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UNA STORIA ED ALTRI RACCONTI
di Patricia Monica Vena

I RACCONTI
VERSION ESPAÑOLA


A Maxs, Mario e Carola.

Si ringrazia:

Sinopia Laboratorio Marche:
che ha reso possibile la presente pubblicazione.

Traduzione: Angelo Gabrielli - Pina Fioravanti

Con versione in lingua originale

Stampa: Cesari Editice

INTRODUZIONE
Il disagio vissuto dai personaggi de "gli altri racconti" di Patricia Vena è costante, spesso inconsapevole, a volte brutalmente irridente alle peculiarità della ricerca individuale verso una equilibrata ed armonica spiritualità. Un disagio oscuro. Eppure sorprendentemente familiare, impenetrabile e per questo tanto più spaventoso, che subito si traduce in necessità di fuga. È fuga dal reale e dall'immaginario, dove i due piani potrebbero assolutamente confondersi e dove la corsa si scatena prima dell'intervento arginatore della ragione. Tutta l'energia spinge il corpo fuori città dove "alberi", "pascoli" e paesaggi nuovi non liberano la mente dai fantasmi e dagli incubi del passato.
La solitudine e l'incomunicabilità pervadono in forma diversa ogni storia, ogni personaggio, fino a rendere possibile la lettura dei racconti come un susseguirsi di episodi di un unico soggetto. Si configura un essere prigioniero dell'immagine, tanto rigida quanto incrinata dalla consapevolezza che affiora soffocante, non più sostenibile. L'individuo si trova di fronte all'alternativa tra la resa totale o la scelta, terrificante e inderogabile, di arrestare la fuga, prepararsi ad accettare la realtà e con estremo atto di coraggio entrare in se stesso e guardare...
Gli "altri racconti" compongono uno spaccato di vissuti, che si integrano, complementandosi a vicenda, con la "storia al presente", la lucida e graffiante cronaca dello sradicamento vissuto in prima persona; delle difficoltà di attecchimento nella terra degli antenati, stranieri ai protagonisti che qui sono arrivati anche alla ricerca delle radici. Una terra con loro indifferente. I personaggi, che prima apparivano come precise raffigurazioni simboliche di un disagio esistenziale tanto comune in Occidente, assumono di colpo connotati più precisi: quelli dell'uomo il cui istinto di libertà combatte per non annullarsi nella società governata dai generali con il terrore. Elementi che prima apparivano quasi secondari colorano di nuova forza espressiva l'atmosfera dei racconti. Il pericolo non è più solo a livello spirituale ma è anche fisico, molto più pressante, e il bisogno di sottrarsi alla negazione di sé diviene un "mitico tam-tam selvaggio che batte nelle orecchie durante la corsa". Tanto più duro si rivela l'impatto con una società omologante che ha già ritagliato un ruolo tra gli ultimi a chi per qualsiasi motivo si trova a dover emigrare in Italia. Improvvisamente l'esperienza della solitudine e dell'incomunicabilità, non abita più, sottile e pure dolorosa, nelle simboliche rappresentazioni della mente. Adesso è una barriera assolutamente concreta che non parla solo con gli occhi spalancati
dell'arrivo nell'aereoporto di Fiumicino, con sotto il braccio un'agenda piena di indirizzi di gente sconosciuta, "amici di amici, conoscenti di parenti, possibili contatti", tra gente che cammina velocemente, parlando una lingua diversa dal dialetto dei nonni. La disperata solitudine dell'umanità degli "altri racconti" si ripropone come un continuum. Dall'incertezza economica, nell'incubo della perenne minaccia del ritorno dei torturatori, alla nuova realtà italiana, si presentano inquietanti parallelismi.
È in questo continuum, nei crudi parallelismi tra le diverse realtà socio-politiche-economiche, l'una storicamente autoritaria e populista e l'altra, ancora giovane democrazia, che risiede la perturbante attualità della "storia al presente", una mirabile testimonianza della irreparabile lacerazione che si produce nell'individuo che, per qualsiasi motivo, ha scelto di emigrare.
..........................................................................................................................................ANGELO GABRIELLI.

UNA STORIA

Sono argentina e anche Maxs, mio marito. Io sono biochimica, lui artista plastico.
Siamo discendenti di italiani e un giorno abbiamo deciso di emigrare verso l'Italia dei nostri antenati.
Questa è una specie di cronaca delle nostre esperienze e dell'Italia che abbiamo trovato: intende cioè, essere il racconto de "la nostra Italia". È anche un omaggio alla nostra Argentina.
È una storia al presente.
È anche e soprattutto una catarsi.

