare con me la mia famiglia che i miei amici. Intendo dire che ho sempre sentito i miei genitori intorno a me, anche se non erano qui; con gli amici è diverso, come se avessi bisogno della loro presenza fisica per sapere che ci sono.

Un giorno in televisione, dissero che in Argentina c'era una rivolta militare e vedemmo immagini di scontri armati, gente nelle strade.
E fece male. Fece molto male. Più che quell'altra volta, quando eravamo "là" e la vivemmo da dentro. Erano immagini tanto uguali ad altre che si vedevano ogni giorno nei telegiornali e nello stesso tempo tanto diverse perchè venivano da "là", venivano da "casa".
Questo si è ripetuto, una, due volte... e ogni volta lo stesso dolore, ogni volta la paura... ancora? Torneranno?
...Un modo un pò brutale di ricordare perchè emigrammo.

La prima volta che qualcuno ci disse, in tono di pretesa di scherzo, "mah! che ne sapete voi, che venite dal terzo mondo!", ci sentimmo molto male. Pensai che fosse una sfida, qualcosa che ci spingeva a lottare, a non arrenderci malgrado le condizioni che inizialmente ci potevano essere avverse.
Con il tempo capivamo che ci sono diversi tipi di sottosviluppo e che questo è relativo, cioè, si può dire che "questo" è più sottosviluppato di "quello", o "quello" più sottosviluppato di "quest'altro".
Scoprivamo che il sottosviluppo più notorio dell'Argentina è di tipo economico in confronto a questo "primo mondo che ci tocca vivere", però non è così nel piano culturale, dove abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è più aperta, più capace di evoluzione rispetto a quella che riscontro nella società italiana; come se il peso della storia che porta sulle sue spalle la costringa a camminare piano, perchè non cada qualche tradizione di troppo strada facendo.
Devo chiarire che abbiamo anche capito che questo fenomeno di "rallentamento" nell'evoluzione socio - culturale è specialmente marcato nella zona d'Italia in cui ci siamo stabiliti e cioè quella centrale, che, come tale, gode di tutti i progressi tecnologici, dei confort del nord del paese, mentre conserva la mentalità tradizionalista e quasi medievale del centro - sud.
Fu precisamente questa caratteristica che sin dall'inizio creò in noi la sensazione di trovarci in una strana dimensione nella quale il passato e il futuro coesistevano confondendosi... e confondendoci.
Sì, perchè conferivamo a persone che avevano accesso a certi livelli tecnologici e persino scientifici, livelli corrispondenti di preparazione, informazione e cultura che non sempre possedevano.
Abbiamo dovuto imparare tanto in così poco tempo... però, dopotutto è una attitudine molto sviluppata negli argentini. La necessità che si presentava nel nostro paese di incorporare nuovi parametri, di adattarci a nuove situazioni e di farlo velocemente affinchè la "selezione naturale" della sopravvivenza del più atto non ci lasciasse fuori, ci ha permesso di superare anche questa prova e in moltissimi casi con pieni voti.
No, non voglio dare l'impressione che questa nostra esperienza di immigrati in Italia si sia sviluppata in tappe perfettamente definite, la prima delle quali fu una lunghissima successione di sofferenze, nostalgie, chiusure e solitudine che una volta superate lasciarono il posto a uno stato di serena integrazione nella nuova realtà, dove ormai ci si erano aperte tutte le porte, ...e "colorin colorado" (Modo in cui terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola).
Se così fosse stato avrei scritto una telenovela e non questa specie di cronaca disordinata e forse confusa, che tuttavia considero molto più fedele alla realtà, e quindi ho deciso di lasciarla così, senza cercare di ordinarla in prolissi e successivi capitoli.
No, non è andata così, almeno non per Maxs e me. È stata, e continua ad essere, un groviglio di quelle due immaginarie tappe. Mentre, meravigliati, scoprivamo paesaggi e paesini stupendi, lottavamo gomito a gomito contro le ostilità, comprensibili ma non giustificabili, di una società non abituata ad accogliere altre culture, una società che, anzi, era stata storicamente emigrante nel mondo e perciò non era equipaggiata neanche a livello legislativo per incorporare persone che venivano da altre realtà. Non sapendo cosa fare con noi, gentilmente ci ignorava.
Mentre acquisivamo nuove abitudini gradevolissime come quella di godere dei fine settimana passeggiando, andando a trovare gli amici o più semplicemente facendo i nostri lavori a casa, senza preoccupazioni per quale sarà il prezzo del dollaro lunedì, o se ci saranno possibilità di una nuova rivolta militare, discutevamo appassionatamente con coloro che, quando venivano a sapere che eravamo argentini, commentavano placidamente: "ah! Rio de Janeiro!".
Voglio dire che vivevamo nello stesso tempo e con la stessa intensità gli aspetti positivi e negativi di questa esperienza.
Dovemmo anche toglierci di dosso certi "tic" profondamente radicati nella nostra condotta.
Come quello di subire un improvviso attacco di tachicardia ogni volta che vedevamo un poliziotto o un carabiniere. (Qui, se non si è un delinquente non c'è motivo di aver paura della polizia).
Oppure quello di attraversare le strade di corsa, in un perfetto calcolo del rapporto tra la distanza e la velocità con cui una macchina si avvicina e il tempo necessario per arrivare all'altro marciapiede senza essere schiacciati dal bolide. In ripetute occasioni mi sono trovata in un angolo, sul bordo del marciapiede ad aspettare che passasse una macchina, la quale per qualche ignoto motivo si era fermata a un paio di metri da me, finchè dopo aver scambiato sorridenti sguardi col conducente, mentre mi chiedevo: "e questo che cavolo aspetta a passare?" mi rendevo conto che appunto, il signore stava aspettando che io mi decidessi ad attraversare, per poter così continuare la sua strada.
Allora, col viso più rosso della bandiera russa e con un'incomprensibile successione di inchini con la testa verso il paziente automobilista, mi slanciavo precipitosamente verso l'altro marciapiede.
Sì, è vero, ci siamo visti costretti a incorporare nuovi codici di convivenza; abbiamo dovuto imparare a muoverci in una società che, per quello che riguarda la condotta sociale, era più "civile", per dirlo in qualche modo. È come se i nostri comportamenti sociali, mi riferisco a quelli collettivi, fossero ancora ad uno stadio più "selvaggio". E questo ha anche la sua spiegazione, o meglio, le sue spiegazioni. Da una parte, la indiscutibile "giovinezza" della nostra società in confronto alla "vecchia Europa"; dall'altra, la nostra storia di dittature militari e tirannie civili che non ci hanno permesso l'apprendimento di una vita comunitaria ma ci hanno costretto sempre a vivere su un piano individuale, tirando ognuno dalla propria parte, in un intento disperato di superare ostacoli e venire a galla nel miglior modo possibile ma sempre da soli, sapendo di non poter contare su una struttura sociale, politica ed economica che ci spalleggiasse. In Argentina il successo è sempre individuale.
È per tutto questo che sono convinta che soltanto un lunghissimo periodo di democrazia possa significare una speranza per l'Argentina. Perchè è questo il clima in cui ogni individuo sa che da una parte deve responsabilizzarsi di ognuna delle sue azioni e decisioni giacchè non esiste quello stato-tutore che tutto controlla, ma dall'altra parte può "crescere" socialmente con la tranquillità di sapere che intorno esiste un sistema stabile, in grado di assorbire persino i suoi errori, pur permanendo nel tempo.
Era questo, appunto, quello che ci mancava quando decidemmo di emigrare, la possibilità di fare piani, di programmare... ci avevano rubato il futuro.

Venimmo
tutti noi
con la segreta speranza
(a volte così segreta
che nemmeno noi stessi
la conoscevamo)
di trovare, qui,
tra mare e montagne,
quel passato nostro
anteriore a noi,
le storie dei vecchi
assorbite in un processo
quasi osmotico.
Venimmo
tutti noi,
sperando, senza saperlo,
di trovare, qui,
tra passato e futuro,
la nostra identità.
Insomma
la trovammo,
scoprimmo, qui,
tra dialetti e consumismo
che siamo argentini.

Questa poesia, anche se ha un qualcosa di amaro dovuto a certe frustrazioni, è il riflesso di una delle cose più importanti che mi ha dato questa esperienza: la possibilità di prendere coscienza in un modo direi quasi doloroso, per quanto intenso, di un fatto che mentre ero in Argentina non ho mai analizzato ... era così naturale essere argentina, che neanche me ne rendevo conto.
Sì, perchè soltanto mettendomi di fronte a questa realtà diversa, che si manifesta in ogni atto della vita, dalle abitudini alimentari al modo di stabilire rapporti con altri esseri umani, sono riuscita a prendere coscienza del fatto che anche noi abbiamo una identità, con caratteristiche proprie, e con cultura propria.
Ed è qui, menzionando la cultura, che tocco, credo, il punto nevralgico della nostra immigrazione, ciò che ci crea le contraddizioni più profonde nel processo di inserimento nella nuova società. Sì, perchè è nel "faccia a faccia" con questa struttura sociale ed economica di "primo mondo", con tutti i suoi progressi tecnologici, scientifici ed economici, che ho scoperto che siamo dotati di caratteristiche che qui in Italia si sono perse.
Noi conserviamo intatto il nostro senso di autoconservazione, perchè la nostra realtà politica, sociale ed economico lo esige. Non si tratta soltanto di scappare ai pericoli fisici ma anche di una capacità molto sviluppata di rovesciare circostanze avverse e trarne qualche profitto. Questo significa non perdersi in un bicchiere d'acqua; questo significa anche non aver bisogno di una enorme quantità di inutili attrezzi "indispensabili per la vita moderna" senza i quali le società ultra sviluppate sarebbero perse.
Inoltre, è molto sviluppato in noi un altro istinto, quello della libertà, di non farci sottomettere, di non accettare signori nè padroni, e questo ci procura seri conflitti in una realtà che ha le sue radici in un passato feudale che ha lasciato profondissime tracce nella idiosincrasia popolare .
E sorge quindi la logica domanda: com'è possibile che con caratteristiche simili il popolo argentino abbia trascorso gran parte della sua storia sottomesso per dittature militari? La risposta è troppo complessa, ma credo che una delle chiavi è, come ho già scritto, che dette caratteristiche si sono mantenute sempre su un piano individuale: interessi esterni a questo popolo hanno impedito che entrasse a far parte della coscienza collettiva, soffocando con tutti i mezzi, leciti e non, ogni intento di maturazione del popolo argentino; è ancora un popolo adolescente.

Un giorno, a quasi tre anni dal nostro arrivo in Italia, passammo in macchina davanti ad un muro vicino alla ferrovia, e lessi un graffiti. Lo lessi meccanicamente; ho la mania di leggere tutto quello che mi passa davanti agli occhi. Solo qualche secondo dopo me ne sono accorta, diceva SOL TE QUIERO. Sì, così, in spagnolo. Non posso spiegare la sensazione che mi invase, in quel momento seppi cos'era nostalgia.
Fu come aver volato in una frazione di secondo nella mia città, a Rosario, con i suoi muri pieni di frasi, disegni, dichiarazioni d'amore. E nello stesso tempo fu prendere coscienza, tramite un fatto emotivo perchè già razionalmente lo avevamo analizzato tante volte, dell'importanza che stava prendendo in questa Italia tradizionalista e tanto "italiana", il fenomeno immigrazione e particolarmente quella argentina. Stavamo diventando una presenza, o meglio, una onnipresenza; in tutta Italia si trovano argentini. Molti italiani che fino a quel momento non avevano quasi sentito parlare dell'Argentina cominciavano a sapere che oltre ai generali e i quartieri periferici pieni di baracche come quello di Maradona, in quel paese c'erano artisti, scienziati, autostrade e grattacieli.
(Attenzione, ho scritto "molti italiani" e non "tutti", perchè abbiamo trovato anche gente molto informata che era perfettamente al corrente della nostra realtà.)
Quel graffiti fu per me, in qualche modo la prova della nostra decisione forse incosciente di conservare la nostra cultura, quella cultura argentina che molti negano e che io sono convinta che esista veramente, anche se è la somma di tante altre culture che si sono fuse, modellandosi e accomodandosi le une nelle altre.
Non c'era scritto SOL TI VOGLIO BENE, c'era scritto SOL TE QUIERO.

Le storie sono tante... ognuna diversa dall'altra e tutte uguali.
Ognuno con la situazione che gli è toccato vivere e l'ambiente nel quale è "atterrato" ma sempre, in tutti, la nostalgia, questa nostalgia speciale, non quella dei nostri nonni italiani che cantavano le loro canzonette nella pampa argentina, ma questa nostalgia contraddittoria a volte travestita di disprezzo verso quello che è rimasto dietro, dall'altra parte dell'oceano, come nel caso di Juan.
Juan che sta sempre a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina e, una volta là, rappresenta per un mese il suo ruolo di magnate europeo guardando tutti dall'alto, per poi tornare e cominciare di nuovo a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina.
Questa nostalgia a volte travestita di odio verso questa società italiana, come nel caso di Silvina, che odia tutto e tutti in Italia, però rimanda eternamente il suo ritorno in Argentina, perchè "voglio tornare con un bel gruzzolo, capisci?". E continua a desiderare la patria lontana, che a forza di essere lontana diventa più cara. O quella nostalgia razionalizzata di Carlos che sa che ha fatto la sua scelta, con la quale ha guadagnato in tranquillità economica e sociale e perso in affetti e amici, e dopo tanti anni continua a chiedersi perchè bisogna scegliere.
Oppure la nostalgia di Ricardo, che l'ha fatta diventare il leit-motiv della sua vita, proclamata e fatta bandiera, al punto che se tornasse in Argentina non avrebbe più motivo per vivere.
O questa nostalgia mia, più "intima" l'ha definita un amico, per la quale mi sento bene camminando per quella strada di San Benedetto fiancheggiata di alberi così verdi, che mi ricordano il mio quartiere, la Florida, là, lontano, a Rosario.
Tante nostalgie e una sola... tante storie e una sola.
Ognuno di noi, insomma, in maggior o minor grado, è passato a far parte di questa realtà, e questa realtà è passata a far parte di noi, e al di là del fatto che siamo in grado di accettarlo o no, questo ci piace. Forse è questo che fa più dolorosa la nostra nostalgia. E anche più sopportabile.

Tornare... no, non "con la fronte marcita" (riferimento al testo di un conosciuto tango argentino). Tornare in Argentina per un mese significò riconoscere il mio posto, la mia gente, la mia cultura, ma contemporaneamente fu la stessa cosa che mi succedeva quando da piccola per un'influenza o qualcosa del genere mancavo alcuni giorni da scuola: quando tornavo avevo la sensazione di non appartenere più a quel posto, a quella gente, perchè durante la mia assenza avevano vissuto cose che io non avevo vissuto, e questo ci allontanava. Mi ci volevano un paio di giorni per superare questa sensazione e sentirmi di nuovo parte del gruppo e, non so perchè ma era doloroso.
Sì, un giorno tornai in Argentina e la sensazione non fu una, ma tante, intrecciate e sovrapposte.
Il primo colpo fu quello di ritrovare le nostre pianure, nel viaggio da Buenos Aires a Rosario; quella sensazione della vista che si perdeva lontano, senza "sbattere" con nessuna collina, e per la prima volta prendere contatto, non già da un piano culturale o di informazione, ma come esperienza interiorizzata, con il quasi assurdo di quelle grandi estensioni di terra senza coltivazioni lasciate alla natura, ai suoi ritmi propri.
Dico di aver preso per la prima volta contatto con questo, perchè sebbene è quasi un luogo comune degli argentini parlare delle nostre terre non lavorate, solo dopo due anni in Italia ho capito cosa significa sfruttare al massimo la terra per produrre tutto quel che essa può dare; mi sono abituata a vedere dei campi coltivati sulle pendici delle montagne, nei giardini delle case, ed in qualsiasi pezzetto di terra disponibile.
Questo per quanto si riferisce al paesaggio rurale; una volta in città mi sorprese la differenza di costruzione e di tracciato urbano, in confronto alle città italiane, e mi impressionò la quantità di cielo dei quartieri di Rosario, dove la grande maggioranza delle case sono basse, a un solo piano, dando così una sensazione di maggiore spazio e aria, rispetto alle strade strette e fiancheggiate di case a due o tre piani di qualsiasi paesello o città d'Italia, dove a volte sembra che neanche il vento osi entrare.
Sono due strutture assolutamente diverse, riflesso di due pensieri diversi, ma non posso dire che l'una mi piaccia più dell'altra, semplicemente amo ognuno di questi due stili per ciò che ciascuno rappresenta.
È come se le città argentine fossero cresciute come un elemento in più del paesaggio, e da lì la necessità di conservare spazi aperti, vegetazione abbondante, parchi pieni di verde che ripetono i motivi della natura circostante. Mentre le città italiane mi sembrano piuttosto il rifugio che gli uomini si costruiscono per proteggersi dalla natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e mantenersi uniti e quindi più forti; e quando hanno bisogno della natura, non la vanno a cercare dentro il villaggio, ma escono da esso e vanno verso la campagna, a lavorarla, a domarla, a goderla.

E poi... poi...fu l'incontro. Furono tanti incontri, volti, abbracci, lacrime, domande.
Fu sentirmi di nuovo a casa, però nello stesso tempo estranea. A questo mi riferivo prima. La realtà che sembrava essere la stessa che io avevo lasciato due anni prima, non lo era completamente. Infinite sfumature erano cambiate, molte cose erano successe senza che le vivessi e per quanto mi raccontassero non riuscivo a capirle.
Questo creava quella specie di breccia che ha richiesto alcuni giorni per essere superata.
Però, c'era tanto affetto antico, tanti gesti conosciuti, tutto quell'humor ironico che così bene sappiamo gestire noi argentini, ridendo di noi stessi, delle nostre disgrazie, dei nostri difetti, che era impossibile non riadattarsi presto.
Fu meraviglioso reincontrarmi con la mia patria e ribadire quanto la amo e quanto mi fa male tutto il suo dramma, il suo destino di "terzo mondo" tracciato e disegnato da fuori.
E fu stupendo sedermi di nuovo al tavolo di un bar qualsiasi del centro a prendere un caffè con un amico.
Ma, appunto mentre bevevo un caffè con un amico, ascoltai da un tavolo vicino due signori chiacchierare in italiano e... eccola!... La nostalgia in senso opposto.
Fu allora che capii che chi emigra rimane indelebilmente segnato da quel sentimento dolce e doloroso nello stesso tempo, indipendentemente da dove ci si trovi.
E finalmente dopo trenta cortissimi giorni tornai in Italia, e si ripetè il dolore dell'addio della prima volta, e adesso so che si ripeterà ancora ogni volta, ma so anche che ne varrà la pena.