Eravamo immigrati. Immigrati dell'anno 2000.
Un'esperienza diversa da quella dei nostri nonni, un'immigrazione con caratteristiche nuove, con un ritmo proprio, con la stessa angoscia sotto una forma diversa.
Eravamo immigrati. Stavamo in mezzo alla hall di Fiumicino con le nostre sei valigie, i nostri occhi aperti così, a 15.000 chilometri da casa, con una agenda piena di indirizzi e numeri telefonici di gente sconosciuta, amici di amici, parenti di conoscenti,....possibili contatti..... potenziali mani tese. Ma soli, tangibilmente soli e quel che è peggio senza possibilità di comunicare, gli italiani d'Italia non parlavano come gli italiani d'Argentina, non capivamo niente e neanche loro capivano noi.
Nonostante tutto, l'euforia superava l'angoscia in quei momenti. La novità, la scoperta, voler vedere tutto, ubriacarci gli occhi di tanto paesaggio, tanta storia. Venivamo da un continente giovane, il Sud-America, il nostro Sud-America senza medioevo, senza castelli, né torri, né paesini antichi. Tutto questo ci affascinò, ci incantò e mitigò in quei primi momenti il dolore della distanza, degli affetti che rimanevano dietro. Credo che neanche ci rendessimo conto di cosa avevamo lasciato alle nostre spalle. Non misuravamo in tutta la sua ampiezza lo sradicamento che avremmo vissuto.
Ricordo due sensazioni che si registrarono da qualche parte nella mia mente durante quei primi giorni a Pescara; due sensazioni forse contraddittorie, ma ugualmente forti; una l'odore dei bar italiani, che dopo indentificai come una mistura di aroma di caffè espresso e di paste appena fatte e che da allora chiamo "odore d'Italia"; l'altra la soffocante necessità di sentire parlare spagnolo. Le ho definite contraddittorie e ora aggiungo primarie, giacchè la prima, "l'odore d'Italia", era un fatto piacevole, gradevole e rappresentava in qualche modo il mio primo punto di contatto positivo con il nuovo habitat, che sembrava ricevermi con un certo calduccio accogliente, mentre la seconda era la prima materializzazione di tutte le barriere che, in quel momento ancora non lo sapevo, avrei dovuto attraversare.


Il nostro primo mattino in Italia.
- E va bene, eccoci qua... e adesso? - esattamente la domanda che ci si poteva aspettare da me, ho sempre depositato su di Maxs il ruolo di chi prende iniziative, io poi mi metto al suo fianco, ascolto attentamente il piano d'azione e comincio a camminare nello stesso senso. Perchè mi fido della sua capacità di prendere certe decisioni o per comodità? Probabilmente per ambedue le ragioni.
- Adesso cominciamo a muoverci - Anche questa una tipica risposta di Maxs. Fare per ottenere risultati, per mitigare l'angoscia dell'incertezza.
Così, dopo parecchie telefonate, ci mettemmo in contatto con un mio cugino che studiava a pochi chilometri da Pescara; venne a prenderci, e andammo ad abitare provvisoriamente in una casa in affitto in un piccolo paese della costa adriatica, Grottammare.
Credo che sia lì il luogo dove inizia veramente la storia.


Seconda barriera, il lavoro; come ho già detto, la prima fu la lingua. Ad ogni modo, la numerazione corrisponde soltanto all'ordine in cui sono apparse dette barriere che non avevano neanche la delicatezza di apparire ognuna quando era già stata superata la precedente ma si sovrapponevano e coesistevano in una tale confusione che non riuscivamo a classificarle secondo l'ordine d'importanza.
Il lavoro... prima differenza con l'immigrazione del nostro paese. A quei tempi, chi emigrava in Argentina difficilmente aveva un titolo di studio o un mestiere specifico e quindi non era molto diverso il tipo di lavoro che poteva svolgere nel suo paese d'origine o in Argentina.
Noi invece, venivamo con le nostre lauree e i nostri diplomi in mano, con tanto di timbri, firme, legalizzazioni, traduzioni, ecc. e depositavamo su di essi le nostre aspettative occupazionali; erano una sorta di chiavi magiche che ci avrebbero aperto le porte del successo nella vecchia Europa, che venivamo a rivitalizzare con il fuoco sacro del nostro sapere.
Non servivano a nulla. A nessuno interessavano i nostri diplomi da "terzo mondo" e ben presto imparammo che le possibili strade da seguire erano due: fare quei lavori che tanti italiani non volevano fare e che noi stessi non avremmo fatto nel nostro paese, anche se, bisogna riconoscerlo qua venivano retribuiti in modo che permetteva di vivere decentemente mentre in Argentina no; oppure ottenere i contatti adeguati affinchè qualcuno ci permettesse di dimostrare che sapevamo fare quel che i nostri diplomi dicevano che sapevamo fare.
Non durò troppo a lungo il nostro vivere nell'appartamento di Grottammare; dovevamo lasciarlo dopo un mese perchè era già stato affittato per l'estate.
Era soltanto la nostra prima base di operazioni, una pausa per poter pensare, più o meno tranquillamente, a cosa fare e come.
Maxs quasi non si concedeva riposo, vedeva gente, faceva telefonate, correva, cercava. Ottenne proposte per presentare una mostra di pittura, ma non aveva i quadri, bisognava farli, il che significava un investimento di denaro e tempo che non eravamo in grado di affrontare. Intanto io vivevo un misto di sensazioni, dal permanente stato d'incantamento, al terrore irrazionale di trovarmi da sola di fronte a un italiano e dover comunicare con lui. Era il problema della lingua che mi soffocava e immobilizzava. Non mi staccavo neanche per un minuto da Maxs.
Per quanto riguarda il lavoro cercavamo, ognuno orientandosi verso quello che sapeva fare. E qui scoprii, o forse presi coscienza, che ero in condizioni d'inferiorità. Maxs prendeva contatti come pittore, si presentava come grafico, si offriva come tecnico in elettricità, faceva domande in agenzie pubblicitarie. Io mostravo in tre o quattro laboratori di analisi privati (a livello pubblico neanche pensarci), la mia laurea in biochimica. Era l'unica cosa che sapevo fare, avevo dedicato quasi la terza parte della mia vita a imparare a fare analisi chimico-cliniche e microbioligiche.
Scoprii che l'Italia non stava aspettando con ansia il mio arrivo perchè io mettessi al suo servizio il mio vasto bagaglio di conoscenza della materia.


L'abitazione, terzo ostacolo. Non avrei mai creduto che potesse essere così importante per me l'avere un posto mio, e non mi riferisco a una proprietà economica. Non avevamo intenzione di comprare una casa, aspiravamo soltanto a poterne affittare una in modo permanente. Avevo vissuto quasi tutta la mia vita nella stessa casa e quindi mi risultava naturale riconoscere ogni angolo, ogni mattonella. Avevo bisogno di questo.
In Italia non era facile; non lo era per gli italiani, figuriamoci per noi, nessuno ci conosceva, stranieri che "chissà se poi se ne andranno quando ci serve la casa". La legge italiana rende difficile lo sfratto se gli inquilini non hanno una casa dove andare.
Cinque case in due anni sono troppe per chiunque, anche nel proprio paese. Anche questo problema si risolse.
Maxs cominciò a lavorare per una agenzia pubblicitaria. Io subii un intervento chirurgico, una formazione ovarica che bisognava asportare.
Erano due mesi che resiedevamo in Italia, non riuscivo ancora ad impadronirmi della lingua e ciò rendeva ancora più difficoltosa la mia già difficile comunicazione con i medici, che, lo scoprii in quel momento, avevano con i pazienti un rapporto diverso da quello dei medici argentini; mi riferisco all'eccessivo formalismo, alla poca confidenza e soprattutto avevo l'impressione che non davano molte spiegazioni, come se pensassero che tanto io non avrei capito (perchè ero straniera o perchè ero una paziente?).
Questo atteggiamento ebbe una certa inversione di tendenza, quando riuscii (o meglio Maxs riuscì) a far loro capire che ero biochimica.
Quei 20 giorni in clinica non furono facili; Maxs aveva appena cominciato a lavorare e non poteva stare tutto il tempo con me.
C'erano alcuni amici recenti che venivano a trovarmi, ma credo che aspettassi altri volti, volti cari che erano tanto lontani.
Finalmente mi informarono che tutto andava bene, che non correvo alcun pericolo e potevo tornare a casa. Un'altro scoglio superato.
Mentre Maxs si faceva strada nel suo lavoro, io mettevo alla prova le mie forze psichiche facendo lavori occasionali, una lavanderia, una impresa di pulizie, la vendemmia, una signora anziana da curare. Niente da fare, non mi rassegnavo a rinunciare alla mia professione, nè al mio titolo di dottoressa.
Feci delle indagini per sapere cosa dovevo fare affinchè la mia laurea venisse riconosciuta in Italia. Un grande amico, Angelo, si occupò personalmente di questo, informandosi nelle università e finalmente arrivò la risposta: dovevo dare un esame iniziale in modo che potessero valutare il mio livello di conoscenza, dopo di che avrei dovuto fare almeno tre anni di studi universitari.
La mia decisione fu immediata; avevo già superato le molte difficoltà che la mia carriera presentava in Argentina e il mio tempo di studio e preparazione per esercitare la mia professione era già passato. Volevo lavorare e mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato, perciò decisi che se la mia laurea, tale e quale come era, fosse stata accettata, bene, altrimenti, avrei lavorato in un'altro campo. La lingua smise di essere un problema, scoprii con sorpresa che mi appassionava lo studio del linguaggio e che, inoltre, mi risultava facile; quasi naturalmente incorporavo elementi, intonazioni ed espressioni, che arricchivano e fluidificavano il mio italiano.
Credo che mi spaventasse così tanto la possibilità di essere ridicola parlando male, che inconsciamente facevo sforzi incredibili per apprendere ogni dettaglio e ricordarlo.
Anche la casa smise di essere un problema; finalmente avevamo una casa per un periodo di tempo ragionevole, nella quale potevamo cominciare a mettere un tocco di noi stessi, in modo da poterla sentire casa nostra.
Per quanto riguarda il lavoro, almeno Maxs si creava uno spazio e un nome nell'ambiente pubblicitario della zona. Certo, non gli restava molto tempo per dipingere, ma eravamo convinti che sarebbe arrivato il momento.
Quindi il tempo passava, noi ci affiatavamo sempre di più nel nuovo ambiente e molte delle barriere restavano indietro. Almeno quelle più tangibili, quelle più "fisiche" per dirlo in qualche modo. Certo, ne apparivano altre.