Mi resta un argomento da analizzare. Forse uno dei più delicati. Tante volte, soprattutto all'inizio della mia residenza in Italia, mi sono chiesta, come tanti altri immigrati, se avevo il diritto di opinare, criticare, contestare il tessuto politico, sociale ed economico italiano. È inevitabile quell'idea o sensazione di "essere in casa altrui", e perciò "bisogna stare zitti".
Ebbene, ho imparato che non è così, che non bisogna stare zitti, e che non sono in casa altrui, giacchè non vivo della carità della gente; sì, è vero che siamo nati in un altro posto, ma qui lavoriamo, sognamo, soffriamo, mangiamo, paghiamo le tasse e facciamo l'amore, e tutto ciò ci dà il diritto di pensare e opinare in libertà.
Se non fosse così, ci troveremmo di fronte ad una dittatura infinitamente più sofisticata di quelle nostre dittature di terzo mondo finanziate e sostenute dal primo mondo.
Insomma, è ora che capiamo che le parole "nazionalità" e "patria" sono più legate al lessico dei sentimenti che al codice penale.

Ho incominciato questo scritto dicendo che questa è una storia al presente, dunque questo non è un finale. Anzi, sia un inizio.


PATRICIA MONICA VENA



Sconfiggere la tristezza

Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo schiacciarla
lasciarla boccheggiare, senza respiro
perplessa davanti alla nostra risata.

Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo fare uno sforzo,
ridere come matti
delle mie stranezze e delle tue angosce,
di questo mondo e di questa gente,
della paura di restare soli,
della paura di restare lontano.

Dobbiamo sconfiggere la tristezza,
pestarla, distruggerla,
o almeno
ucciderla con l'indifferenza;
a forza di ignorarla forse un giorno,
annoiata, ci lascerà in pace
con la nostra allegria.

Dobbiamo cantare
ballare e scherzare,
dimenticare la gente di plastica
che cambia forma
e si deforma,
riscattando, certo, gli amici
quelli di sempre
quelli di prima
quelli di adesso
che si contano con le poche dita
di una sola
delle nostre quattro mani.
Dobbiamo rinfrescarci la memoria
e ricordare che il mondo è nostro
perchè tanto tempo fa lo comprammo
quando decidemmo di viverci fino in [fondo.

Dobbiamo inventarci un dio
(tanto, sono tutti un'invenzione),
il dio di quelli che stanno allegri
non importa con quale pretesto,
e chiedergli, ogni mattina:
- non lasciarci cadere nella tristezza
e dacci, anche oggi,
la nostra risata quotidiana.


L'estate dell'infanzia

L'estate dell'infanzia
era verde, arancione, rossa,
era sole in abbondanza
ed era il fiume,
sabbia senza fine
e il cielo del Sud del mondo,
più largo, più profondo,
più cielo e più mio.
L'estate dell'infanzia
era una giornata interminabile,
e una sera calda, appiccicosa,
l'incontro con gli amici,
si va a dormire tardi.
Non l'ho vissuta fino in fondo
l'estate dell'infanzia,
non ho assaporato abbastanza
il mio luogo nel Sud del mondo.
Adesso mi accorgo
di aver vissuto una vita,
come se ne avessi ancora un'altra
da vivere più tardi.
Così ho perso l'infanzia,
l'estate,
il cielo
e quel mio luogo
nel Sud del mondo.

Radici

"E dopotutto,
la nostalgia esiste,
e le persone non hanno radici,
hanno ricordi."
Così mi scrivevi,
Amica,
ricordando passati,
momenti ormai vecchi,
che a volte sembra
non siano mai esistiti
per quanto sono lontani
per quanto sono sbiaditi
per quanto sono passati.
In quel passato e in quel "lontano"
crescevamo
imparavamo la vita
come una lezione
nella quale
bisognava prendere dieci
... o niente.
Chissà
quale voto ci diedero.
Io credo che ci impegnammo
io e te,
in quella scuola.
Abbiamo percorso tante strade,
a volte opposte
altre volte parallele,
cercando sempre d'imparare,
per prendere quel dieci,
ma i "complimenti"
non arrivarono mai
o non sapemmo vederli,
li cercavamo nel quaderno,
sul foglio bianco e ordinato,
il tuo più del mio,
ho fatto sempre più fatica
a mettere le cose in ordine.
La mia strada un giorno
si fece d'aria
e volai
per camminarla
ed arrivai in un mondo
che era già stato fatto
in cui nulla di me
era intervenuto
nel farlo.
E ci fu bisogno di inventarsi
delle radici nuove,
come la pianta di fragola
che dove si appoggia
mette radici
per non cadere,
per sopravvivere.
Ma le persone
non sono fragole,
e le radici nuove
non sono quelle vecchie,
non hanno forza,
non vanno così profonde,
non sono così certe.
E' la radice vecchia
Amica
che mi lega alla terra.

Questo, però,
l'ho imparato mettendo quelle nuove.


Da lontano

"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
Julio Cortázar

Avevi ragione Julio,
essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano,
ma è anche molte altre cose.
Essere argentino è ascoltare un tango
e anche se l'abbiamo sempre negato
cominciare a scoprire che ci piace,
che è nostro,
che dopottutto ci disegna,
ci descrive,
ci spiega meglio di mille parole.
Ed è camminare per qualunque strada
di qualunque città
di un Paese qualsiasi
e sapere che anche se è bella
non è come quell'altra
in cui abbiamo baciato per la prima volta,
e ancora prima abbiamo giocato a nascondino,
o abbiamo imparato il difficile equilibrio
della prima bicicletta.
Essere argentino è anche
sentirsi europeo per parte di padre
per poi venire in Europa
e sentirsi argentino per parte di terra.
E' sentire un buco nello stomaco
e sapere vagamente
che nessuna bistecca potrà mai riempirlo.

Beh, forse,
dopottutto e facendo un riassunto
"Essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano"


Non ce ne siamo andati

Non ce ne siamo andati per sempre,
nessuno se ne va per sempre,
siamo rimasti un po'
nel sole di mezzogiorno,
nella corrente del fiume,
nelle strade ardenti dell'estate,
nelle notti tristi dell'autunno.
Siamo rimasti un po' nell'aria
e un po' nella terra,
nel soffio del vento
e nel caldo della siesta.
Non ce ne siamo andati del tutto
un po' siamo rimasti
in ognuno di coloro che abbiamo lasciato,
un po' siamo rimasti
nella voglia di tornare
che a volte ci passa addosso,
ci travolge inondandoci di ieri,
per poi andarsene
lasciandoci esausti,
senza energie,
a forza di ricordare.
Non ce ne siamo andati del tutto,
nessuno se ne va del tutto,
lo so perchè a volte torno
in un profumo,
in un suono,
in un colore
o in un sogno che poi dimentico.

 

Ricordi

Ricordi che sono sogni
che sono suoni
che sono odori e colori.
Flash
lampi
immagini
una voce
i volti,
nitidi
tangibili
eppure sfumano
eppure non ci sono.

La mia memoria
mi fa dei regali
inventa giochi
mi sorprende:
una luce
un silenzio
un mattino
un profumo.
Fa diventare nullo il tempo
azzera la distanza
e rimane solo quell'attimo
davvero fuggente
davvero fragile
del ricordo
diventato materia
dell'incontro
tra quella realtà
e questa.

Eppure ho paura,
la memoria ha un limite,
questo mi spaventa

potrei dimenticare

potrei

essere

dimenticata

 

Vedi?

Vedi?
Non è poi così lunga
la strada,
non è poi così tanta la tristezza,
non è poi così grande
la solitudine,
se c'è un amico
dall'altro lato
della distanza
che pensa, come te,
che dopotutto,
non è poi così lunga
la strada.


Paese non mio

Forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.

Dopo averti studiato
analizzato
sminuzzato
smontato
e rimontato,
dopo averti fatto a pezzi
e riattaccato i frammenti,
dopo averti negato
e ripudiato,
dopo averti, infine,
conosciuto,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando,
piano piano,
ad amarti
Paese non mio.

Anche se non sei mio
e io non sono tua
e non lo sarò mai,
anche se non mi fido
della tua forzata cortesia,
anche se so che ignori
chiunque non ti appartenga
e diffidi degli estranei
che osano avvicinarti,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.

Ho imparato a conoscerti
nei tuoi lati migliori
e nei peggiori,
ti ho perfino difeso
qualche volta,
quando qualcuno,
senza conoscerti,
ha esternato
qualche facile sentenza,
è impossibile definirti
con tanta leggerezza.

Eppure, eppure...
c'è qualcosa che ci manca
a noi due,
c'è qualcosa che impedisce
di passare oltre,
e forse lo so io
qual'è l'inconveniente:
si da il caso,
ed è questo un dato di fatto,
che tu,
Paese,
...non sei mio.


Ho deciso

Ho deciso:
voglio recuperare
tutto il tempo perduto.
Voglio cantare
anche se sono stonata,
voglio danzare
anche se non sono in forma
e non lo so fare.

Ho deciso:
voglio imparare a nuotare
e se è possibile anche a volare
o almeno provarci.
Voglio amare
ed essere amata
e crederci
in un caso
e nell'altro.

Ho deciso:
voglio conoscere
tutti i luoghi possibili,
andare nei posti proibiti,
alloggiare in torbide locande,
bevendo del vino con gli sconosciuti.
Voglio sfidare i pericoli
e superare ogni paura,
non vergognarmi di niente,
non avere sensi di colpa,
non essere così prudente.
Voglio essere cattiva
quando mi va di esserlo,
amare quando mi va d'amare
e odiare quando mi va di farlo.

Ho deciso:
voglio viverla
questa cazzo di vita.


Alejandro
nostalgia dell'amico che è voluto andarsene per sempre - 31 dicembre 2000

T'immagino libero,
ora,
t'immagino leggero
quasi parte dell'aria
senza le tue catene personali
troppo pesanti
per il tuo corpo minuscolo.

T'immagino
finalmente libero
soddisfatto del tuo ultimo
agognato
atto di coraggio.
L'avevi deciso
così tanto tempo prima
che ormai era quasi un sogno
o un martirio.

T'immagino sorridente
con quella tua espressione
da clown senza trucco,
e t'immagino danzante
con una grazia mai sospettata
nei tuoi movimenti quasi goffi
quasi sbagliati,
e t'immagino sereno
nel volto, nell'anima
e nel corpo.

T'immagino libero


Spagna

Era Spagna ed estate.
Camminavamo senza fretta
confondendoci in una corrente
di turisti dopo la siesta;
all'improvviso un aroma
dolciastro, antico, conosciuto
si avvicinò alla mia memoria
e fu un istante,
un istante solo.
Vidi la vecchia casa di mia nonna,
il patio,
le piante,
io bambina
in un passato lontano,
nascosto,
quasi dimenticato.
A volte il tempo
ci concede questi permessi
e possiamo riavvolgerlo
in un momento,
recuperando un ricordo
che credevamo perso.


Beppi

Quando tornai per la prima volta in Argentina, dopo quasi due anni vissuti in Italia, a casa dei miei avevano organizzato una cena di benvenuto per me. C'erano parenti, amici, vicini. Tra questi un vecchio signore italiano, amico e vicino di casa, che tra l'altro aveva collaborato anche materialmente alla realizzazione della festa. Viveva in Argentina da una quarantina d'anni e non era mai più tornato nella sua terra.
Tutti parlavano, ridevano, mi facevano domande, e a un certo punto questo signore mi guardò con quei suoi occhi buoni e mi chiese:
" Di un po', non è vero che il cielo d'Italia è più azzurro?"

Mi commuovo ogni volta che ricordo questo episodio.

Sì, caro Beppi, avevi ragione, sempre il cielo dell'infanzia è più azzurro.

Beppi morì qualche anno dopo senza rivedere l'Italia.

 

Nonno Francisco

Avevo un nonno musicista. Sono nata troppo tardi per conoscerlo. Aveva un'orchestra, che lui stesso dirigeva, e girava per i piccoli paesi della campagna intorno alla città di Rosario, in Argentina, animando le feste, facendo ballare e divertire i paesani.
Dicono che aveva un brutto carattere, ma io non ci credo mica tanto, perché uno che ama la musica non può essere poi così cattivo.
Dicono anche che era capace di suonare qualsiasi strumento gli capitasse tra le mani e che gli bastava ascoltare una volta sola una canzone per essere in grado di riprodurla perfettamente. Un vero talento musicale.

Non sai quanto mi dispiace non averti conosciuto, nonno Francisco! Di te ho soltanto un vecchio spartito per pianoforte di un valzer che avevi composto, intitolato "Eternidad" (eternità). Qualche volta lo suono sulla mia tastiera elettronica (posso immaginare il tuo sguardo di stupore e meraviglia se potessi vedere un simile strumento!) e divento uno dei componenti della tua orchestra, la "Tipica di Francisco Vera", in un ballo di paese. Vedo le coppie girare al ritmo della tua musica dolce, malinconica, i tavoli con le mamme delle ragazze che non perdono d'occhio le proprie figlie che danzano nelle braccia dei giovanotti, sento il profumo dei gelsomini, ascolto brani di conversazioni in cui si intrecciano parole in spagnolo con altre in italiano, pronunciate dagli immigrati che non hanno ancora imparato del tutto la nuova lingua, e si ostinano a conservare vestigia della propria.

Chissà quante cose avresti potuto insegnarmi! Ci saremmo sicuramente divertiti insieme, suonando, usando la musica per comunicare.

Mi sei mancato, nonno Francisco.


Lettera ad una amica che è partita

I. L'amicizia

Ti rendi conto? Sono circa quattro anni che ci siamo conosciuti, qui, lontano dal luogo in cui sono le nostre case, quelle in cui siamo nati, in cui giocavamo da piccole, dove papà e mamma ci diedero i primi elementi con i quali ingenuamente pensavano che avremo potuto affrontare il mondo, un mondo che cambia così vertiginosamente che quello che ieri serviva oggi nemmeno esiste; lontano da dove siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, abbiamo imparato ad amare per conto nostro e ci insegnarono ad odiare con la forza. Probabilmente se fossimo rimasti sempre lì, fermi, immutabili, non ci saremo conosciuti, vivevamo così lontani gli uni dagli altri!
Sono quattro anni che ci siamo conosciuti e solo da poco tempo abbiamo cominciato a sentirci amici.
Sono convinta che non è un fatto fortuito, sono convinta che in un qualche modo abbiamo fatto resistenza all'affetto, eravamo consapevoli di essere quattro viaggiatori e come tali capaci di levare l'ancora in qualsiasi momento, credo che almeno in te come in me è stato questo un fattore importante per non abbandonarci a quella "sintonia" che, senza dubbio, abbiamo riconosciuto al primo istante. Tanto a te come a me facevano troppo male tutti gli adii che non eravamo riuscite a lasciarci dietro, e non volevamo esporci a nuovi dolori.
E quando ci eravamo quasi riusciti, abbiamo mollato, forse credendo che ormai non c'era più pericolo, la vostra decisione di partire era già stata presa anche se non aveva una data certa, e probabilmente abbiamo pensato che a quel punto non c'era più niente da temere, la nostra razionalità non poteva cedere davanti ai fatti compiuti. Mi viene in mente però, una spiegazione che penso possa essere più vicina alla realtà: una volta mi dicesti che uno psicologo ti aveva spiegato che le persone che hanno nevrosi simili si attraggono, quindi forse le nostre rispettive tendenze al masochismo ci abbiamo spinto ad avvicinarci affettivamente proprio quando sapevamo che presto avremo dovuto separarci.
Ma, dopotutto, ha qualche senso, adesso, cercare i motivi di un'amicizia che comunque esiste e comunque finirà? Perché io sono convinta che questa amicizia finirà non appena ci saremo separati; sarà sicuramente sostituita da un'altra, sublimazione di ciò che è oggi, con tutti gli strumenti propri della sublimazione, e cioè, lettere una volta ogni tanto, l'immancabile cartolina di fine anno con "i nostri migliori saluti", qualche cassetta che forse in una crisi di nostalgia ci decideremo a registrare e mandare con un viaggiatore occasionale che ci farà il piacere di mettere nella sua valigia e portare via aerea il nostro affetto idealizzato, intatto, quasi senza uso, tipico dei rapporti a distanza. Sono affetti che non si usurano, non si mettono alla prova, non corrono rischi … e non crescono.
Sono sincera, non m'interessa in modo particolare acquisire una nuova sublimazione di amicizia, ne ho già tante… e ti dico questo anche se so che quando riceverò la tua prima lettera mi rallegrerò enormemente, sicuramente riderò di qualche tua trovata scritta, e sicuramente piangerò per qualche ricordo che senza meno comparirà. Succede che sebbene habbia già troppe sublimazioni di amicizia, non trovo il coraggio di rinunciare ad avere almeno quello.