Guardare lontano
e non vedere orizzonte,
non vedere quella riga
retta e familiare
della nostra pianura.
Guardare lontano
e vedere una riga spezzata
attraente
ma estranea.
Cercare il fiume,
e trovare il mare.
Cercare i gesti
del codice proprio,
conosciuto e comune
e non trovarli.
Dover imparare
messaggi nuovi
che non ci esprimono,
però ci eguagliano,
il vecchio trucco
di tutte le specie,
il mimetismo
per sopravvivere.

Devo chiarire che questo paesaggio, pieno di ritmo, colori e movimento, mi affascinò e continua ad affascinarmi, anche se non riesco a sentirlo proprio. Continuo a sentire più naturali le infinite pianure, i lunghi chilometri desolati delle nostre pampas.
Sono due linguaggi diversi e amo tutti e due, in diversi modi.
Linguaggi... codici... ecco uno dei nuovi ostacoli che trovammo; non di quelli più immediati, ma quelli che apparivano con il tempo, con il conoscere gente, con lo stabilire contatti umani.
Eravamo in grado di parlare italiano e di stabilire comunicazioni formali, ma ci mancavano quegli altri codici, quelli interiorizzati lungo un'infanzia, lungo un'adolescenza, lungo una vita e che noi avremmo dovuto imparare in così poco tempo.
Però, è possibile impararli? È possibile veramente incorporare elementi al nostro linguaggio parlato, gestuale e corporeo, che hanno a che fare con vissuti, sentimenti, esperienze? Credo sia questa la GRANDE BARRIERA; è come se fossimo appena guariti da un'amnesia e quindi potessimo relazionarci con quelli che ci circondano soltanto su un piano presente, senza passato, il che crea sempre la sensazione di restare fuori, perchè ogni presente è sempre un risultato del passato. E loro e noi abbiamo passati diversi.
Ed è qui dove compare la contraddizione. Sì, perchè da una parte mi piace sentirmi parte di loro, mi piacerebbe riconoscerne le tradizioni, i ricordi, il passato; dall'altra, quando mi trovo in un gruppo di argentini e usiamo i nostri codici, ricordiamo il nostro passato (non quello dei libri di storia, ma quello che si registra nella memoria collettiva) e ridiamo delle cose che ci fanno ridere... mi sento a casa.
Contraddizione è la parola più adatta per definire i nostri sentimenti; credo che tutti noi, argentini - italiani, italiani - argentini, o comunque ci chiamiamo, quel che vorremmo è poterci portare l'Argentina in Italia, cioè la nostra gente, le nostre abitudini, i nostri sabato sera e i nostri "asado"(Piatto tipico argentino basato in un speciale modo di cottura della carne alla bracce.) della domenica, in questa terra che ci piace, in questo sistema socio - politico - economico che ci permette di vivere e crescere come persone senza i sobbalzi e le angosce che erano parte della nostra vita in Argentina.
La maggioranza di noi, che ha fra i 20 e i 50 anni, non ha conosciuto la sensazione che produce il fatto che per mesi e mesi i prezzi nei negozi non cambino; per noi l'inflazione era parte dell'economia di un paese. Non immaginavamo neanche come fosse la politica in mano solamente ai civili, senza che i militari costituissero una alternativa di potere ogni volta che un governo era in crisi.
Sì,a noi piacerebbe portare l'Argentina in questo paese dove il dollaro costa sempre uguale, lira più lira meno.
Inoltre, siamo in Europa, dove accaddero tutte le cose importanti del mondo, secondo quanto dicono i libri di storia argentina.
Ci riusciva difficile fare amicizie. All'inizio e per un lungo periodo, cercavamo (inconsciamente credo) persone in cui depositare quel sentimento così essenziale per noi, l'affetto verso l'amico. Questa ricerca ci portò a sbagliare molte volte, a conferire quel ruolo di cui avevamo tanto bisogno a persone che non ne avevano le caratteristiche. Ci inventavamo amici che in breve tempo ci deludevano ma la colpa non era loro, era nostra; eravamo noi che li pretendevamo a nostra immagine e somiglianza, loro semplicemente erano come sempre erano stati.
Con il tempo imparammo, tranquillizzandoci.
In modo naturale, si venne producendo una decantazione che rinforzò i legami con le persone con cui avevamo veramente qualcosa in comune, lasciando indietro gli altri.
Maxs ed io non ci siamo mai ghettizzati rinchiudendoci nel circolo di argentini che conoscevamo, perchè abbiamo avuto sempre chiaro che essere argentini non è condizione necessaria e sufficiente per essere un amico. È per questo motivo che coloro che restavano affettivamente intorno a noi nel processo di decantazione, erano indistintamente argentini, italiani, marocchini, o di qualunque altra nazionalità.
A questo punto può sorgere la domanda: e la famiglia? Solo gli amici contano?
Non so come sia per gli altri ma nel mio caso personale posso dire che mi è stato più facile portare con me la mia famiglia che i miei amici. Intendo dire che ho sempre sentito i miei genitori intorno a me, anche se non erano qui; con gli amici è diverso, come se avessi bisogno della loro presenza fisica per sapere che ci sono.


Un giorno in televisione, dissero che in Argentina c'era una rivolta militare e vedemmo immagini di scontri armati, gente nelle strade.
E fece male. Fece molto male. Più che quell'altra volta, quando eravamo "là" e la vivemmo da dentro. Erano immagini tanto uguali ad altre che si vedevano ogni giorno nei telegiornali e nello stesso tempo tanto diverse perchè venivano da "là", venivano da "casa".
Questo si è ripetuto, una, due volte... e ogni volta lo stesso dolore, ogni volta la paura... ancora? Torneranno?
...Un modo un pò brutale di ricordare perchè emigrammo.

La prima volta che qualcuno ci disse, in tono di pretesa di scherzo, "mah! che ne sapete voi, che venite dal terzo mondo!", ci sentimmo molto male. Pensai che fosse una sfida, qualcosa che ci spingeva a lottare, a non arrenderci malgrado le condizioni che inizialmente ci potevano essere avverse.
Con il tempo capivamo che ci sono diversi tipi di sottosviluppo e che questo è relativo, cioè, si può dire che "questo" è più sottosviluppato di "quello", o "quello" più sottosviluppato di "quest'altro".
Scoprivamo che il sottosviluppo più notorio dell'Argentina è di tipo economico in confronto a questo "primo mondo che ci tocca vivere", però non è così nel piano culturale, dove abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è più aperta, più capace di evoluzione rispetto a quella che riscontro nella società italiana; come se il peso della storia che porta sulle sue spalle la costringa a camminare piano, perchè non cada qualche tradizione di troppo strada facendo.
Devo chiarire che abbiamo anche capito che questo fenomeno di "rallentamento" nell'evoluzione socio - culturale è specialmente marcato nella zona d'Italia in cui ci siamo stabiliti e cioè quella centrale, che, come tale, gode di tutti i progressi tecnologici, dei confort del nord del paese, mentre conserva la mentalità tradizionalista e quasi medievale del centro - sud.
Fu precisamente questa caratteristica che sin dall'inizio creò in noi la sensazione di trovarci in una strana dimensione nella quale il passato e il futuro coesistevano confondendosi... e confondendoci.
Sì, perchè conferivamo a persone che avevano accesso a certi livelli tecnologici e persino scientifici, livelli corrispondenti di preparazione, informazione e cultura che non sempre possedevano.
Abbiamo dovuto imparare tanto in così poco tempo... però, dopotutto è una attitudine molto sviluppata negli argentini. La necessità che si presentava nel nostro paese di incorporare nuovi parametri, di adattarci a nuove situazioni e di farlo velocemente affinchè la "selezione naturale" della sopravvivenza del più atto non ci lasciasse fuori, ci ha permesso di superare anche questa prova e in moltissimi casi con pieni voti.
No, non voglio dare l'impressione che questa nostra esperienza di immigrati in Italia si sia sviluppata in tappe perfettamente definite, la prima delle quali fu una lunghissima successione di sofferenze, nostalgie, chiusure e solitudine che una volta superate lasciarono il posto a uno stato di serena integrazione nella nuova realtà, dove ormai ci si erano aperte tutte le porte, ...e "colorin colorado" (Modo in cui terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola).
Se così fosse stato avrei scritto una telenovela e non questa specie di cronaca disordinata e forse confusa, che tuttavia considero molto più fedele alla realtà, e quindi ho deciso di lasciarla così, senza cercare di ordinarla in prolissi e successivi capitoli.
No, non è andata così, almeno non per Maxs e me. È stata, e continua ad essere, un groviglio di quelle due immaginarie tappe. Mentre, meravigliati, scoprivamo paesaggi e paesini stupendi, lottavamo gomito a gomito contro le ostilità, comprensibili ma non giustificabili, di una società non abituata ad accogliere altre culture, una società che, anzi, era stata storicamente emigrante nel mondo e perciò non era equipaggiata neanche a livello legislativo per incorporare persone che venivano da altre realtà. Non sapendo cosa fare con noi, gentilmente ci ignorava.
Mentre acquisivamo nuove abitudini gradevolissime come quella di godere dei fine settimana passeggiando, andando a trovare gli amici o più semplicemente facendo i nostri lavori a casa, senza preoccupazioni per quale sarà il prezzo del dollaro lunedì, o se ci saranno possibilità di una nuova rivolta militare, discutevamo appassionatamente con coloro che, quando venivano a sapere che eravamo argentini, commentavano placidamente: "ah! Rio de Janeiro!".
Voglio dire che vivevamo nello stesso tempo e con la stessa intensità gli aspetti positivi e negativi di questa esperienza.
Dovemmo anche toglierci di dosso certi "tic" profondamente radicati nella nostra condotta.
Come quello di subire un improvviso attacco di tachicardia ogni volta che vedevamo un poliziotto o un carabiniere. (Qui, se non si è un delinquente non c'è motivo di aver paura della polizia).
Oppure quello di attraversare le strade di corsa, in un perfetto calcolo del rapporto tra la distanza e la velocità con cui una macchina si avvicina e il tempo necessario per arrivare all'altro marciapiede senza essere schiacciati dal bolide. In ripetute occasioni mi sono trovata in un angolo, sul bordo del marciapiede ad aspettare che passasse una macchina, la quale per qualche ignoto motivo si era fermata a un paio di metri da me, finchè dopo aver scambiato sorridenti sguardi col conducente, mentre mi chiedevo: "e questo che cavolo aspetta a passare?" mi rendevo conto che appunto, il signore stava aspettando che io mi decidessi ad attraversare, per poter così continuare la sua strada.
Allora, col viso più rosso della bandiera russa e con un'incomprensibile successione di inchini con la testa verso il paziente automobilista, mi slanciavo precipitosamente verso l'altro marciapiede.
Sì, è vero, ci siamo visti costretti a incorporare nuovi codici di convivenza; abbiamo dovuto imparare a muoverci in una società che, per quello che riguarda la condotta sociale, era più "civile", per dirlo in qualche modo. È come se i nostri comportamenti sociali, mi riferisco a quelli collettivi, fossero ancora ad uno stadio più "selvaggio". E questo ha anche la sua spiegazione, o meglio, le sue spiegazioni. Da una parte, la indiscutibile "giovinezza" della nostra società in confronto alla "vecchia Europa"; dall'altra, la nostra storia di dittature militari e tirannie civili che non ci hanno permesso l'apprendimento di una vita comunitaria ma ci hanno costretto sempre a vivere su un piano individuale, tirando ognuno dalla propria parte, in un intento disperato di superare ostacoli e venire a galla nel miglior modo possibile ma sempre da soli, sapendo di non poter contare su una struttura sociale, politica ed economica che ci spalleggiasse. In Argentina il successo è sempre individuale.
È per tutto questo che sono convinta che soltanto un lunghissimo periodo di democrazia possa significare una speranza per l'Argentina. Perchè è questo il clima in cui ogni individuo sa che da una parte deve responsabilizzarsi di ognuna delle sue azioni e decisioni giacchè non esiste quello stato-tutore che tutto controlla, ma dall'altra parte può "crescere" socialmente con la tranquillità di sapere che intorno esiste un sistema stabile, in grado di assorbire persino i suoi errori, pur permanendo nel tempo.
Era questo, appunto, quello che ci mancava quando decidemmo di emigrare, la possibilità di fare piani, di programmare... ci avevano rubato il futuro.