II. Le domande

Bene, il fatto è che te ne vai, o più esattamente, torni, torni a quella grande "casa" che è "il luogo in cui siamo nati, siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, ecc. ecc.", e la domanda è: troverai ciò che vai a cercare? Questo ammettendo che tu sappia ciò che vai a cercare, perché uno non sempre lo sa esattamente, in genere sa, in modo vago e generico, che va a cercare in un altro posto ciò che gli manca nel posto in cui si trova. Cioè, sappiamo perfettamente cosa ci manca, ma ci è sempre chiaro cosa abbiamo? E questa non è retorica religiosa del tipo "dobbiamo valorizzare quello che abbiamo" o poetica del tipo "non c'è niente di più amato di ciò che ho perso"; no, si tratta di domandarci se quelle cose che oggi ci sono proprie in modo quasi logico - perché nell'ambito in cui ci troviamo non potrebbe essere altrimenti, perché è "naturale" che ci appartengano e che abbiamo diritto di godercele (sia chiaro, non parlo soltanto di oggetti o proprietà, ma neanche soltanto di beni spirituali, le nostre vite, che lo ammettiamo o meno, sono fatte da tutti e due le cose)- dopo, quando ci mancheranno in quell'altro ambito che, sappiamo, manca di molte di quelle "garanzie", per chiamarle in qualche modo, non diventeranno angosce che andranno a sostituire quelle di oggi.
In questo caso la nuova domanda sarà: vale la pena tutto lo sforzo, in tutti gli aspetti, che significa un nuovo sradicarsi, un nuovo cambiamento di ambiente, un nuovo "ricominciare", soltanto per cambiare alcune angosce per altre, alcune mancanze per altre, alcune fantasie per altre?
Immagino che tutte queste domande più che a te le stia facendo a me stessa, e credo che per me la risposta, almeno in questo momento, sia no. Certo, come mi succede sempre, dopo un'affermazione mi giunge immediatamente il dubbio: sarà che la mia risposta è no perché non sono tanto viva come prima, perché in qualche modo mi sto arrendendo alle circostanze e perdendo la capacità di difendere l'utopia? Sarà questo un segno di crescita e maturità oppure di cominciare a morire? Ma, in realtà, non sono forse la stessa cosa crescere e andar morendo? Voglio dire, è come se fossero due processi opposti ma posizionati su una stessa linea retta, uno cresce verso destra e l'altro verso sinistra, e ovviamente si fondono. O saranno due processi sì opposti ma su due linee rette diverse, non parallele, che quindi si andranno ad intersecare in un unico punto: la morte, nel quale si si finisce di crescere e si finisce di morire?


III. Le paure

Dopo tutta questa pseudo-filosofia "da conversazioni da notte inoltrata", come faccio a tornare al fatto affettivo che motiva ciò che sto scrivendo? Succede che in realtà fa tutto parte dell'affetto, sto semplicemente utilizzando l'aspetto razionale della mia analisi dei fatti, per esprimere la rabbia, l'angoscia, la paura che questa separazione provocano in me.
La paura… ti ricordi quando mi raccontasti una delle paure più profonde che l'idea di tornare ti creava? Ti riferivi a quel pericolo latente, non so se più nel nostro immaginario, come risultato del terrore vissuto, o nella realtà, degli autoritarismi tanto frequenti da quelle parti. Abbiamo vissuto grande parte delle nostre vite sottomessi a quella condizione, quella del potere assoluto detenuto da pochi che erano riusciti, ogni volta che l'hanno voluto, a distruggere intere generazioni con il terrore, con l'annichilimento non solo delle vite umane, ma anche e soprattutto delle idee, di sogni semplici e grandiosi nello stesso tempo come la libertà, la pace, il diritto ad essere chi si è.
Poiché credo di conoscerti abbastanza, quando penso a queste cose sono consapevole che soltanto un grande amore dentro di te può averti portato ad esporti a quello, il nostro Grande Fantasma.

Ma tornando alla separazione, noi, quelli che abbiamo conosciuto la dimensione della lontananza, quelli che abbiamo avuto acceso all'esperienza della perdita quasi totale di tutto ciò che fino ad un certo momento costituì il nostro mondo, abbiamo potuto imparare che niente è così definitivo come sembra, neanche i grandi dolori, ed è per questo che in una delle nostre ultime chiacchierate abbiamo convenuto sul fatto che ci saremo mancati moltissimo a vicenda, ma abbiamo anche convenuto sul fatto che poi, lentamente, saremo andati dimenticandoci, non dell'amico, ma del dolore che la lontananza dell'amico provoca in noi, per essere sostituito da una specie di dolce malinconia: la sublimazione di cui ti parlavo prima. E' senza dubbio un meccanismo di difesa della nostra psiche: se non puoi evitarlo, cerca il modo in cui ti faccia meno male.
Forse ciò che fa ancora più difficile questo addio, per noi quattro, sia quella sensazione che, credo, tutti abbiamo, di esserci incontrati "fuori tempo", quella sensazione per la quale pensiamo che se ci fossimo avvicinati, tante cose si sarebbero potute fare, tanti progetti che hanno a che fare con interessi comuni, con la voglia che tutti abbiamo di camminare insieme anche soltanto per un tratto, in modo di poter realizzare qualche grande impresa. E se fosse solo una fantasia, un'altra delle tante masturbazioni mentali che ogni giorno ci concediamo, per giustificare l'inerzia di non aver fatto niente quando ne avevamo il tempo?
Al diavolo! Quel che veramente conta sono tutte le cose che sì abbiamo fatto, tutte le risate che abbiamo lasciato volare, tutte le notti che abbiamo transitato, immersi in complessi discorsi ai quali assistevano, mute e sbalordite, con aria di non capire niente, le bottiglie vuote che ci avevano regalato il loro prezioso vino, elisir magico che ci apriva le porte alla ricerca di noi stessi. Prendiamo atto del fatto che sono quelle le cose che ci mancheranno quando non saremo più insieme, quelle che avrebbero potuto essere, invece, continueranno ad essere abitanti del pianeta del "Chissà".

Abbiamo analizzato molte volte i motivi di questa difficoltà che abbiamo, nella nostra condizione di immigrati, per stabilire legami affettivi tanto consistenti come quelli che abbiamo lasciato nella nostra terra, e siamo arrivati alla conclusione che, aldilà delle differenze culturali che ovviamente implicano anche una differenza nelle modalità dei rapporti umani, ha una grande importanza il tempo, cioè il fatto che tutte quelle amicizie che abbiamo lasciato si sono andate costruendo negli anni, senza che noi le forzassimo e soprattutto, nella maggior parte dei casi, sono nate in periodi della vita specialmente fertili: l'infanzia, l'adolescenza; da un'altra parte quei legami si creavano in ambiti che ci erano naturali, come la scuola, l'università, il lavoro, e quindi quasi statisticamente era più probabile che venissero ad incontrarsi tra di loro persone con interessi comuni o con caratteristiche similari, mentre trovandosi uno immerso in ambiente nuovo, sconosciuto, senza conoscere nemmeno certi codici che appartengono al passato di quasi tutti gli individui che si sono sviluppati nelle stesse condizioni culturali, politiche, economiche, storiche e perfino geografiche, chiaramente quella probabilità è molto minore. Naturalmente, e sempre parlando in termini statistici, questa bassa probabilità non implica impossibilità, e ho prove di questo, ma la ricerca diventa così faticosa che si corre il rischio di stancarsi o cadere nello scetticismo più assoluto.
Perché tutto questo? Sicuramente perché in me a molto a che fare con il dolore che mi provoca la tua partenza, vale a dire, senza tanti giri di parole: ma è possibile che quando trovo qualcuno che riesce a far crollare le mie barriere affettive, quel qualcuno se ne debba andare?
Sì, evidentemente è possibile e sta succedendo, e non serve a niente che io mi flagelli girando in cerchio intorno a questo sentimento che comunque, come ho già detto, so non permanente. Passerà, come sempre, e credo che la saggezza stia nel saper attendere che passi con la maggior tranquillità possibile, senza drammi inutili e assurdi.
Il problema è che, nel frattempo, le barriere affettive tornando ad installarsi; sono, chiaramente, una tendenza naturale in me, che sembrerebbe aumentare con gli anni. Una tendenza alla quale mi sono affacciata un'infinità di volte con gli occhi della ragione, ma per un qualche motivo rimango sempre in superficie; mi viene in mente l'immagine di un lago congelato: quando lo si guarda si pensa di star vedendo il lago, ma in realtà si vede solo la sua superficie, il lago è quello più tutta l'acqua che c'è sotto, e per poterla vedere bisognerebbe prendersi la briga di rompere il ghiaccio e mettersi dentro l'acqua, e sentire tutto quel freddo dentro il corpo, per rompere più ghiaccio e poter vedere più lago. Senza dubbio serve coraggio. A dire il vero, credo che negli ultimi tempi qualche pezzetto di ghiaccio l'ho rotto e sono arrivata perfino a entrare in acqua, ma ho resistito poco al freddo e ne sono uscita subito, cercando di vedere attraverso il piccolo buco tutto il lago. Non è molto, lo so, ma è già qualcosa, no?.
Ad ogni modo, andandotene mi lasci il lavoro di ricostruire la barriera, per chiudere il passaggio che avevi aperto, e sicuramente metterò tutto il mio impegno (il mio inconscio lo farà) nel costruirla più sicura e resistente di prima, così sarà ancora più difficile che qualcun altro la possa rompere.

IV. L'oblio, le colpe, la libertà

Per favore, non permettere che tuo figlio mi dimentichi, mi ha fatto sempre molta paura l'oblio dei bambini, forse perché è molto più concreto di quello degli adulti. Gli adulti possono dimenticare emotivamente, ma difficilmente dimenticano razionalmente una persona, invece i bambini, forse perché hanno una memoria più labile o più corta (non conosco i dettagli tecnici della questione), in assenza di un contatto periodico possono dimenticare completamente un oggetto o una persona.
Io sento che se un bambino mi dimentica è come se smettessi di esistere e io non voglio smttere di esistere per tuo figlio.
Ho imparato ad amarlo molto, sai? Eppure non gliel'ho mai detto, non gliel'ho mai dimostrato, che idiota!, non so se a lui sarebbe servito, a me sicuramente sì.
Ho sempre ammirato il modo in cui voi lo aiutate a crescere (credo che questa sia un'espressione più valida che "educare") con quel senso quasi prioritario dell'indipendenza, nel quale immagino lui senta di essere molto legato a voi solo dall'affetto e non perché sia convinto che senza di voi non riuscirebbe a sopravvivere, che è invece il modo in cui molti genitori fanno crescere i loro figli, perché così giustificano la loro vita e il loro ruolo di genitori. Il figlio deve dipendere da loro, altrimenti perché si sono presi la briga di farlo venire al mondo e di crescerlo? Perché avrebbero rinunciato a tante cose decidendo di avere un figlio se, in compenso, non diventano indispensabili per quel figlio?
Credo che tuo figlio sia perfettamente consapevole del fatto che il vostro affetto è per lui tanto necessario quanto la tazza di latte che gli offri ogni mattina, ma nello stesso tempo sa che se una mattina tu non potrai dargli la tazza di latte, lui potrà tranquillamente prepararsela da solo. Sa, cioè, di possedere tutte le potenzialità, il che non implica che possa realizzarle tutte contemporaneamente: oggi, con i suoi sette anni, non può guidare un'auto ma questo non lo preoccupa, poiché nessuno gli ha detto che lui non l'avrebbe potuto fare. Non credo di sbagliare se dico che è un essere umano naturalmente padrone di se stesso.
Capisci di cosa parlavamo io e tuo marito quando dicevamo che è più difficile liberarsi da preconcetti che sono stati introdotti in noi in modo subliminale? Quando, in maniera cruda ma di fronte, ti trovi davanti alle repressioni, le paure o le colpe che ti vogliono addossare (chi? I genitori, gli educatori, la religione, la società, lo stato), non dico che si soffra di meno, crescere ed acquisire un'identità propria fa sempre soffrire, però è più facile riconoscere quelli elementi e stabilire se gli vogliamo e meno nelle nostre vite adulte, a partire da lì puoi architettare un po' più liberamente la tua strategia per lottare e difenderti. Anzi, ti vedi quasi spinta a sviluppare una personalità forte, se non vuoi soccombere.
Quando invece l'aggressione non è chiara ed evidente, senza accorgertene cresci con l'informazione che non sei in grado di fare praticamente niente senza l'aiuto di qualcuno (qualcuno che, certo, con sincero affetto fa tutto per te), che la vita e il mondo sono un enorme pericolo e quindi avrai sempre bisogno di qualcuno che ti protegga, che la società in cui vivi ha certe regole morali (in realtà parlano di sesso, che sembrerebbe essere l'unica vera immoralità, non parlano mai di guerra, di oppressione, di corruzione) che non devono mai essere infrante perché la punizione sarà come minimo l'inferno, che devi essere sempre e non ostante tutto buona, anche a costo della tua libertà, dei tuoi diritti, de te stessa.
Poi, a un certo punto, cosa succede? Succede che, secondo le regole della società in cui vivi, arrivi ad una età in cui si suppone che sei ormai grande e devi arrangiarti per conto tuo, ma siccome non te ne hanno mai dato gli elementi necessari, non hai la minima idea di cosa fare, la decisioni più insignificanti diventano trascendenti, il più piccolo ostacolo sembra insuperabile … insomma, ti senti una perfetta fallita.
Sarai d'accordo con me che diventa molto più difficile individuare l'oggetto della lotta, la scelta da fare, la strategia da seguire; essendo più difficile, il processo si ritarda. Ti ripeto, non è che si soffra di più, si soffre più tardi, quando non è più tempo di crescere ma di essere già "grande", e questo complica tutta la vita d'adulto, che è quando si dovrebbe sviluppare al massimo l'attività creativa, produttiva, spirituale, e uno si trova paralizzato, occupato a tagliare cordoni ombelicali.
E' per tutto questo che dico di ammirare il modo in cui cresce tuo figlio, perché credo che stia crescendo "giusto in tempo".
Mi mancherà, mi mancheranno le sue riflessioni a volte così adulte che ci lasciavano a bocca aperta, mi mancherà la sua risata fresca, i suoi occhi apertissimi e quel suo modo simpatico di prendermi in giro imitando i miei gesti, le mie parole, che probabilmente era il suo modo di studiare i codici e i comportamenti della "gente adulta".

V. La partenza

Così come ogni cosa arriva, arrivò il giorno della partenza.
Gli ultimi giorni li avete passati a casa nostra e, come vi ho già detto, quello è stato il miglior regalo di addio che ci poteva fare, perché anche in mezzo alla agitazione, le corse e i nervosismi degli ultimi momenti, abbiamo avuto la possibilità di provare un'esperienza nuova nella nostra amicizia: la convivenza, ed è stata una buona esperienza, credo che a tutti ci insegnò qualcosa.
Erano patetici gli sforzi che facevamo per evitare l'argomento della separazione, così come il modo in cui cercavamo pretesti che ci mantenessero legati attraverso la distanza, anche se sapevamo che erano più vicini alla fantasia che alla realtà.
Solo ora mi rendo conto che non mi è venuto neanche in mente offrire una mano per trasportare le valigie fino al piano terra in modo che fossero pronte quando venissero a prendervi per andare in aeroporto, evidentemente ho negato fino all'ultimo momento l'imminenza della partenza.
E' stata dura, soprattutto nelle ore precedenti, perché eravamo concentrati nel trattenere i sentimenti, in non mollare; almeno nell'addio abbiamo potuto scioglierci, lasciarci invadere dall'emozione, piangere, abbracciarci, dirci quanto ci saremo mancati a vicenda e tutte quelle cose che sempre si dicono in questi casi, cose che in qualsiasi altro momento suonano a "telenovela" e invece in quel momento hanno significati profondi, perché vengono fuori senza che noi le prepariamo, perché emergono dalle nostre viscere mescolate con le lacrime in un'esplosione che ci supera, che non riusciamo né ci interessa controllare; in quell'istante siamo soltanto uno strumento di qualcosa che esiste aldilà di noi stessi, del nostro intelletto: l'emozione. So che potrò dimenticare molti particolari che vi riguardano, o che riguardano la nostra amicizia, che andranno dissolvendosi nel tempo e nella routine, ma non dimenticherò mai quell'abbraccio.
Amo particolarmente quel tipo di situazioni, anche quelle dolorose, perché segnano punti di massima intensità nella mi condizione di essere viva, sicuramente perché sono eventi poco frequenti nella mia quotidianità così misurata, così controllata, nella quale difficilmente mi permetto di manifestarmi totalmente.
Sono perfettamente consapevole che in quell'abbraccio e in quelle lacrime ho abbracciato e ho pianto tutte le amicizie perdute lungo la mia vita, perdite che non ho vissuto completamente a suo tempo e sono venute fuori nel nostro addio; dicono gli psicologi che un duello prima o poi si vive. Evidentemente io ho deciso di viverli tutti insieme, a giudicare dalla quantità di lacrime che ho versato.
So anche che stavo piangendo la solitudine che avrebbe invaso il giorno dopo, quando mi fossi accorta che non avrei potuto alzare il telefono, fare il tuo numero e dirti: mi offri un caffè?, pretesto abituale per iniziare una di quelle lunghissime chiacchierate nelle quali perdevamo la nozione del tempo e che ogni tanto ci permettevamo, anche se, nel mio caso, non potevo evitare i sensi di colpa di aver dedicato tutto quel tempo ad una attività che non fosse "produttiva" secondo i parametri della società in cui viviamo. Comunque ho sempre preferito caricare il mio senso di colpa e non rinunciare a quelle poco frequenti possibilità di comunicazione.
So che da ora in poi se svilupperà in me nuovamente la tendenza all'isolamento, e dovrò, ancora una volta, cominciare da zero il faticoso lavoro di contattarmi con l'esterno. Ma, dopotutto, che cos'è la vita se non un continuo ricominciare?