Venimmo
tutti noi
con la segreta speranza
(a volte così segreta
che nemmeno noi stessi
la conoscevamo)
di trovare, qui,
tra mare e montagne,
quel passato nostro
anteriore a noi,
le storie dei vecchi
assorbite in un processo
quasi osmotico.
Venimmo
tutti noi,
sperando, senza saperlo,
di trovare, qui,
tra passato e futuro,
la nostra identità.
Insomma
la trovammo,
scoprimmo, qui,
tra dialetti e consumismo
che siamo argentini.

Questa poesia, anche se ha un qualcosa di amaro dovuto a certe frustrazioni, è il riflesso di una delle cose più importanti che mi ha dato questa esperienza: la possibilità di prendere coscienza in un modo direi quasi doloroso, per quanto intenso, di un fatto che mentre ero in Argentina non ho mai analizzato ... era così naturale essere argentina, che neanche me ne rendevo conto.
Sì, perchè soltanto mettendomi di fronte a questa realtà diversa, che si manifesta in ogni atto della vita, dalle abitudini alimentari al modo di stabilire rapporti con altri esseri umani, sono riuscita a prendere coscienza del fatto che anche noi abbiamo una identità, con caratteristiche proprie, e con cultura propria.
Ed è qui, menzionando la cultura, che tocco, credo, il punto nevralgico della nostra immigrazione, ciò che ci crea le contraddizioni più profonde nel processo di inserimento nella nuova società. Sì, perchè è nel "faccia a faccia" con questa struttura sociale ed economica di "primo mondo", con tutti i suoi progressi tecnologici, scientifici ed economici, che ho scoperto che siamo dotati di caratteristiche che qui in Italia si sono perse.
Noi conserviamo intatto il nostro senso di autoconservazione, perchè la nostra realtà politica, sociale ed economico lo esige. Non si tratta soltanto di scappare ai pericoli fisici ma anche di una capacità molto sviluppata di rovesciare circostanze avverse e trarne qualche profitto. Questo significa non perdersi in un bicchiere d'acqua; questo significa anche non aver bisogno di una enorme quantità di inutili attrezzi "indispensabili per la vita moderna" senza i quali le società ultra sviluppate sarebbero perse.
Inoltre, è molto sviluppato in noi un altro istinto, quello della libertà, di non farci sottomettere, di non accettare signori nè padroni, e questo ci procura seri conflitti in una realtà che ha le sue radici in un passato feudale che ha lasciato profondissime tracce nella idiosincrasia popolare .
E sorge quindi la logica domanda: com'è possibile che con caratteristiche simili il popolo argentino abbia trascorso gran parte della sua storia sottomesso per dittature militari? La risposta è troppo complessa, ma credo che una delle chiavi è, come ho già scritto, che dette caratteristiche si sono mantenute sempre su un piano individuale: interessi esterni a questo popolo hanno impedito che entrasse a far parte della coscienza collettiva, soffocando con tutti i mezzi, leciti e non, ogni intento di maturazione del popolo argentino; è ancora un popolo adolescente.