VI. Il dopo

E' quasi un mese che ve ne siete andati, e nemmeno una lettera, una telefonata, né da una parte né dall'altra, abbiamo fatto forse un tacito accordo? Senza dirlo abbiamo scelto il silenzio, sapendo che comunque una lettera non aggiunge ne toglie niente al sentimento, che gli abbracci stanno scomodi dentro una busta per via aerea?
Forse semplicemente siamo tutti troppo occupati, voi nell'ambientarvi nella nuova realtà, nel imparare di nuovo luoghi, affetti, volti e gesti semi dimenticati, noi nell'abituarci all'assenza, nel visitare il pezzetto di solitudine che ci avete lasciato, nell'internare questa nuova dimensione della nostalgia, la nostalgia di rimanere quando è un altro ad andarsene.
Col passare dei giorni il dolore si è attenuato e uno comincia a rimpiazzare cercando delle attività che riempiano i tempi che appartenevano all'amicizia.
Passo allora a farti una specie di resoconto della situazione, da questo lato della distanza:
Non abbiamo smesso di fare tardi la notte con una certa frequenza, come una specie di rito, o semplicemente un modo di vita. Parliamo poco di voi, facciamo le cose di sempre, continuiamo ad amare, non abbiamo smesso di mangiare, non siamo diventati astemi, ridiamo tanto come prima…abbiamo due amici in meno. (Sì, lo so, ci rimane sempre la sublimazione, ma lasciamola da parte per un po', altrimenti s'impadronisce di tutto, s'inghiottisce il sentimento e lo dà indietro come un'immagine colore rosa con una cornicetta stile rococò quasi nauseabonda, che non c'entra niente con ciò che il sentimento era).
Qui la gente si prepara per le feste, come tutti gli anni, comprano regali, quantità di cibo che non riuscirebbero a mangiare in un anno e belle cartoline con paesaggi natalizi da mandare alle persone che amano (e a quelle che non amano pure, a Natale tutti diventano più buoni).
Nei paesi in guerra si proclamerà, probabilmente, giorno di tregua il 25 Dicembre, e dopo aver ascoltato il messaggio natalizio di Pace e Amore che il Papa trasmetterà per TV a tutta l'umanità , i soldati riprenderanno le armi e cominceranno a sparare di nuovo.
Sicuramente i politici faranno un brindisi esprimendo buoni propositi per il prossimo anno, promettendo di lavorare tutti insieme per il bene del paese e il giorno dopo ognuno di loro continuerà a studiare il modo migliore di rovinare gli altri per poter così ereditare la totalità dell'elettorato, fantasia recondita di ogni buon politico.
Sì, lo so, pensi che mi sono sbagliata e ti sto raccontando le cose che succedono dalla parte del mondo in cui stai tu, ma non è così, queste sono quelle di qua, è solo che sono uguali a quelle di là, il mondo è un grande teatro dell'assurdo e siamo tutti eccellenti attori, rispettiamo fino in fondo le regole del gioco, accettiamo senza rimorsi le ipocrisie degli altri e siamo ugualmente ipocriti con gli altri.
Pochi giorni fa ho assistito ad una scena terribile: mentre aspettavo mio marito all'ingresso di uno di quelli grandi magazzini in cui è possibile comprare da un quaderno ad una camera da letto, tre tipi presero a pugni un ragazzo negro che, all'entrata del negozio, con il permesso dei proprietari, vendeva le sue cianfrusaglie che sicuramente non gli bastano per vivere ma sono l'unico che ha. E' venuta una guardia, li ha separati, son venuti i proprietari del magazzino, hanno fatto entrare il negro e chiamarono la polizia.
Insieme a me almeno altre due persone avevano visto quello che era successo, quando è arrivata la polizia gli aggressori erano ancora lì, evidentemente si sentivano molto sicuri di essere dalla parte della giustizia avendo aggredito in tre un uomo solo. I poliziotti hanno cominciato a fare domande e prendere dichiarazioni, e tutt'a un tratto l'unica che aveva assistito alla scena ero io, le altre persone erano svanite, le stesse persone che pochi minuti prima si mostravano indignate per ciò che era accaduto. Mi sono sentita molto male. Mi sono sentita molto sola. E anche se ti può sembrare strano, in mezzo a tutta quella confusione ho pensato a te, ho pensato che tu saresti rimasta.
E' anche per cose come questa che mi manchi.

Per il resto, qui non ci sono grandi novità, si continua a vivere…

VII. La lotta

Pochi minuti fa nevicava, al di fuori della finestra il cielo stava per cadere, ed ha così poco a che fare il tango di Piazzolla che sto ascoltando con quel paesaggio esterno fi colline bianche di neve e tetti spioventi, ma ha così tanto ha che fare con il mio paesaggio interno… E non posso non pensare a voi e a tanta altra gente che sta da quella parte della distanza, combattendo una realtà diversa, ma con la stessa stanchezza, con la stessa impotenza… non è il luogo il problema, è il "fuori tempo", quello di aver scelto, per crescere, il binario sbagliato.
In ogni tempo ci sono più di una realtà nella quale posizionarsi per partecipare alla corsa, a volte predomina una, altre volte un'altra; c'è chi può scegliere, altri non hanno alternativa. Noi abbiamo scelto, nel nostro tempo di crescere, il binario che sembrava portare al futuro, così abbiamo studiato, ci siamo sensibilizzati, abbiamo rotto dei tabù, abbiamo rinunciato a molte certezze, abbiamo trasgredito convenzionalismi, ci siamo fabbricati degli ideali e abbiamo creduto in essi difendendoli in molti casi con la vita, abbiamo sofferto ogni perdita, abbiamo applaudito ogni conquista e improvvisamente il tempo si è preso gioco di noi mettendo quel futuro, il presente di oggi, nel binario accanto, e la nostra scelto è rimasta fuori dalla realtà, noi stessi siamo degli strani personaggi che parlano un linguaggio arcaico, con vocaboli che sembrerebbero essere stati eliminati dal dizionario, per essere sostituiti con altri più attuali, più adatti alla vita contemporanea: mercato, consumo,…e tanti altri.
Sì, noi, che ci eravamo preparati per muoverci in un mondo in cui l'uomo sarebbe stato libero, un mondo in cui uno dei principali valori sarebbe stato l'arte, il quale a sua volta doveva essere lo strumento della liberazione dell'uomo, poiché non parlavamo di una librazione ottenuta con guerre, rivoluzioni e morte ma della liberazione più assoluta che si possa immaginare, quella che nasce all'interno di una persona, quella per la quale un essere umano si può esprimere con ogni mezzo a disposizione, senza alcuna repressione, né interna né esterna, ed eravamo convinti che l'arma più efficace per quello fosse l'arte, in tutte le sue forme, l'arte non già come attributo di una elite di pochi scelti che avevano ricevuto, come "dono divino" il "talento", ma l'arte come manifestazione umana basilare, ci siamo invece trovati immersi in un mondo che dà ancora spazio a movimenti come il neo-nazismo e vediamo giovani con la testa rapata che si giudicano il diritto di "fare giustizia" menando e assassinando altri giovani semplicemente perché appartengono ad una razza diversa, un mondo che non solo non riesce a sradicare la guerra ma che sembrerebbe star vivendo un'intensificazione di quella pratica abominevole e inumana. Un mondo nel quale la stupidità raggiunge livelli inimmaginabili attraverso elementi che potrebbero aver avuto un utilizzo molto più costruttivo: i mezzi di comunicazione; si parla di sensibilità e sentimento e si fanno trasmissioni televisive in cui la signora che ha litigato col marito dice davanti alla telecamere: "Torna, ti perdono" o cose del genere, utilizzando l'imbecillità umana per fabbricare più imbecillità umana; è un'industria machiavellica ma straordinariamente redditizia, in cui con costi praticamente inesistenti si ottengono enormi guadagni e un risultato tremendamente conveniente: l'anestesia generale della società.
Tutto questo io lo chiamo sovversione, perché è appunto un'inversione dei valori che sono essenziali per l'essere umano; la politica, ad esempio, una delle attività primarie dell'uomo dato che a che fare con la sua necessità di organizzarsi, di darsi regole per raggiungere un funzionamento il più perfetto possibile della società nel beneficio di tutti ed ognuno dei suoi componenti. Nel nostro presente, invece, questo obiettivo si è perso, e coloro che si dedicano alla politica si occupano di perfezionare non la società ma la politica stessa, è una politica fin a stessa, che dimentica completamente le reali necessità della società per discutere su metodologie e sistemi più adatti … a fare politica; è allucinante ed è ancora più allucinante se pensiamo che coloro che dovrebbero essere i destinatari del lavoro dei politici, siamo proprio noi. Invece di reagire contro questo non adempimento dei loro doveri, reagire se non altro non lasciandoci coinvolgere nei loro "divorzi", "innamoramenti", alleanze e "disalleanze", partecipiamo, discutiamo tra di noi, difendiamo oggi questo e domani quello e continuiamo a permettere che ci anestetizzino per non sentire il dolore di tutte le carenza umane, essenzialmente umane, che ci sommergono.
Non mi sembra poi una cattiva idea quella di quell'attore che alla fine del suo spettacolo si domandava perché qualche volta non danno l'opportunità di governare agli artisti. Credo che almeno, come esperienza, sarebbe molto più divertente.
Come non sentirci traditi da questo presente? Come non sentire il bisogno, in un mondo al quale sembreremmo non appartenere, di trovare, almeno una volta ogni tanto, un interlocutore con il quale poter comunicare senza dover stabilire previamente tutto un codice di linguaggio?
Ed è lì dove nasce l'isolamento, la paralisi, il quasi autismo nel quale ogni tanto cadiamo e dal quale soltanto una cosa riesce ancora a riscattarci: l'affetto.

VIII. La vita

Sembra sempre così difficile dover abituarsi ad una assenza, sembra così grande sempre la nostalgia eppure la nostra capacità di adattamento sembra essere illimitata, è così tanta la nocessità di sopravvivere che ci inventiamo ogni giorno la speranza, fabbrichiamo ogni mattina l'illusione e così riusciamo a superare le assenze, le nostalgie, la vita.
Siamo un cumulo di cicatrici e continuiamo a germogliare; siamo vivi. Non so se torneremo ad incontrarci in qualche altro angolo de la strada e forse non è importante, ciò che importa è che qualche volta ci siamo incontrati e, come succede in tutti i rapporti profondi, ognuno di noi ha dato qualcosa agli altri.

torna su
Prefaciòn

El libro de Patricia Monica Vena se divide en tres partes: en la primera cuenta su propia vida. Una vida constelada de grandes cambios que llevan a la autora a tomar decisiones que se revelarán definitivas y radicales, pero no lo suficientemente incisivas como para forjar un nuevo carácter.
Trece años atrás, junto al compañero de su vida, decide dejar la Argentina con dirección a Italia.
Italia para Patricia se revela una gran ilusión: por un lado ella descubre el "Bel Paese" que le contaban sus abuelos, emigrados a su vez desde Sicilia, por el otro emergen las grandes contradicciones entre las dos realidades, la italiana, vista como el mundo materialista, vaciado en su mayor parte de los valores humanos y la argentina que la autora ama definir de tercer mundo, pero en realidad colma de valores humanos que, como se sabe, abundan siempre en las realidades donde se vivieron opresiones y sufrimientos.
Lamentablemente esto demuestra que el hombre tiene que ser pobre por fuera para resultar rico por dentro y, hasta tanto no comprenderá el modo de utilizar correctamente la riqueza material, tendremos siempre hombres ricos por fuera y pobres por dentro y viceversa.
De estas contraposiciones surge una fuerte personalidad compleja e indudablemente inquieta, capaz de modificar las cosas según la propia voluntad, pero justamente esta peculiaridad crea en ella nuevas tensiones en el ánimo haciéndolo inevitablemente y concientemente impetuoso, como un mar por momentos movido por momentos agitado.
La segunda parte en versos y la tercera en forma epistolar recorren el mismo camino, pero con matices distintos, con nuevas angulaciones que alternan luces y sombras a veces densas y otras veces débiles, en busca de una identidad aún por definir.
Decidir leer las experiencias de Patricia Vena es seguramente útil a todos aquellos que están a la búsqueda de emociones fuertes y de sí mismos. El viaje introspectivo es un pasaje obligatorio para comprender las cosas de este mundo.

Giovanni Campisi


Solo ahora, que decidí escribir sobre la nostalgia a causa de la lejanía de la patria, de tantas personas amadas y de los lugares que formaron parte de mí, me doy cuenta que soy una nostalgia desde siempre.
He vivido la nostalgia de la infancia, de los abuelos que no conocí, de los hermanos que no tuve nunca, de las cosas que nunca hice, de los lugares que nunca ví, de los libros que nunca leí, de los hijos que nunca parí...
Yo, la de la risa fácil, la que está siempre alegre junto a los demás, la que sabe reírse de sí misma divirtiendo a los demás, he descubierto que soy una nostálgica sin remedio.
Por este motivo en estas páginas están todas esas nostalgias y no solamente la de la Patria. Aunque ésta última es, quizás, la más grande porque involucra y contiene todas las otras.

 

Soy argentina y también Maxs, mi marido.
Yo soy bioquìmica, él artista plàstico.
Somos descendientes de italianos y un dìa decidimos emigrar hacia la Italia de nuestros antepasados.
La que sigue es una especie de crònica de nuestras vivencias, y de la Italia que encontramos, o sea, intenta ser el relato de "la nostra Italia" y también un homenaje a nuestra Argentina.
Es una historia en presente.
Es también, y sobre todo, una catarsis.

Eramos inmigrantes. Inmigrantes del año 2000.
Una experiencia distinta a la de nuestros abuelos, una inmigraciòn con caracterìsticas nuevas, con un ritmo propio, con la misma angustia bajo una forma distinta.
Eramos inmigrantes. Estàbamos en medio del hall de Fiumicino con nuestras seis valijas, nuestros ojos tan abiertos, a 15000 Km de casa, con una agenda llena de direcciones y nùmeros de teléfono de gente desconocida, amigos de amigos, parientes de conocidos ... posibles contactos... potenciales manos extendidas.
Pero solos, tangiblemente solos y, para peor, incomunicados; los italianos de Italia no hablaban como los italianos de Argentina, a estos no se les entendìa nada y lo que es aùn peor, ellos no nos entendìan a nosotros.
Sin embargo, la euforia podìa màs que la angustia en aquellos momentos. La novedad, el descubrimiento, querer verlo todo, emborracharnos los ojos de tanto paisaje, de tanta historia. Venìamos de un continente joven, Sudamérica, nuestra Sudamérica sin medioevo, sin castillos, ni torres, ni pueblitos antiguos. Todo esto nos fascinò, nos encantò, y mitigò en aquellos primeros momentos el dolor de la distancia, de los afectos que quedaban atràs. Creo que ni siquiera nos dàbamos cuenta de qué cosa habìamos dejado a nuestras espaldas, quiero decir, no medìamos en toda su magnitud el desarraigo que habrìamos de vivir.
Recuerdo dos sensaciones que se me imprimieron en alguna parte de la mente durante aquellos primeros dìas en Pescara; dos sensaciones quizàs contradictorias, pero igualmente fuertes; una, el olor de los bares italianos, que después identifiqué como una mezcla de aroma de café express y de facturas recién hechas y que desde entonces llamo "olor a Italia"; la otra, la sofocante necesidad de escuchar hablar en español. Las definì contradictorias y ahora agrego "primarias", porque la primera, el "olor a Italia", era un hecho placentero, agradable, y representaba de algùn modo mi primer punto de contacto positivo con el nuevo habitat, que parecìa recibirme con un cierto calorcito acogedor, mientras la segunda era la primera materializaciòn de todas las barreras que, en aquel momento aùn no lo sabìa, tendrìa que atravesar.


Nuestra primera mañana en Italia.
_ Muy bien, aquì estamos ... y ahora? _ exactamente la pregunta que se podìa esperar de mì, siempre deposité en Maxs el rol del que toma las iniciativas, yo después me pongo al lado, escucho atentamente el plan de acciòn y empiezo a caminar en la misma direcciòn. Porque confìo en su capacidad para tomar decisiones o por comodidad? Probablemente por las dos cosas.
_ Ahora, empezamos a movernos _ también ésta, una tìpica respuesta de Maxs. Hacer, para obtener resultados y para mitigar la angustia de la incertidumbre.
Y asì, después de varios llamados telefònicos, nos contactamos con un primo mìo que estaba estudiando a pocos kilòmetros de Pescara; nos vino a buscar y nos instalamos provisoriamente en un pequeño pueblito de la costa adriàtica, Grottammare.
Creo que es allì donde empieza verdaderamente la historia. Segunda barrera: el trabajo; como ya dije, la primera fue el idioma. De todos modos, la enumeraciòn responde solamente al orden de apariciòn de dichas barreras, que no tenìan ni siquiera la delicadeza de aparecer cada una de ellas cuando ya habìa sido superada la anterior, sino que se superponìan y coexistìan en una confusiòn tal que no logràbamos clasificarlas por orden de importancia.
El trabajo... primera diferencia con la inmigraciòn en nuestro paìs. En aquellos tiempos, quienes emigraban a Argentina dificilmente tenìan un tìtulo de estudios a un oficio determinado, por lo tanto no era muy distinto el tipo de trabajos que podìan hacer en su paìs de origen o en Argentina.
Nosotros en cambio, venìamos con nuestros diplomas en la mano, llenos de sellos, firmas, legalizaciones, traducciones, etc. y en ellos depositàbamos nuestras expectativas acupacionales, eran una suerte de llaves màgicas que nos abrirìan las puertas del éxito en la vieja Europa, que venìamos a revitalizar con el fuego sacro de nuestro saber.
No servìan a nada, a nadie interesaban nuestros diplomas de "tercer mundo", y pronto aprendimos que los posibles caminos a seguir eran dos: hacer los trabajos que muchos italianos no querìan hacer y que nosotros mismos no hubiésemos hecho en nuestro paìs, aunque, hay que reconocerlo, aquì eran retribuìdos en modo que permitìa vivir decentemente y en Argentina no, o bien obtener los contactos adecuados para que alguien nos permitiese demostrar que sabìamos hacer lo que nuestros diplomas decìan que sabìamos hacer.


No durò demasiado nuestro establecernos en el departamento de Grottammare; debìamos dejarlo después de un mes porque ya habìa sido alquilado para la temporada de verano.
Era solamente nuestra primera base de operaciones, un respiro para poder pensar màs o menos tranquilamente qué hacer y como.
Maxs casi no se permitìa reposo, veìa gente, hacìa llamados telefònicos, corrìa, buscaba. Obtuvo dos proposiciones para presentar una muestra pictòrica, pero no tenìa los cuadros, habìa que hacerlos, lo cual significaba una inversiòn de dinero y tiempo que no estàbamos en grado de afrontar.
Yo en tanto vivìa una mezcla de sensaciones que iban desde un estado de permanente encantamiento, a un terror irracional de encontrarme sola de frente a un italiano y tener que comunicarme con él, el problema del idioma me sofocaba y me inmovilizaba. No me despegaba un minuto de Maxs. En cuanto al trabajo, buscàbamos, cada uno de nosotros orientàndose hacia lo que sabìa hacer. Y aquì descubrì, o quizàs tomé conciencia de ello, que estaba en inferioridad de condiciones. Maxs hacìa contactos como pintor, se presentaba como dibujante gràfico, se ofrecìa como técnico en electricidad, preguntaba en agencias publicitarias. Yo mostraba en tres o cuatro laboratorios, privados porque a nivel pùblico ni pensar, mi tìtulo de bioquìmica. Era lo ùnico que sabìa hacer, habìa dedicado casi un tercio de mi vida a aprender a hacer anàlisis quìmicos, clìnicos y microbiològicos.
Descubrì que Italia no estaba esperando ansiosamente mi llegada para que ponga a su servicio mi vasto bagage de conocimientos en la materia.
La vivienda, tercer obstàculo. No hubiese creìdo jamàs que podìa ser tan importante para mì el tema del lugar propio y no me refiero a propiedad econòmica, no tenìamos intenciones de comprar una casa, solamente aspiràbamos a poder alquilar una en modo permanente. Habìa vivido casi toda mi vida en la misma casa y por lo tanto me era natural reconocer cada rincòn, cada baldosa.
Tenìa necesidad de ello.
En Italia no era fàcil; no lo era para los italianos y lo era menos para nosotros, a quienes nadie conocìa, extranjeros que "quien sabe si después se van a ir de la casa cuando la necesitemos". La ley italiana dificulta desalojar a los inquilinos si éstos no tienen una casa donde ir.
Cinco casas en dos años es demasiado para cualquiera, incluso en el propio paìs, ni qué hablar en el extranjero. También esto se resolviò.
Maxs empezò a trabajar para una agencia de publicidad.
A mì tuvieron que operarme, una formaciòn ovàrica que era necesario extirpar.
Hacìa dos meses que residìamos en Italia, todavìa no lograba manejar el idioma y esto dificultaba aùn màs mi ya difìcil comunicaciòn con los médicos que, en aquel momento lo descubrì, tenìan un trato con el paciente distinto al de los médicos argentinos; me refiero a que me resultaba demasiado formal y, sobre todo, tenìa la impresiòn que no daban muchas explicaciones, como si pensasen que total yo no iba a entender ( porque era una extranjera o porque era un paciente?).
Esta actitud se revirtiò en parte cuando logré ( o mejor dicho Maxs logrò) hacerles saber que yo era bioquìmica.
Esos veinte dìas en la clìnica no fueron fàciles, Maxs habìa apenas empezado a trabajar y no podìa estar todo el tiempo conmigo. Habìa algunos amigos recientes que venìan a verme, pero creo que yo esperaba otros rostros, rostros queridos que estaban tan lejos.
Finalmente me informaron que todo estaba bien, que no corrìa ningùn peligro y podìa volver a casa. Otro escollo superado. Mientras Maxs se afianzaba en su trabajo, yo ponìa a prueba mis fuerzas psìquicas haciendo trabajos ocasionales, una lavanderìa, una empresa de limpiezas, la vendimia, una señora anciana a quien cuidar.
No habìa caso, no me resignaba a renunciar a mi profesiòn, ni a mi tìtulo de doctora.
H ice las averiguaciones pertinentes para saber qué debìa hacer para que mi tìtulo fuese reconocido en Italia. Un gran amigo, Angelo, se ocupò personalmente del tema, informàndose en las universidades y finalmente llegò la respuesta: debìa dar un examen inicial para que pudiesen evaluar mi nivel de conocimientos, después del cual debìa hacer al menos tres años de universidad.
Mi decisiòn fue inmediata; yo ya habìa superado las muchas dificultades que mi carrera presentaba en la Argentina y mi tiempo de estudios y preparaciòn para ejercer la profesiòn ya habìa pasado, ahora querìa trabajar y poner en pràctica todo lo aprendido, por lo cual decidì que si mi diploma, tal y como era, era aceptado, bien, sino, trabajarìa en otra cosa.
El idioma dejò de ser un problema, descubrì asombrada que me apasionaba el estudio del lenguaje y ademàs me resultaba fàcil; casi naturalmente iba incorporando elementos, entonaciones y giros idiomàticos, que enriquecìan y fluidificaban mi italiano.
Creo que me asustaba tanto la posibilidad de hacer el ridìculo hablando mal, que inconcientemente hacìa esfuerzos increìbles por captar cada detalle y recordarlo.
También la casa dejò de ser un problema; finalmente alquilamos un departamento por un perìodo de tiempo razonable, donde pudimos empezar a poner un toque de nosotros, para poderlo sentir un hogar.
En cuanto al trabajo, al menos Maxs se iba creando un lugar y un nombre en el ambiente publicitario de la zona. Claro, no le quedaba mucho tiempo para pintar, pero estàbamos convencidos que ya llegarìa el momento.
El tiempo pasaba, nosotros nos afianzàbamos cada vez màs en el nuevo ambiente y muchas de las barreras iban quedando atràs. Al menos las màs tangibles, las màs "fìsicas" por decirlo de alguna manera.Claro , aparecìan otras.

Mirar lejos
y no ver horizonte,
no ver esa lìnea
recta y familiar
de nuestra llanura.
Mirar lejos
y ver una lìnea quebrada
atractiva
pero extraña.
Buscar el rìo,
y encontrar el mar.
Buscar los gestos
del còdigo propio,
conocido y comùn
y no encontrarlos.
Tener que aprender
mensajes nuevos
que no nos expresan,
pero nos igualan,
la vieja treta
de todas las especies,
el mimetismo
para subsistir.

Debo aclarar que ese paisaje, lleno de ritmo, colores y movimiento, me cautivò y me sigue fascinando, aùn cuando no llego nunca a sentirlo propio. Sigo sintiendo màs naturales las infinitas planicies, los largos kilométros desolados de nuestras pampas.
Son dos lenguajes distintos, y amo los dos, en distintos modos.
Lenguajes... còdigos... he aquì una de las nuevas vallas que encontramos, ya no las màs inmediatas, sino las que fueron apareciendo con el tiempo, con el conocer gente, con el establecer contactos humanos.
Eramos capaces de hablar en italiano y establecer comunicaciones formales, pero nos faltaban esos otros còdigos, aquellos internalizados a lo largo de una infancia, de una adolescencia, de una vida, y que nosotros tendrìamos que aprender en tan poco tiempo.
Pero, es posible aprenderlos? . Es posible realmente incorporar elementos a nuestro lenguaje hablado, gestual y corporal, que tienen que ver con vivencias, sentimientos, experiencias?. Creo que es la GRAN BARRERA; es como si nos hubiésémos curado recién de una amnesia y por lo tanto pudiésemos relacionarnos con quienes nos rodean solo en un plano presente, sin pasado, lo cual crea siempre la sensaciòn de quedarse afuera, porque todo presente es siempre un resultado del pasado. Y ellos y nosotros tenemos pasados distintos.
Y es en este punto donde aparece la contradicciòn.
Sì, porque por un lado me gusta sentirme parte de ellos, me gustarìa reconocer las tradiciones, los recuerdos, el pasado. Y por otra parte, cuando estoy en un grupo de argentinos y usamos nuestros còdigos, recordamos nuestro pasado (no el de los libros de historia, sino ese que se registra en la memoria colectiva) y reìmos de las cosas que nos hacen reìr... me siento en casa.
Contradicciòn es la palabra màs adecuada para definir nuestros sentimientos; creo que cada uno de nosotros, argentinos - italianos, italianos - argentinos, o como sea que nos llamemos, lo que quisiéramos es poder traernos la Argentina a Italia, o sea, traer nuestra gente, nuestras costumbres, nuestros sàbados a la noche y nuestros asados del domingo, a esta tierra que nos gusta, a este sistema socio- polìtico-econòmico que nos permite vivir y crecer como personas sin los sobresaltos y angustias que eran parte de nuestras vidas en Argentina.
La mayorìa de nosotros, que estamos entre los veinte y los cincuenta años, no habìamos conocido la sensaciòn que produce el hecho de que a lo largo de meses y meses los precios en los negocios no cambien; para nosotros la inflaciòn era parte de la economìa de un paìs. Tampoco imaginàbamos como era el hecho de que la polìtica estuviese solamente en manos de civiles, sin que los militares constituyesen una alternativa de poder cada vez que un gobierno se encontraba en crisis.
Sì, a nosotros nos gustarìa traernos la Argentina a este paìs donde el dòlar cuesta siempre lo mismo, liras màs, liras menos.
Ademàs, estamos en Europa, donde pasaron todas las cosas importantes del mundo, segùn dicen los libros de historia argentinos. Nos resultaba difìcil hacer amigos. Al principio y por un largo tiempo, buscàbamos (inconcientemente creo) personas en quienes depositar ese sentimiento tan esencial para nosotros, el afecto hacia el AMIGO y esa bùsqueda nos llevò a equivocarnos muchas veces, a adjudicar ese rol que nos era tan necesario a personas que no reunìan las condiciones. Nos inventàbamos amigos que al poco tiempo nos desilusionaban, pero la culpa no era de ellos, era nuestra, éramos nosotros que pretendìamos hacerlos a nuestra imagen y semejanza, ellos simplemente eran como siempre habìan sido.
Con el tiempo fuimos aprendiendo y tranquilizàndonos, y, en un modo natural, se fue produciendo una decantaciòn que reforzò los lazos con aquellas personas con quienes realmente tenìamos algo en comùn y fue dejando atràs a los demàs.
Maxs y yo nunca nos "ghettizamos", o sea no nos encerramos en el cìrculo de argentinos que conocìamos, porque siempre tuvimos claro que el hecho de que una persona fuese argentina no era condiciòn necesaria y suficiente para que sea un amigo, y es por eso que quienes quedaban afectivamente a nuestro alrededor en el proceso de decantaciòn que mencioné eran indistintamente argentinos, italianos, marroquìes o de cualquier otra nacionalidad.
A esta altura puede surgir la pregunta: y la familia? Solo los amigos importan?
No sé como serà para los demàs, pero en mi caso personal puedo decir que me fue màs fàcil traer conmigo a mi familia que a mis amigos, es decir, sentì siempre a mis padres alrededor mìo, aunque no estuvieran aquì; con los amigos es distinto, es como si los necesitara corporeamente para saber que estàn.


Un dìa en la televisiòn dijeron que en Argentina habìa una sublevaciòn militar y veìamos imàgenes de enfrentamientos armados, gente en las calles.
Y doliò, doliò mucho, màs que la vez anterior, cuando estàbamos "allà" y lo vivimos de adentro. Hacìa tanto mal ver esas imàgenes tan iguales a otras que se veìan todos los dìas en los noticieros y a la vez tan distintas porque venìan de "allà", venìan de "casa"!
Esto se repitiò, una, dos veces... y cada vez el mismo dolor, cada vez el miedo ... otra vez? Volveràn?
... Un modo un tanto brutal de recordar por qué emigramos.


La primera vez que alguien nos dijo, en un tono pretendidamente de broma, " bah! que saben ustedes que vienen del tercer mundo?", nos sentimos muy mal, pero al mismo tiempo creo que fue un desafìo, algo que nos obligaba a luchar, a no rendirnos a pesar de las condiciones que inicialmente podìan resultarnos adversas.
Con el tiempo fuimos aprendiendo que hay distintos tipos de subdesarrollo, y que el mismo es relativo, es decir, se puede decir que esto es màs subdesarrollado que aquello, o que aquello es màs subdesarrollado que esto otro.
Descubrimos que el subdesarrollo màs notorio de la Argentina es de tipo econòmico con respecto a este "primer mundo que nos toca vivir", pero no es asì en el plano cultural, en el cual hemos encontrado en muchos aspectos que nuestra mentalidad es màs abierta, màs capacitada para evolucionar que la de esta sociedad italiana, como si el peso de la historia que esta ùltima carga sobre sus espaldas la obligase a caminar despacio y con paso cauteloso, no sea que se le caiga alguna tradiciòn por el camino.
Debo aclarar que también entendimos que este fenòmeno de "rallentamento"en la evoluciòn socio-cultural es especialmente marcado en la zona de Italia en la cual nos establecimos, o sea la regiòn central, que, como tal, goza de todos los avances tecnològicos y de confort del norte del paìs, mientras conserva la mentalidad tradicionalista y casi medioeval del centro-sur.
Fue precisamente esta caracterìstica la que desde un principio creò en nosotros la sensaciòn de encontrarnos en una extraña dimensiòn en la cual el pasado y el futuro coexistìan confundiéndose,... y confundiéndonos.
Sì, porque adjudicàbamos a personas que tenìan acceso a determinados niveles tecnològicos y hasta cientìficos, niveles acordes de preparaciòn, informaciòn y cultura que no siempre tenìan.
Hemos tenido que aprender tanto en tan poco tiempo! ... pero después de todo es una habilidad que los argentinos tenemos muy desarrollada. La necesidad que se nos presentaba en nuestro paìs de incorporar nuevos paràmetros, de adaptarnos a nuevas situaciones, y de hacerlo rapidamente para que la "selecciòn natural" de la supervivencia del màs apto no nos dejara afuera, nos permitiò pasar también esta prueba y en muchos casos con sobresaliente.
No, no quiero dar la impresiòn de que esta experiencia nuestra de inmigrantes en Italia se desarrollò en etapas perfectamente definidas, la primera de las cuales fue una larguìsima sucesiòn de sufrimientos, nostalgias, rechazos y soledad, que una vez superada dejò lugar a un estado de serena integraciòn a la nueva realidad, en la cual ya se nos habìan abierto todas las puertas y ... colorìn, colorado.
De haber sido asì yo hubiese escrito una telenovela y no esta especie de crònica desordenada y quizàs confusa, que sin embargo considero mucho màs fiel a la realidad y por eso decidì dejar asì, sin intentar ordenarla en prolijos y sucesivos capìtulos.
No, la cosa no fue asì, al menos no para Maxs ni para mì. Fue y sigue siendo, un intrincado entrelazarse de aquellas dos imaginarias etapas.
Mientras descubrìamos, maravillados, paisajes y pueblitos increìbles, luchàbamos codo a codo contra las hostilidades, comprensibles pero no justificadas, de una sociedad no habituada a recibir en su seno otras culturas, una sociedad que, al contrario, habìa sido històricamente inmigrante en el mundo, y por lo tanto no estaba equipada ni siquiera a nivel de legislaciòn para incorporar personas que venìan de otras realidades. Y entonces, no sabiendo qué hacer con nosotros, gentilmente nos ignoraba.
Mientras adquirìamos nuevas costumbres agradabilìsimas como la de gozar de los fines de semana paseando, visitando amigos o haciendo cosas en casa, sin preocuparnos de a cuanto abrirìa el dòlar el lunes o si habrìa posibilidades de otro levantamiento militar, discutìamos acaloradamente con quienes al saber que éramos argentinos comentaban plàcidamente: " ah! Rìo de Janeiro ! "
Quiero decir que vivìamos al mismo tiempo y con la misma intensidad los aspectos positivos y negativos de esta experiencia.
Tuvimos también que sacarnos de encima ciertos "tics", profundamente arraigados en nuestro comportamiento, como el de sufrir un sùbito ataque de taquicardia cada vez que veìamos un policìa o un "carabiniere" (aquì si no se es un delincuente no hay por qué tenerle miedo a la policìa). O el de cruzar las calles corriendo en un perfecto càlculo de la relaciòn entre la distancia a la cual se encuentra el auto màs pròximo, la velocidad con que se acerca y el riempo necesario para llegar a la otra vereda sin ser aplastados por el bòlido. En repetidas oportunidades me encontré parada en una esquina esperando que pase un auto que por algùn ignoto motivo habìa frenado a un par de metros de mì, hasta que después de haber intercambiado sonrientes miradas con el conductor del auto mientras me preguntaba " y éste, qué corno espera para pasar?", me daba cuenta que precisamente el señor estaba esperando que yo me decidiera a cruzar, para poder seguir asì su camino. Entonces, màs colorada que la bandera rusa y haciendo una incomprensible sucesiòn de inclinaciones de cabeza en direcciòn al paciente conductor, me abalanzaba precipitadamente hacia la otra acera.
Sì, es cierto, nos vimos obligados a incorporar nuevos còdigos de convivencia; tuvimos que aprender a movernos en una sociedad que en lo que respecta a la conducta social, era màs "civilizada" por decirlo de alguna manera. Es como si nuestros comportamientos sociales, me refiero a aquellos colectivos, estuviesen aùn en un estado màs "salvaje". Y esto también tiene su explicaciòn, o mejor, sus explicaciones.
Por un lado la indiscutible "juventud" de nuestra sociedad en relaciòn con la "vieja Europa", y por otro, nuestra historia de dictaduras militares y tiranìas civiles, que no nos permitieron un aprendizaje de una vida comunitaria, sino que nos obligaron siempre a vivir en un plano individual, tirando cada uno para su lado en un intento desesperado de superar obstàculos y salir a flote lo mejor que se pueda, pero siempre solos, sabiendo de no poder contar con una estructura social, polìtica y ecònomica que nos respaldase. En la Argentina el éxito es siempre individual.
Es por todo esto que estoy convencida de que solo un larguìsimo perìodo de democracia pueda significar una esperanza para la Argentina. Porque ése es el clima en el cual cada individuo sabe que, por un lado debe responzabilizarse de cada uno de sus actos y decisiones ya que no existe ese Estado-tutor que todo lo maneja, pero por otra parte puede "crecer" socialmente con la tranquilidad de que a su alrededor existe un sistema estable, capaz de absorber incluso sus errores, permaneciendo a través del tiempo.
Era precisamente esto lo que nos faltaba cuando decidimos emigrar, la posibilidad de hacer planes, de programar ... nos habìan robado el futuro.