Un giorno, a quasi tre anni dal nostro arrivo in Italia, passammo in macchina davanti ad un muro vicino alla ferrovia, e lessi un graffiti. Lo lessi meccanicamente; ho la mania di leggere tutto quello che mi passa davanti agli occhi. Solo qualche secondo dopo me ne sono accorta, diceva SOL TE QUIERO. Sì, così, in spagnolo. Non posso spiegare la sensazione che mi invase, in quel momento seppi cos'era nostalgia.
Fu come aver volato in una frazione di secondo nella mia città, a Rosario, con i suoi muri pieni di frasi, disegni, dichiarazioni d'amore. E nello stesso tempo fu prendere coscienza, tramite un fatto emotivo perchè già razionalmente lo avevamo analizzato tante volte, dell'importanza che stava prendendo in questa Italia tradizionalista e tanto "italiana", il fenomeno immigrazione e particolarmente quella argentina. Stavamo diventando una presenza, o meglio, una onnipresenza; in tutta Italia si trovano argentini. Molti italiani che fino a quel momento non avevano quasi sentito parlare dell'Argentina cominciavano a sapere che oltre ai generali e i quartieri periferici pieni di baracche come quello di Maradona, in quel paese c'erano artisti, scienziati, autostrade e grattacieli.
(Attenzione, ho scritto "molti italiani" e non "tutti", perchè abbiamo trovato anche gente molto informata che era perfettamente al corrente della nostra realtà.)
Quel graffiti fu per me, in qualche modo la prova della nostra decisione forse incosciente di conservare la nostra cultura, quella cultura argentina che molti negano e che io sono convinta che esista veramente, anche se è la somma di tante altre culture che si sono fuse, modellandosi e accomodandosi le une nelle altre.
Non c'era scritto SOL TI VOGLIO BENE, c'era scritto SOL TE QUIERO.

Le storie sono tante... ognuna diversa dall'altra e tutte uguali.
Ognuno con la situazione che gli è toccato vivere e l'ambiente nel quale è "atterrato" ma sempre, in tutti, la nostalgia, questa nostalgia speciale, non quella dei nostri nonni italiani che cantavano le loro canzonette nella pampa argentina, ma questa nostalgia contraddittoria a volte travestita di disprezzo verso quello che è rimasto dietro, dall'altra parte dell'oceano, come nel caso di Juan.
Juan che sta sempre a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina e, una volta là, rappresenta per un mese il suo ruolo di magnate europeo guardando tutti dall'alto, per poi tornare e cominciare di nuovo a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina.
Questa nostalgia a volte travestita di odio verso questa società italiana, come nel caso di Silvina, che odia tutto e tutti in Italia, però rimanda eternamente il suo ritorno in Argentina, perchè "voglio tornare con un bel gruzzolo, capisci?". E continua a desiderare la patria lontana, che a forza di essere lontana diventa più cara. O quella nostalgia razionalizzata di Carlos che sa che ha fatto la sua scelta, con la quale ha guadagnato in tranquillità economica e sociale e perso in affetti e amici, e dopo tanti anni continua a chiedersi perchè bisogna scegliere.
Oppure la nostalgia di Ricardo, che l'ha fatta diventare il leit-motiv della sua vita, proclamata e fatta bandiera, al punto che se tornasse in Argentina non avrebbe più motivo per vivere.
O questa nostalgia mia, più "intima" l'ha definita un amico, per la quale mi sento bene camminando per quella strada di San Benedetto fiancheggiata di alberi così verdi, che mi ricordano il mio quartiere, la Florida, là, lontano, a Rosario.
Tante nostalgie e una sola... tante storie e una sola.
Ognuno di noi, insomma, in maggior o minor grado, è passato a far parte di questa realtà, e questa realtà è passata a far parte di noi, e al di là del fatto che siamo in grado di accettarlo o no, questo ci piace. Forse è questo che fa più dolorosa la nostra nostalgia. E anche più sopportabile.