Vinimos
todos nosotros,
con la secreta esperanza
(a veces tan secreta
que ni nosotros mismos
la conocìamos)
de encontrar, aquì,
entre mar y montaña,
ese pasado nuestro
anterior a nosotros,
las historias de los viejos
absorbidas
en un proceso casi osmòtico.
Vinimos,
todos nosotros,
esperando, sin saberlo,
encontrar, aquì,
entre pasado y futuro
nuestra identidad.
En definitiva
la encontramos,
descubrimos, aquì,
entre dialectos y consumismo
que somos argentinos.

Esta poesìa, aùn cuando tenga un dejo de amargura debido a ciertas frustraciones, es el reflejo de una de las cosas màs importantes que me dio esta experiencia, la posibilidad de tomar conciencia en un modo dirìa casi doloroso por lo intenso, de un hecho que mientras estuve en Argentina no analicé jamàs... era tan natural ser argentina, que ni siquiera me daba cuenta.
Sì, porque solo enfrentàndome a esta realidad distinta, que se manifiesta en cada acto de la vida, desde las costumbres alimenticias hasta el modo de establecer relaciones con otros seres humanos, logré tomar conciencia con el hecho de que también nosotros tenemos una identidad, con caracterìsticas propias y con cultura propia.
Y aquì, al mencionar la cultura, toco, creo, el punto neuràlgico de nuestra inmigraciòn, o sea el hecho que nos crea las contradicciones màs profundas en el proceso de inserirnos en esta nueva sociedad.
Sì, porque es en este "cara a cara" con esta estructura social y econòmica de "primer mundo", con todos sus avances tecnològicos, cientìficos y econòmicos, que descubrimos que estamos dotados de caracterìsticas que este pueblo perdiò.
Es decir, nosotros conservamos intacto nuestro sentido de autoconservaciòn, porque nuestra realidad polìtica, social y econòmica nos lo exige, y no se trata solamente de escapar a peligros fìsicos, sino ademàs de una desarrollada capacidad de revertir circunstancias que nos son adversas y sacarles algùn provecho. Esto significa no ahogarnos en un vaso de agua; esto significa también no "necesitar" una enorme cantidad de inùtiles utensilios "indispensables para la vida moderna" sin los cuales las sociedades ultradesarrolladas estarìan perdidas.
Por otro lado, tenemos muy desarrollado otro instinto, el de la libertad, el de no dejarnos someter, el de no aceptar señores ni patrones, y esto nos ocasiona serios conflictos en una realidad que tiene sus raìces en un pasado feudal que dejò profundìsimas huellas en la idiosincrasia popular.
Y entonces viene la lògica pregunta: còmo es posible que con semejantes caracterìsticas el pueblo argentino haya pasado gran parte de su historia sometido por dictaduras militares? La respuesta es demasiado compleja, pero creo que una de las claves es, como escribì antes, que dichas caracterìsticas se mantuvieron siempre en un plano individual, intereses externos a ese pueblo impidieron que pasaran a formar parte de la conciencia colectiva, sofocando con todos los medios, lìcitos e ilìcitos, cada intento de maduraciòn del pueblo argentino; es todavìa un pueblo adolescente.

Un dìa, a casi tres años de nuestra llegada, pasamos delante de un muro en un paso a nivel y leì un grafiti.
Lo leì mecanicamente; tengo la manìa de leer todo lo que me pasa delante de los ojos. Solo algunos segundos después me dì cuenta, decìa SOL TE QUIERO. Sì, asì, en español. No puedo explicar la sensaciòn que me invadiò, en ese momento supe qué cosa es la nostalgia.
Fue como haber volado en fracciones de segundo a Rosario, con sus paredes llenas de frases, dibujos, declaraciones de amor.
Y al mismo tiempo fue tomar conciencia, a través de un hecho emotivo porque racionalmente lo habìamos analizado tantas veces, de la importancia que iba cobrando en esta Italia tan tradicionalista y tan "italiana", el fenòmeno inmigraciòn y especìficamente la inmigraciòn argentina.
Nos estàbamos convirtiendo en una presencia, o mejor, en una omnipresencia; por toda Italia se encontraban argentinos. Muchos italianos que hasta ese momento apenas habìan oìdo hablar de la Argentina, empezaron a enterarse que ademàs de generales y villas miserias como la de Maradona, en ese paìs habìa artistas, cientìficos, autopistas y rascacielos.
Cuidado, que escribì "muchos italianos" y no "todos", porque hemos encontrado también gente bien informada y que estaba perfectamente al tanto de la realidad argentina.
Ese grafiti fue para mì, de algùn modo, la prueba de nuestra decisiòn quizàs inconciente de conservar nuestra cultura, esa cultura argentina que tantos niegan y que yo estoy convencida que existe realmente, aùn cuando sea la suma de tantas otras culturas que se fueron fundiendo, modelando y acomodando unas a otras.
No decìa SOL TI VOGLIO BENE, decìa SOL TE QUIERO.


Las historias son tantas... cada una distinta y todas iguales. O sea, cada uno con la circunstancia que le tocò vivir y el medio ambiente donde "aterrizò", pero siempre, en todos, la nostalgia, esa nostalgia especial, no aquella de nuestros abuelos que cantaban sus canzonetas en la pampa argentina, sino esta nostalgia contradictoria, a veces disfrazada de desprecio por lo que quedò atràs, del otro lado del océano, como en el caso de Juan.
Juan que està siempre proyectando el pròximo viaje a la Argentina y una vez allà representa por un mes su papel de magnate europeo y mira a todos desde arriba, para después volver y empezar de nuevo a proyectar su pròximo viaje a la Argentina.
Esta nostalgia a veces disfrazada de odio hacia esta sociedad italiana, como en el caso de Silvina, que odia todo y todos en Italia, pero posterga eternamente su regreso a la Argentina, porque "quiero volver con buena guita, entendés?". Y sigue añorando la patria lejana, que a fuerza de ser lejana se hace màs querida.
O esa nostalgia racionalizada de Carlos, que sabe que hizo su elecciòn, en la cual ganò en tranquilidad econòmica y social y perdiò en afectos y amigos, y después de tantos años se sigue preguntando por qué hay que elegir.
O la nostalgia proclamada y hecha bandera de Ricardo, que la convirtiò en leit-motiv de su vida, a tal punto que si volviese a la Argentina no tendrìa màs motivo para vivir.
O esta nostalgia mìa, màs "ìntima" la definiò un amigo, por la cual me siento bien caminando por esa calle de San Benedetto arbolada de àrboles tan verdes, que me recuerdan mi barrio, La Florida, allà lejos en Rosario.
Tantas nostalgias y una sola... tantas historias y una sola.
En definitiva, cada uno de nosotros, en mayor o menor medida, hemos pasado a formar a parte de esta relidad y esta realidad ha pasado a formar parte de nosotros, y, màs allà de que seamos capaces de aceptarlo o no, esto nos gusta, y quizàs sea este hecho lo que hace màs dolorosa nuestra nostalgia. Y también màs soportable.


Volver... no, no "con la frente marchita etc. etc." y "chan-chan", volver a la Argentina por un mes significò re-conocer mi lugar, mi gente, mi cultura, pero al mismo tiempo fue lo mismo que me pasaba cuando era chica y faltaba algunos dìas a la escuela por una gripe o algo asì; cuando volvìa tenìa la sensaciòn de no pertenecer màs a ese lugar, a esa gente, porque durante mi ausencia habìan vivido cosas que yo no habìa vivido y eso nos separaba. Me llevaba un par de dìas superar eso y volverme a sentir parte del grupo, y, no sé por qué, era doloroso.
Sì, un dìa volvì a la Argentina y la sensaciòn no fue una, sino tantas, entremezcladas y superpuestas.
El primer golpe fue el de encontrar nuestras llanuras, en el viaje en auto de Buenos Aires a Rosario; esa sensaciòn de la vista perdiéndose tan a lo lejos, sin "chocarse" con ninguna colina, y por primera vez tomar contacto, no ya en un plano cultural o de informaciòn, sino como una experiencia internalizada, con el casi absurdo de aquellas extensiones de tierra sin cultivar, libradas a la Naturaleza y sus ritmos propios.
Digo de haber por primera vez tomado contacto con esto, porque si bien es casi un lugar comùn de los argentinos hablar de nuestras tierras sin trabajar, solo después de dos años en Italia entendì lo que significa extraer al màximo de la tierra todo lo que puede dar; me acostumbré a ver cultivos en las laderas de las montañas, en los jardines de las casas y en cualquier pedacito de tierra disponible.
Esto en cuanto se refiere al paisaje rural; una vez en la ciudad me sorprendiò la diferencia de edificaciòn y de trazado urbano, con respecto a las ciudades italianas, y me impresionò la cantidad de cielo de los barrios de Rosario, donde la gran mayorìa de las casas son bajas, de un solo piso, dando asì una sensaciòn de mayor espacio y aire, comparadas con las calles angostas y flanqueadas de casas con dos o tres pisos de cualquier pueblo o ciudad de Italia, donde a veces parece que ni siquiera el viento se animase a entrar.
Son dos estructuras absolutamente distintas, reflejo de dos pensamientos distintos, pero no puedo decir que una me guste màs que la otra, simplemente amo cada uno de estos dos estilos por lo que cada uno de ellos representa.
Es como si las ciudades argentinas hubiesen crecido como un elemento màs del paisaje y de ahì la necesidad de conservar espacios abiertos, vegetaciòn abundante, parques llenos de verde que repiten los motivos de la naturaleza circundante. Mientras que las ciudades italianas me parecen màs bien el refugio que los hombres se construyen para protegerse de la naturaleza y de los otros hombres, para acercarse unos a otros y mantenerse unidos y por lo tanto màs fuertes; y cuando tienen necesidad de la naturaleza, no la buscan dentro del poblado, salen de él y van hacia el campo, a trabajarlo, a domarlo, a disfrutarlo.

Y después... después... Fue el encuentro, fueron tantos encuentros, rostros, abrazos, làgrimas, preguntas.
Fue sentirme de nuevo en casa, pero a la vez ajena. A esto me referìa màs arriba, la realidad que parecìa ser la misma que yo habìa dejado dos años atràs, no lo era completamente, infinitos matices habìan cambiado, muchas cosas habìan sucedido sin que yo las viviera y por màs que me contaran no lograba entenderlas.
Esto creaba esa especie de brecha que me llevò varios dìas atravesar.
Pero habìa tanto afecto antiguo, tantos gestos conocidos, todo ese humor irònico que tan bien sabemos manejar los argentinos, riendo de nosotros mismos, de nuestras desgracias, de nuestros defectos, que era imposible no readaptarse pronto.
Fue maravilloso reencontrarme con mi patria y confirmar cuanto la quiero y cuanto me duele todo su drama, su destino de "terzo mondo" trazado y diseñado desde afuera.
Y fue estupendo sentarme de nuevo en cualquier bar del centro a tomar un café con un amigo.
Pero, justamente mientras tomaba un café con un amigo, escuché en una mesa vecina dos señores que charlaban en italiano y... zàs! ... la nostalgia en sentido contrario.
Fue entonces que entendì que quien emigra queda indeleblemente marcado por ese sentimiento dulce y doloroso a la vez, no importa donde se encuentre.
Y finalmente, después de treinta cortìsimos dìas, volvì a Italia, y se repitiò el dolor del adiòs de la primera vez, y ahora sé que se volverà a repetir cada vez, pero sé también que valdrà la pena.


Queda un argumento por analizar. Quizàs uno de los màs delicados.
Muchas veces, sobre todo al inicio de mi residencia en Italia, me planteé, al igual que muchos otros inmigrantes, si tenìamos derecho a opinar, criticar, protestar o reclamar, en el plano polìtico, social y econòmico italiano. Es inevitable esa idea o sensaciòn de "estar en casa ajena" y por lo tanto "hay que callarse la boca".
Y bien, aprendì que no es asì, que no hay que callarse la boca y que no estoy en casa ajena, porque no vivo de la caridad de la gente; sì, es cierto que nacimos en otro lado, pero aquì trabajamos, soñamos, sufrimos, comemos, pagamos los impuestos y hacemos el amor, y todo eso nos da el derecho a pensar y opinar en libertad.
De no ser asì, nos encontrarìamos de frente a una dictadura infinitamente màs sofisticada que nuestras dictaduras de tercer mundo financiadas y sostenidas por el primer mundo.
En definitiva, es hora que entendamos que las palabras "nacionalidad" y "patria" estàn màs ligadas al léxico de los sentimientos que al còdigo penal.

Empecé estos escritos diciendo que ésta es una historia en presente, y por lo tanto éste no es un final. Es màs, quizàs sea un principio.


PATRICIA MONICA VENA


 

Ganarle a la tristeza

Tenemos que ganarle a la tristeza
tenemos que aplastarla
dejarla boqueando, sin respiro
perpleja ante nuestra carcajada.

Tenemos que ganarle a la tristeza
tenemos que hacer fuerza,
reírnos como locos
de mis chifladuras y de tus angustias,
de este mundo y de esta gente,
del miedo a quedarnos solos,
del miedo a quedarnos lejos.

Tenemos que ganarle a la tristeza,
pisoterarla, destruirla,
o por lo menos
matarla con la indiferencia;
de tanto ignorarla quizás un día
se aburra y nos deje en paz
con la alegría.

Tenemos que cantar
bailar y contar chistes,
olvidarnos de la gente de plástico
que cambia de forma
y se deforma,
rescatando, claro, los amigos
los de siempre
los de antes
los de ahora
que se cuentan con los pocos dedos
de una sola
de nuestras cuatro manos.
Tenemos que refrescarnos la memoria
y recordar que el mundo es nuestro
porque hace mucho tiempo lo compramos
cuando decidimos vivirnos hasta el fondo.

Tenemos que inventarnos un dios
(total, son todos un invento),
el dios de los que están alegres
no importa con cuál pretexto,
y pedirle, todas las mañanas:
- no nos dejes caer en la tristeza
y danos, también hoy,
nuestra risa cotidiana.

El verano de la infancia

El verano de la infancia
era verde, anaranjado, rojo,
era sol en abundancia
y era el río,
arena sin fin
y el cielo del sur del mundo,
más ancho, más profundo,
más cielo y más mío.
El verano de la infancia
era un día interminable,
y una noche caliente, pegajosa,
el encuentro con los amigos,
se va a dormir tarde.
No lo he vivido al máximo
el verano de la infancia,
no saboreé lo suficiente
mi lugar en el sur del mundo.
Ahora me doy cuenta
que he vivido una vida,
como si tuviese aún otra
para vivir más tarde.
Y así perdí la infancia,
el verano,
el cielo
y aquel lugar mío
en el sur del mundo.


Raíces

Y después de todo
la nostalgia existe,
y las personas no tienen raíces,
tienen recuerdos."
Así me escribías
Amiga
recordando pasados,
momentos ya viejos,
que a veces parecen
no haber existido
de tan lejanos
de tan desteñidos
de tan pasados.
En ese pasado y ese lejos
crecíamos
aprendíamos la vida
como una lección
en la cual
había que sacarse un diez
... o nada.
Quién sabe
qué nota nos pusieron.
Yo creo que nos esmeramos,
vos y yo,
en esa escuela.
Recorrimos muchos caminos
a veces opuestos
otras paralelos,
tratando siempre de aprender
para sacarnos el diez,
pero el "Felicitaciones"
nunca nos llegó
o no lo supimos ver,
lo buscábamos en el cuaderno,
sobre la hoja blanca y prolija,
la tuya más que la mía,
fui siempre más reacia
a poner las cosas en orden.
Mi camino un día
se hizo de aire
y volé
para caminarlo
y llegué a un mundo
que ya estaba hecho
donde nada de mí
había intervenido
para hacerlo.
Y hubo que inventarse
raíces nuevas,
como la planta de frutilla
que donde se apoya
echa raíces
para no caerse,
para sobrevivir.
Pero las personas
no son frutillas,
y las raíces nuevas
no son las viejas,
no tienen fuerzas
no van tan hondo,
no son tan ciertas.
Es la raíz vieja
Amiga
la que me ata a la tierra.

Esto, sin embargo,
lo aprendí echando las nuevas.

Desde lejos

"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
Julio Cortázar

Tenías razón Julio,
ser argentino es estar triste,
ser argentino es estar lejos,
pero es también muchas cosas más.
Ser argentino es escuchar un tango
y aunque lo hayamos siempre negado
empezar a descubrir que nos gusta,
que es nuestro,
que después de todo nos dibuja,
nos describe,
nos explica mejor que mil palabras.
Y es caminar por cualquier calle
de cualquier ciudad
de un país cualquiera
y saber que aunque sea linda
no es como aquella
en la que besamos por primera vez,
y aún antes jugamos a las escondidas,
o aprendimos el difícil equilibrio
de la primer bicicleta.
Ser argentino es también
sentirse europeo por parte de padre
para después venir a Europa
y sentirse argentino por parte de tierra.
Es sentir un hueco en el estómago
y saber vagamente
que ningún bife podrá llenarlo.

Bueno, quizás,
después de todo y resumiendo
"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"

No nos fuimos

No nos fuimos para siempre,
nadie se va para siempre,
nos quedamos un poco
en el sol del mediodía,
en la corriente del río,
en las calles ardientes del verano,
en las noches tristes del otoño.
Nos quedamos un poco en el aire
y un poco en la tierra,
en el soplido del viento
y en el calor de la siesta.
No nos fuimos del todo
un poco nos quedamos
en cada uno de los que dejamos,
un poco nos quedamos
en las ganas de volver
que a veces nos pasan por arriba,
nos atropellan inundándonos de ayer,
para después irse
dejándonos exhaustos,
sin fuerzas,
de tanto recordar.
No nos fuimos del todo,
nadie se va del todo,
lo sé porque a veces vuelvo
en un perfume,
en un sonido,
en un color
o en un sueño que después olvido.

Recuerdos

Recuerdos que son sueños
que son sonidos
que son olores y colores.
Flash
relámpagos
imágenes
una voz
los rostros,
nítidos
tangibles
y sin embargo se esfuman
y sin embargo no están.

Mi memoria
Me hace regalos
inventa juegos
me sorprende:
una luz
un silencio
una mañana
un perfume.
Hace nulo el tiempo
lleva a cero la distancia
y queda sólo ese instante
en realidad fugitivo
en realidad frágil
del recuerdo
hecho materia
del encuentro
entre aquella realidad
y ésta.


Y sin embargo tengo miedo,
la memoria tiene un límite,
esto me asusta

podría olvidar


podría

ser

olvidada


¿Ves?

Ves?
Después de todo no es tan largo
el camino,
no es tanta la tristeza,
no es tan grande
la soledad,
si hay un amigo
del otro lado
de la distancia
que piensa, como vos,
que después de todo,
no es tan largo
el camino.

País no mío

Quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando a quererte
país no mío.

Después de haberte estudiado
analizado
desmesnuzado
desarmado
y vuelto a armar,
después de haberte hecho pedazos
y pegado los fragmentos,
después de haberte negado
y repudiado,
después de haberte, en fin,
conocido,
quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando,
lentamente,
a quererte
país no mío.

Aunque no sos mío
y yo no soy tuya
y no lo seré jamás,
aunque no me fío
de tu forzada cortesía,
aunque sé que ignorás
a todo el que no te pertenezca
y desconfiás de los extraños
que se atreven a acercarse a vos,
quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando a quererte
país no mío.

He aprendido a conocerte
en tus lados mejores
y en los peores,
te he hasta defendido
alguna vez,
cuando alguien,
sin conocerte,
ha expresado
alguna fácil sentencia,
es imposible definirte
con tanta superficialidad.

Y sin embargo, sin embargo...
hay algo que nos falta
a nosotros dos,
hay algo que nos impide
ir más allá,
y yo quizás sé
cual es el incoveniente:
se da el caso,
y esto es un hecho,
che vos,
país,
...no sos el mío.


He decidido

He decidido:
quiero recuperar
todo el tiempo perdido.
Quiero cantar
aunque soy desentonada,
quiero danzar
aunque no estoy en forma
y no lo sé hacer.

He decidido:
quiero aprender a nadar
y si es posible también a volar
o al menos intentarlo.
Quiero amar
y ser amada
y creerlo
en un caso
y en el otro.

He decidido:
quiero conocer
todos los lugares posibles,
ir a lugares prohibidos,
alojar en turbios locales,
bebiendo vino con desconocidos.
Quiero desafiar los peligros
Y superar todos los miedos,
no avergonzarme de nada,
no tener sentimientos de culpa,
no ser tan prudente.
Quiero ser mala
Cuando tengo ganas de serlo,
amar cuando tengo ganas de amar
y odiar cuando tengo ganas de odiar.

He decidido:
quiero vivirla,
esta vida.

Alejandro
nostalgia del amigo que quiso irse para siempre - 31 diciembre 2000

Te imagino libre,
ahora,
te imagino liviano
casi parte del aire
sin tus cadenas personales
demasiado pesadas
para tu cuerpo minusculo.

Te imagino
finalmente libre
satisfecho de tu ùltimo
anhelado
acto de coraje.
Lo habìas decidido
tanto tiempo antes
que ya casi era un sueño
o un martirio.

Te imagino sonriente
con tu expresiòn
de clown sin maquillaje,
y te imagino danzante
con una gracia nunca sospechada
en tus movimientos casi torpes,
casi errados,
y te imagino sereno
en el rostro, en el alma
y en el cuerpo.

Te imagino libre.

España

Era España y verano
caminábamos sin apuro
confundidos en una corriente
de turistas después de la siesta;
de repente un aroma
dulzón, antiguo, conocido
se acercó a mi memoria
y fue un instante,
un instante solo,
ví la vieja casa de mi abuela,
el patio
las plantas
yo niña
en un pasado lejano,
escondido,
casi olvidado.
A veces el tiempo
nos concede estos permisos
y podemos desandarlo
en un momento,
recuperando un recuerdo
que creíamos perdido.


Beppi

Cuando volví por primera vez a la Argentina, después de casi dos años de vivr en Italia, en la casa de mis padres se había organizado una cena de bienvenida para mí. Había parientes; amigos, vecinos. Entre ellos un viejo señor italiano, amigo y vecino de casa, que además había colaborado materialmente en la realización de la fiesta. Vivía en Argentina desde hacía unos cuarenta años y no había vuelto nunca más a su tierra.
Todos hablaban, reìan, me hacían preguntas, y en un cierto momento este señor me miró con sus ojos buenos y me preguntó:
" Decime, no es cierto que el cielo de Italia es más azul?"

Me conmuevo cada vez que recuerdo este episodio.

Sí, querido Beppi, tenías razón, siempre el cielo de la infancia es más azul.

Beppi murió algunos años después sin volver a ver su Italia.


Abuelo Francisco

Tuve un abuelo músico. Nací demasiado tarde para conocerlo. Tenía una orquesta, que él mismo dirigía, y andaba por los pequeños pueblos alrededor de la ciudad de Rosario, en Argentina, animando las fiestas, haciendo bailar y divertir a los paisanos.
Dicen que tenía mal carácter, pero yo no lo creo demasiado, porque uno que ama la música no puede ser tan malo después de todo.
Dicen también que era capaz de tocar cualquier instrumento que le cayera en las manos y que le bastaba escuchar una sola vez una canción para poder reproducirla perfectamente. Un verdadero talento musical innato.

¡No sabés cuanto lamento no haberte conocido, abuelo Francisco! Tuyo tengo solamente una vieja partitura para piano de un vals que habías compuesto, llamado "Eternidad". A veces lo toco en mi teclado electrónico (¡puedo imaginar tu mirada de estupor y asombro si pudieras ver un semejante instrumento!) y me convierto en uno de los componentes de tu orquesta, la "Típica de Francisco Vera", en un baile de pueblo. Veo las parejas girar al ritmo de tu música dulce, melancólica, las mesas con las madres de las chicas que no perdían de vista sus hijas danzando en los brazos de los muchachos, siento el perfume de los jazmines, escucho fragmentos de conversaciones en las cuales se enredan palabras en español con otras en italiano, pronunciadas por los inmigrantes que no han aprendido del todo el nuevo idioma, y se obstinan en conservar vestigios del propio.

¡Quién sabe cuántas cosas habrías podido enseñarme! Nos hubiéramos divertido juntos, seguro, tocando el piano, usando la música para comunicar.

Me hiciste falta, abuelo Francisco.

I. La amistad

¿Te das cuenta? Hace unos cuatro años que nos conocimos, aquí, lejos de donde están nuestras casas, esas donde nacimos, donde jugábamos de chicos, donde papá y mamá nos dieron los primeros elementos con los cuales ingenuamente pensaban que íbamos a poder afrontar el mundo, un mundo que cambia tan vertiginosamente que lo que ayer servía hoy ni siquiera existe; lejos de donde crecimos, vivimos el primer amor, donde aprendimos a amar por nuestra cuenta y nos enseñaron a odiar a la fuerza. Probablemente si nos hubiésemos quedado siempre allí, quietos, inmutables, no nos hubiéramos conocido, ¡vivíamos tan lejos unos de otros!
Hace cuatro años que nos conocimos y sólo desde hace muy poco tiempo empezamos a sentirnos amigos. Estoy convencida que no es un hecho fortuito, estoy convencida de que en algùn modo nos resistimos al afecto, éramos concientes de ser cuatro viajeros y como tales capaces de levar anclas en cualquier momento, creo que al menos en vos y en mí éste fue un factor importante para no abandonarnos a esa "sintonía" que, sin duda, reconocimos en el primer instante. Tanto a vos como a mí nos dolían demasiado todas las despedidas que no habíamos logrado dejar atrás, y no queríamos exponernos a nuevos dolores.
Y cuando lo habíamos casi conseguido, aflojamos, quizás creyendo que ya no había peligro, la decisión de ustedes de partir ya estaba tomada aunque no tuviera una fecha fija, y probablemente pensamos que a ese punto no había más nada que temer, nuestra racionalidad no podía flaquear ante los hechos consumados. Se me ocurre sin embargo otra explicación que mucho me temo que sea más cercana a la realidad: una vez me dijiste que un psicólogo te había explicado que las personas que tienen neurosis similares se atraen, probablemente nuestras respectivas tendencias al masoquismo nos hayan empujado a acercarnos afectivamente justo cuando sabíamos que pronto nos tendríamos que separar.
Pero, después de todo, ¿tiene algún sentido, en este momento, buscar los motivos de una amistad que de todas maneras existe y de todas maneras va a terminar? Porque estoy convencida que esta amistad, terminará apenas nos separemos; seguramente será reemplazada por otra, sublimación de lo que hoy es, con todos los instrumentos proprios de la sublimación, o sea, cartas una vez cada tanto, la infaltable tarjeta de saludos para fin de año "con nuestros mejores deseos", algún cassette que quizás en una crisis de nostalgia nos decidamos a grabar y mandar con un viajero ocasional que nos haga el favor de meter en su bolso y llevar por avión nuestro afecto idealizado, intacto, casi sin usar, tipico de las relaciones a distancia. Son afectos que no se gastan, no se ponen a prueba, no corren riesgos,… y no crecen.
Te soy sincera, no me interesa en manera particular adquirir una nueva sublimación de amistad, tengo ya tantas… y te digo esto aún sabiendo que cuando reciba tu primera carta me voy a alegrar enormemente, seguramente me voy a reír con alguna de tus ocurrencias escritas, y seguramente voy a llorar con algún recuerdo que infaltablemente va a aparecer. Sucede que si bien es cierto que tengo ya demasiadas sublimaciones de amistad, no tengo el coraje para renunciar a tener al menos eso.

II. Las preguntas

Ahora bien, la cuestión es que te vas, para mayor exactitud, volvés, volvés a aquella gran "casa" que es "el lugar donde nacimos, crecimos, vivimos el primer amor, etc.,etc.", y la pregunta es: ¿encontrarás lo que vas a buscar? Admitiendo que sepas qué vas a buscar, porque no siempre uno lo sabe exactamente, generalmente sabe, en forma vaga y genérica, que va a buscar en otro lugar aquello que le falta en el lugar donde está. O sea, sabemos perfectamente qué cosa nos falta, pero ¿tenemos siempre claro qué cosa tenemos? Y esto no es retórica religiosa, del tipo "debemos valorar lo que tenemos" o poética del tipo "no hay nada más amado que lo perdí"; no, se trata de preguntarnos si aquellas cosas que hoy nos son propias en modo casi lógico, porque en el medio en que estamos no podría ser de otra manera, porque es "natural" que nos pertenezcan y tengamos derecho a gozar de ellas (que quede claro, no estoy hablando sólo de objetos o propiedades, pero tampoco sólo de bienes espirituales, nuestras vidas, lo admitamos o no, están hechas de unos y de otros) no se van a transformar después, cuando nos falten en ese otro medio que, y ese es el problema de "volver" en vez de "irse", sabemos que carece de muchas de esas "garantías" por llamarlas de algún modo, en angustias que reemplacen las de hoy.
En ese caso, la nueva pregunta será: ¿vale la pena todo el enorme esfuerzo, en todos los aspectos, que significa un nuevo desarraigo, un nuevo cambio de medio, un nuevo "volver a empezar", sólo para cambiar unas angustias por otras, unas carencias por otras, unas fantasías por otras?
Supongo que todas estas preguntas, más que hacértelas a vos me las estoy haciendo a mí misma, y creo que para mí la respuesta, al menos en este momento, es no. Claro, como siempre me sucede, después de una afirmación me sobreviene inmediatamente una duda, ¿será que mi respuesta es no porque no estoy tan viva como antes, porque de algún modo me estoy rindiendo a las circunstancias y perdiendo la capacidad de defender la utopía? ¿Será esto un signo de crecimiento y madurez o bien de empezar a morir? Pero en relidad ¿no son acaso la misma cosa crecer e ir muriendo? Quiero decir, es como si fueran dos procesos contrapuestos pero ubicados sobre una misma recta, uno crece hacia la derecha y el otro hacia la izquierda, y obviamente se funden. ¿O serán dos procesos sí contrapuestos pero sobre dos rectas distintas, no paralelas, que por lo tanto se intersectarán en un único punto: la muerte, en el cual se termina de crecer y se termina de morir?

III. Los miedos

Después de toda esta pseudo-filosofía de charla trasnochada ¿cómo hago para volver al hecho afectivo que motivó esto que estoy escribiendo? Sucede que en realidad es todo parte del afecto, estoy simplemente utilizando el aspecto racional de mi propio análisis de los hechos, para expresar la bronca, la angustia, el miedo que esta separación me producen.
El miedo, ¿te acordás cuando me contaste uno de los miedos más profundos que la perspectiva de volver te producía? Te referías a ese peligro siempre latente, no sé si más en nuestro imaginario, producto del terror vivido, o en la realidad, de los autoritarismos tan frecuentes en aquellos lugares. Hemos vivido gran parte de nuestras vidas sometidos a esa condición, la del poder absoluto detentado por unos pocos que habían logrado, cada vez que quisieron, destruir enteras generaciones con el terror, con la aniquilación no sólo de las vidas sino también y sobre todo de las ideas, de sueños simples y grandiosos a la vez como la libertad, la paz, el derecho a ser quien se es. Porque creo conocerte lo suficiente, cuando pienso en estas cosas soy conciente que sólo un gran caudal de amor dentro tuyo te puede haber llevado a exponerte a ése, nuestro Gran Fantasma.
Pero volviendo a la separación, nosotros, los que hemos conocido la dimensión de la lejanía, los que tuvimos acceso a la experiencia del despojo casi total de todo aquello que hasta un cierto momento conformó nuestro mundo, pudimos aprender que nada es tan definitivo como parece ser, ni siquiera los grandes dolores, y por eso en una de nuestras últimas charlas convinimos en que nos íbamos a extrañar mucho, pero también convinimos en que después, lentamente, nos iríamos olvidando, no del amigo, sino del dolor que la lejanía del amigo nos producía, para reemplazarlo por una especie de dulce melancolía: la sublimación de la cual te hablaba. Es sin lugar a dudas, un mecanismo de defensa de nuestra psiquis: si no podés evitarlo, buscá el modo de que te duela menos.
Probablemente la cosa que hace más difícil esta separación, para los cuatro, sea esa sensación que, creo, todos tenemos, de habernos encontrado a destiempo, esa sensación de que si nos hubiésemos acercado antes tantas cosas se podrían haber hecho, tantos proyectos relacionados con intereses comunes, con las ganas de todos de caminar juntos aunque sólo sea un trecho para poder llevar a cabo alguna gran empresa. ¿Y si fuera solamente una fantasía, una más de las tantas masturbaciones que día a día nos hacemos, para justificar la inercia de no haber hecho nada cuando tuvimos el tiempo?
¡Al diablo! Lo que realmente importa son todas las cosas que sí hicimos, todas las risas que dejamos volar, todas las madrugadas que transitamos, inmersos en complicados discursos a los que asistían, mudas y asombradas, con cara de no entender nada, las botellas vacías que nos habían regalado su precioso vino, elixir mágico que nos abría las puertas a la búsqueda de nosotros mismos. Reconozcamos que son esas las cosas que nos van a faltar cuando no estemos juntos, las que podrían haber sido seguirán siendo habitantes del planeta del Quizás.
Hemos analizado muchas veces los motivos de esta dificultad que tenemos, en nuestra condición de inmigrantes, para establecer lazos afectivos tan consistentes como los que dejamos en nuestra tierra, y llegamos a la conclusión que, más allá de las diferencias culturales que obviamente implican también una diferencia en las modalidades de las relaciones humanas, tiene una gran importancia el tiempo, o sea el hecho de que aquellas amistades que dejamos se fueron construyendo con los años, sin que las forzáramos y sobre todo, en la mayoría de los casos nacieron en períodos de la vida especialmente fértiles para ello: la niñez, la adolescencia; por otro lado se producían en ámbitos que nos eran naturales, como la escuela, la universidad, el trabajo, y por lo tanto casi como una cuestión estadística era más probable que se relacionaran personas con intereses comunes o con características similares, mientras que, al verse uno inmerso en un medio nuevo, desconocido, sin conocer ni siquiera ciertos códigos que pertenecen al pasado de casi todos los individuos que se desarrollaron bajo las mismas condiciones culturales, políticas, económicas, históricas y hasta geográficas, claramente aquella probabilidad es mucho menor, por supuesto y siempre hablando en términos estadísticos, esta baja probabilidad no implica imposibilidad, y tengo prueba de ello, pero la búsqueda se vuelve tan fatigosa que se corre el riesgo de cansarse o caer en el escepticismo más absoluto.
¿A qué viene todo esto? A que, sin dudas, en mí juega un papel importantísimo en cuanto se refiere al dolor que me provoca tu partida, es decir, sin dar tantas vueltas: ¿es posible que cuando encuentro alguien que logra derrumbarme las barreras afectivas, ese alguien se tenga que ir?
Sí, evidentemente es posible y está sucediendo, y a nada sirve que me autoflagele girando en círculos en torno a este sentimiento que de todos modos, como dije antes, sé impermanente. Pasará, como siempre, y creo que la sabiduría es saber esperar a que pase con la mayor tranquilidad posible, sin dramatismos inútiles y absurdos.
El problema es que, mientras tanto, las barreras afectivas se vuelven a instalar; son, claramente, una tendencia natural en mí, que pareciera ir recrudeciendo con los años. Una tendencia a la cual me he asomado una infinidad de veces con los ojos de la razón, pero por algún motivo me quedo siempre en la superficie, me viene a la mente la imagen de un lago congelado: cuando se lo mira se piensa estar viendo el lago, pero en realidad se ve sólo su superficie, el lago es eso más toda el agua que está debajo, y para poder verla habría que tomarse el trabajo de romper el hielo, y meterse en el agua, y sentir todo ese frío dentro del cuerpo, para romper más hielo y poder ver más lago. Sin duda hace falta coraje. A decir verdad, creo que en los últimos tiempos algún pedacito de hielo rompí y llegué incluso a meterme en el agua, pero resistí poco el frío y salí enseguida, tratando de ver por el agujerito todo el lago. No es mucho, lo sé, pero ya es algo ¿no?.
De todos modos, yéndote me dejás el trabajo de reconstruir la barrera, para cerrar la brecha que habías abierto, y seguramente pondré toda mi dedicación (mi inconciente lo hará) en construirla más segura y resistente que antes, así será más difícil que otro la pueda romper.

IV. El olvido, las culpas, la libertad

Por favor, no permitas que tu hijo me olvide, siempre me dió mucho miedo el olvido de los niños, quizás porque es más concreto que el de los adultos, los adultos podemos olvidar emotivamente pero dificilmente olvidamos racionalmente a una persona, en cambio los niños, tal vez porque tienen una memoria más lábil o más corta, no conozco los detalles técnicos de la cosa, en ausencia de un contacto periódico pueden olvidar completamente un objeto o una persona.
Yo siento que si un niño me olvida es como si dejara de existir, y no quiero dejar de existir para tu hijo. Aprendí a quererlo mucho ¿sabés? y sin embargo no se lo dije nunca, no se lo demostré nunca, ¡qué idiota!, no sé si a él le hubiera servido para algo, pero seguramente a mí sí.
Admiré siempre el modo en el cual ustedes lo ayudan a crecer (creo que ésta sea una expresión más válida que "educar") con ese sentido casi prioritario de la independencia, en el cual imagino que él sienta que está ligado a ustedes sólo por el afecto y no porque sin ustedes no lograría sobrevivir, que es el modo en que muchos padres hacen crecer a sus hijos, ya que así justifican su vida y su rol de padres. El hijo debe depender de ellos, sino ¿para qué se tomaron el trabajo de hacerlo venir al mundo y criarlo? ¿Para qué renunciaron a tantas cosas al decidir tener un hijo, si en cambio no se hacen indispensables para ese hijo?
Creo que tu hijo es perfectamente conciente del hecho de que el afecto de ustedes es para él tan necesario como la taza de leche que le ofrecés cada mañana, pero al mismo tiempo sabe que si una mañana vos no podés darle la taza de leche, él puede tranquilamente preparársela por su cuenta. Es decir que sabe de poseer todas las potencialidades, lo cual no implica que pueda realizarlas todas contemporaneamente: hoy, con sus siete años, no puede manejar un auto, pero eso no lo preocupa, sabe que cuando llegue el momento nada le impedirá hacerlo, porque nunca nadie le dijo que él no iba a poder. No creo equivocarme si digo que es un ser humano naturalmente dueño de sí mismo.
¿Te das cuenta de qué hablabamos tu marido y yo cuando decíamos que es más difícil liberarse de preconceptos que han sido introducidos en uno en forma subliminal? Cuando, crudamente pero de frente, te encontrás con las represiones, los miedos o las culpas que te quieren adosar (¿quién? los padres, los educadores, la religión, la sociedad, el estado), no digo que se sufra menos, crecer e adquirir una identidad propia hace siempre sufrir, pero es más fácil reconocer dichos elementos y establecer si los queremos o no en nuestras vidas adultas, a partir de allí podés arquitectar un poco más libremente tu estrategia para luchar y defenderte. Es más, te ves casi empujada a a desarrollar una personalidad fuerte, si no querés sucumbir.
Cuando en cambio la agresión no es clara y evidente, sin darte cuenta vas creciendo con la información de que no sos capaz de hacer casi nada sin ayuda de alguien (alguien que por supuesto hace, con sincero afecto, todo por vos), que la vida y el mundo son un enorme peligro y por lo tanto necesitarás siempre de alguien que te proteja, que la sociedad en que vivís tiene ciertas reglas morales (en realidad hablan de sexo, que pareciera ser la única verdadera inmoralidad, no hablan nunca de guerra, de opresión, de corrupción) que no deben ser jamás infringidas porque el castigo será como mínimo el infierno, que tenés que ser siempre y pese a todo buena, aún a costa de tu libertad, de tus derechos, de vos misma. Después, a un cierto punto, ¿qué sucede?: que, según las reglas de la sociedad en que vivís, llegás a una edad a la cual se supone que ya sos grande y tenés que arreglarte por tu cuenta, pero como no te dieron nunca los elementos necesarios para ello, no tenés la menor idea de qué hacer, las más insignificantes decisiones resultan trascendentales, el más ínfimo escollo parece insuperable … en resumen, te sentís un fracaso total.
Estarás de acuerdo conmigo en que se hace mucho más difícil individualizar el objeto de la lucha, la elección a hacer, la estrategia a seguir; siendo más difícil, el proceso se retarda. Te repito, no es que se sufra más, se sufre más tarde, cuando no es más tiempo de crecer sino de ser ya "grande", y eso complica toda la vida de adulto, que es cuando se debería desarrollar el máximo de actividad creativa, productiva, espiritual, y uno se encuentra paralizado, ocupado en cortar cordones umbilicales.
Es por todo esto que digo que admiro el modo en que crece tu hijo, porque creo que está creciendo "justo en tiempo".
Lo voy a extrañar, voy a extrañar sus reflexiones a veces tan adultas que nos dejaban con la boca abierta, voy a extrañar su risa fresca, sus ojos abiertísimos y su modo simpático de burlarse de mí imitando mis gestos, mis palabras, que posiblemente era su modo de estudiar los códigos y los comportamientos de la "gente grande".

V. La partida

Como todas las cosas llegan, llegó el día de la partida.
Los últimos días los pasaron en nuestra casa, y como les dije, fue el mejor regalo de despedida que nos podían hacer, porque aún en medio de la agitación, las corridas y los nervios de los últimos momentos, tuvimos la posibilidad de probar una experiencia nueva en nuestra amistad: la convivencia, y fue una buena experiencia, creo que a todos nos enseñó algo.
Eran páteticos los esfuerzos que hacíamos para soslayar el tema de la separación, así como el modo en que buscábamos pretextos que nos mantuvieran ligados a través de la distancia, aún sabiendo que estaban más cerca de la fantasía que de la realidad.
Sólo ahora me doy cuenta que no se me ocurrió siquiera ofrecer una mano para bajar las valijas hasta la planta baja en modo de que estuvieran listas cuando los vinieran a buscar para ir al aeropuerto, evidentemente negué hasta el último momento la inminencia de la partida.
Fue duro, fueron sobre todo duras las horas previas, porque estábamos concentrados en contener los sentimientos, en no aflojar; al menos en la despedida pudimos soltarnos, dejarnos invadir por la emoción, llorar, abrazarnos, decirnos cuánto nos íbamos a extrañar y todas esas cosas que siempre se dicen en estos casos, cosas que en cualquier otro momento suenan a cursilería y en cambio en ese momento tienen significados profundos, porque nos salen sin prepararlas, porque emergen de nuestras entrañas mezcladas con las lágrimas en una erupción que nos supera, que no logramos ni nos interesa controlar; en ese instante somos sólo un instrumento de algo que existe más allá de nosotros, de nuestro intelecto: la emoción. Sé que podré olvidar muchos particulares referidos a ustedes, a nuestra amistad, que se irán disolviendo en el tiempo y en la rutina, pero no olvidaré jamás ese abrazo.
Amo particularmente ese tipo de situaciones, aún aquellas dolorosas, porque marcan puntos de intensidad máxima en mi condición de estar viva, seguramente debido a que son acontecimientos poco frecuentes en mi cotidianeidad tan mesurada, tan controlada, en la cual difícilmente me permito manifestarme totalmente.
Soy perfectamente conciente de que en ese abrazo y en esas lágrimas abracé y lloré todas las amistades perdidas a lo largo de mi vida, pérdidas que no viví completamente en su momento y salieron a la superficie en nuestra despedida; dicen los psicólogos que un duelo tarde o temprano se vive. Evidentemente yo decidí vivirlos todos juntos, a juzgar por la cantidad de lágrimas que derramé.
Sé también que estaba llorando la soledad que me invadiría al día siguiente, cuando me diera cuenta que no podría levantar el teléfono y discar tu número y decirte: ¿me invitás con un café?, habitual pretexto para iniciar una de esas larguísimas charlas en las cuales perdíamos la noción del tiempo y que cada tanto nos permitíamos, aún cuando, en mi caso, no podía evitar sentir la culpa de haber dedicado todo ese tiempo a una actividad que no fuera "productiva" según los parámetros de la sociedad en que vivimos. De todos modos, preferí siempre cargar con mi sentimiento de culpa y no renunciar a esas poco frecuentes posibilidades de comunicación.
Sé que de ahora en más se desarrollará en mí nuevamente la tendencia al aislamiento, y tendré que, una vez más, empezar de cero el laborioso trabajo de contactarme con el externo. Pero, después de todo, ¿qué es la vida sino un continuo "volver a empezar"?

VI. El después

Hace casi un mes que se fueron, y ni siquiera una carta, una llamada telefónica, ni de un lado ni del otro, ¿hicimos acaso un acuerdo tácito? ¿sin decirlo elegimos el silencio, sabiendo que de todos modos una carta no agrega ni quita nada al sentimiento, que los abrazos están incómodos dentro de un sobre vía aérea?
Tal vez simplemente estamos todos demasiado ocupados, ustedes en ambientarse a la nueva realidad, en re-aprender lugares, afectos, rostros y gestos semiolvidados, nosotros en habituarnos a la ausencia, en visitar el pedacito de soledad que nos dejaron, en internalizar esta nueva dimensión de la nostalgia, la nostalgia de quedarse cuando es otro el que se va.
Con el paso de los días el dolor se fue atenuando, y uno empieza a reemplazar buscando actividades que ocupen los tiempos que pertenecían a la amistad.
Paso entonces a hacerte una especie de informe de la situación, de este lado de la distancia:
No dejamos de trasnochar con una cierta frecuencia, como una especie de rito, o simplemente una forma de vida. Hablamos poco de ustedes, hacemos las cosas de siempre, seguimos amando, no dejamos de comer, no nos volvimos abstemios, nos reímos tanto como antes … tenemos dos amigos menos. (Sí, ya sé, nos queda la sublimación, pero dejémosla de lado por un rato, sino se apodera de todo, se engulle el sentimiento, y lo devuelve como una imagen color rosa con un marquito estilo rococó casi nauseabunda, que nada tiene que ver con lo que el sentimiento era).
Aquí la gente se prepara para las fiestas, como todos los años, compran regalos, cantidades de comida que no lograrían comer ni siquiera en un año y lindas tarjetas con paisajes navideños para mandar a las personas que quieren (y a las que no quieren también, en Navidad todos se vuelven buenos).
En los países en guerra se proclamará, probablemente, día de tregua el 25 de Diciembre, y después de escuchar el mensaje navideño de Paz y Amor que el papa transmitirá por televisión a toda la humanidad, los soldados retomarán sus armas y comenzarán a disparar otra vez.
Seguramente los políticos harán un brindis expresando buenos propósitos para el próximo año, prometiendo trabajar todos juntos por el bien del país y al día siguiente cada uno de ellos seguirá estudiando el mejor modo de arruinar a los otros para así poder heredar la totalidad del electorado, fantasía recóndita de todo buen político.
Sí, ya sé, pensás que me equivoqué y te estoy contando las cosas que suceden en el lado del mundo en el cual estás vos, pero no, éstas son las de acá, sólo que son iguales a las de allá, el mundo es un gran teatro del absurdo y somos todos excelentes actores, respetamos al pie de la letra las reglas del juego, aceptamos sin remordimientos las hipocresías de los demás y somos asimismo hipócritas con los demás.
Hace unos días asistí a una escena terrible, mientras esperaba a mi marido en la puerta de uno de esos grandes negocios donde se puede comprar desde un cuaderno a un juego de muebles, tres tipos agarraron a trompadas a un negro que en la entrada del negocio, con permiso de los dueños, vendía sus chucherías que seguramente no le dan para vivir pero es lo único que tiene. Vino un guardia, los separó, vinieron los dueños del negocio, hicieron entrar al negro y llamaron a la policía.
Junto conmigo al menos otras dos personas vieron lo que pasó, cuando llegó la policía los agresores estaban todavía allí, evidentemente se sentían muy seguros de estar del lado de la justicia habiendo atacado entre tres a un hombre solo. Los policías empezaron a hacer preguntas y tomar declaraciones, y de pronto la única que había presenciado el hecho era yo, las otras personas se habían desvanecido como por arte de magia, las mismas personas que pocos minutos antes se mostraban indignadísimas con lo que había ocurrido. Me sentí muy mal. Me sentí muy sola. Y aunque te parezca mentira, en medio de toda esa confusión pensé en vos, pensé que vos también te hubieras quedado.
Es también por cosas como ésta que te extraño.
Por lo demás, aquí no hay grandes novedades, se sigue viviendo …

VII. La lucha

Hace pocos minutos nevaba, del lado de afuera de la ventana el cielo se está por caer, y tiene tan poco que ver el tango de Piazzolla que estoy escuchando con ese paisaje externo de colinas blancas de nieve y techos a dos aguas, pero tiene tanto que ver con mi paisaje interno … Y no puedo no pensar en ustedes y en tanta otra gente que está de aquel lado de la distancia, peleando una realidad distinta, pero con el mismo cansancio, con la misma impotencia … no es el lugar el problema, es el destiempo, el destiempo de haber elegido para crecer el carril equivocado. En cada tiempo hay más de una realidad en la cual ubicarse para participar en la carrera, a veces predomina una, otras veces otra; hay quién puede elegir, otros no tienen alternativa. Nosotros elegimos, en nuestro tiempo de crecer, el carril que parecía llevar al futuro, y estudiamos, y nos sensibilizamos, y rompimos tabúes, renunciamos a muchas seguridades, transgredimos convencionalismos, nos fabricamos ideales, y creímos en ellos defendiéndolos en muchos casos con la vida, sufrimos cada pérdida, aplaudimos cada conquista, e imprevistamente el tiempo nos jugó una mala pasada poniendo aquel futuro, el presente de hoy, en el carril de al lado, y nuestra elección quedó fuera de la realidad, nosotros mismos somos extraños personajes que hablan un lenguaje arcaico, con vocablos que parecieran haber sido eliminados del diccionario, para ser reemplazados por otros más actuales, más en consonancia con la vida contemporánea: mercado, consumo, … y tantos otros.
Sí, nosotros, que nos habíamos preparado para movernos en un mundo donde el hombre sería más libre, un mundo donde uno de los principales valores sería el arte, el cual a su vez debía ser el instrumento para la liberación del hombre, ya que no hablábamos de una liberación obtenida con guerras, revoluciones y muerte, sino de la liberación más absoluta que se pueda imaginar, esa que nace en el interno de una persona, esa por la cual un ser humano se puede expresar con cada medio a su disposición, sin ningún tipo de represión, ni interna ni externa, y estábamos convencidos que el arma más eficaz para ello era el arte, en todas sus formas, el arte no ya como atributo de una "elite" de pocos escogidos que habían recibido, como "don divino" el "talento", sino el arte como manifestación humana elemental, nos encontramos en cambio inmersos en un mundo que reserva aún un espacio para movimientos como el neo-nazismo, y vemos jóvenes con la cabeza rapada que se adjudican el derecho de "hacer justicia" golpeando y asesinando a otros jóvenes simplemente porque pertenecen a una raza distinta, un mundo que no sólo no logra erradicar la guerra, sino que pareciera estar sufriendo un recrudecimiento de esta práctica abominable y deshumana. Un mundo en el cual la estupidez alcanza niveles inimaginables a través de elementos que podrían haber tenido un uso mucho más constructivo: los medios de comunicación; se habla de sensibilidad y sentimientos y se hacen programas televisivos en los cuales la señora que discutió con el marido dice delante de la cámara: " Volvé, te perdono" o cosas por el estilo, utilizando la imbecilidad humana para fabricar más imbecilidad humana, es una industria maquiavélica pero extraordinariamente rediticia, donde con costos prácticamente inexistentes se obtienen enormes ganancias y un resultado tremendamente conveniente: la anestesia general de la sociedad.
A todo esto yo lo llamo subversión, porque es justamente una inversión de los valores que son esenciales al ser humano; la política, por ejemplo, una de las actividades primarias del hombre porque se relaciona con su necesidad de organizarse, de darse normas para lograr un funcionamiento lo más perfecto posible de sus sociedades en beneficio de todos y cada uno de sus componentes. En nuestro presente, en cambio, este objetivo se perdió, y quienes se dedican a la política se ocupan de perfeccionar no la sociedad, sino la política misma, es una política finalizada a sí misma, olvidando por completo las reales necesidades de la sociedad para discutir sobre metodologías y sistemas más adaptos … para hacer política; es alucinante, y es aún más alucinante si pensamos que aquellos que deberían ser los destinatarios del trabajo de los políticos, o sea cada uno de nosotros, en lugar de reaccionar contra este incumplimiento de su deber al menos no dejándonos involucrar en sus "divorcios", "enamoramientos", alianzas y des-alianzas, participamos, discutimos entre nosotros, defendemos hoy a éste y mañana a aquél, y seguimos permitiendo que nos anestesien para no sentir el dolor de todas las carencias humanas, esencialmente humanas, que nos sumergen.
No me parece una mala idea la de ese actor que al final de su espectáculo se preguntó por qué alguna vez no dan la oportunidad de gobernar a los artistas. Creo que al menos, como experiencia, sería mucho más divertida.
¿Cómo no sentirnos traicionados por este presente? ¿Cómo no sentir la necesidad, en un mundo al cual pareceríamos no pertenecer, de encontrar, al menos una vez cada tanto, un interlocutor con el cual poder comunicar sin necesidad de establecer previamente todo un código de lenguaje?
Y es allí donde nace el aislamiento, la parálisis, el casi autismo en el cual cada tanto caemos y desde donde sólo una cosa logra rescatarnos aún: el afecto.

VIII. La vida

Parece siempre tan difícil tener que acostumbrarse a una ausencia, parece tan grande siempre la nostalgia, y sin embargo nuestra capacidad de adaptación parece ser ilimitada, es tanta la necesidad de sobrevivir que nos inventamos cada día la esperanza, fabricamos cada mañana una ilusión y así logramos sobrellevar las ausencias, las nostalgias, la vida.
Somos un enorme cúmulo de cicatrices, y seguimos dando brotes; estamos vivos.
No sé si nos volveremos a encontrar en alguna otra esquina y quizás no sea importante, importa que alguna vez nos encontramos y, como sucede en todas las relaciones profundas, cada uno de nosotros dio algo a los demás.

torna su