Tornare... no, non "con la fronte marcita" (riferimento al testo di un conosciuto tango argentino). Tornare in Argentina per un mese significò riconoscere il mio posto, la mia gente, la mia cultura, ma contemporaneamente fu la stessa cosa che mi succedeva quando da piccola per un'influenza o qualcosa del genere mancavo alcuni giorni da scuola: quando tornavo avevo la sensazione di non appartenere più a quel posto, a quella gente, perchè durante la mia assenza avevano vissuto cose che io non avevo vissuto, e questo ci allontanava. Mi ci volevano un paio di giorni per superare questa sensazione e sentirmi di nuovo parte del gruppo e, non so perchè ma era doloroso.
Sì, un giorno tornai in Argentina e la sensazione non fu una, ma tante, intrecciate e sovrapposte.
Il primo colpo fu quello di ritrovare le nostre pianure, nel viaggio da Buenos Aires a Rosario; quella sensazione della vista che si perdeva lontano, senza "sbattere" con nessuna collina, e per la prima volta prendere contatto, non già da un piano culturale o di informazione, ma come esperienza interiorizzata, con il quasi assurdo di quelle grandi estensioni di terra senza coltivazioni lasciate alla natura, ai suoi ritmi propri.
Dico di aver preso per la prima volta contatto con questo, perchè sebbene è quasi un luogo comune degli argentini parlare delle nostre terre non lavorate, solo dopo due anni in Italia ho capito cosa significa sfruttare al massimo la terra per produrre tutto quel che essa può dare; mi sono abituata a vedere dei campi coltivati sulle pendici delle montagne, nei giardini delle case, ed in qualsiasi pezzetto di terra disponibile.
Questo per quanto si riferisce al paesaggio rurale; una volta in città mi sorprese la differenza di costruzione e di tracciato urbano, in confronto alle città italiane, e mi impressionò la quantità di cielo dei quartieri di Rosario, dove la grande maggioranza delle case sono basse, a un solo piano, dando così una sensazione di maggiore spazio e aria, rispetto alle strade strette e fiancheggiate di case a due o tre piani di qualsiasi paesello o città d'Italia, dove a volte sembra che neanche il vento osi entrare.
Sono due strutture assolutamente diverse, riflesso di due pensieri diversi, ma non posso dire che l'una mi piaccia più dell'altra, semplicemente amo ognuno di questi due stili per ciò che ciascuno rappresenta.
È come se le città argentine fossero cresciute come un elemento in più del paesaggio, e da lì la necessità di conservare spazi aperti, vegetazione abbondante, parchi pieni di verde che ripetono i motivi della natura circostante. Mentre le città italiane mi sembrano piuttosto il rifugio che gli uomini si costruiscono per proteggersi dalla natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e mantenersi uniti e quindi più forti; e quando hanno bisogno della natura, non la vanno a cercare dentro il villaggio, ma escono da esso e vanno verso la campagna, a lavorarla, a domarla, a goderla.

E poi... poi...fu l'incontro. Furono tanti incontri, volti, abbracci, lacrime, domande.
Fu sentirmi di nuovo a casa, però nello stesso tempo estranea. A questo mi riferivo prima. La realtà che sembrava essere la stessa che io avevo lasciato due anni prima, non lo era completamente. Infinite sfumature erano cambiate, molte cose erano successe senza che le vivessi e per quanto mi raccontassero non riuscivo a capirle.
Questo creava quella specie di breccia che ha richiesto alcuni giorni per essere superata.
Però, c'era tanto affetto antico, tanti gesti conosciuti, tutto quell'humor ironico che così bene sappiamo gestire noi argentini, ridendo di noi stessi, delle nostre disgrazie, dei nostri difetti, che era impossibile non riadattarsi presto.
Fu meraviglioso reincontrarmi con la mia patria e ribadire quanto la amo e quanto mi fa male tutto il suo dramma, il suo destino di "terzo mondo" tracciato e disegnato da fuori.
E fu stupendo sedermi di nuovo al tavolo di un bar qualsiasi del centro a prendere un caffè con un amico.
Ma, appunto mentre bevevo un caffè con un amico, ascoltai da un tavolo vicino due signori chiacchierare in italiano e... eccola!... La nostalgia in senso opposto.
Fu allora che capii che chi emigra rimane indelebilmente segnato da quel sentimento dolce e doloroso nello stesso tempo, indipendentemente da dove ci si trovi.
E finalmente dopo trenta cortissimi giorni tornai in Italia, e si ripetè il dolore dell'addio della prima volta, e adesso so che si ripeterà ancora ogni volta, ma so anche che ne varrà la pena.


Mi resta un argomento da analizzare. Forse uno dei più delicati. Tante volte, soprattutto all'inizio della mia residenza in Italia, mi sono chiesta, come tanti altri immigrati, se avevo il diritto di opinare, criticare, contestare il tessuto politico, sociale ed economico italiano. È inevitabile quell'idea o sensazione di "essere in casa altrui", e perciò "bisogna stare zitti".
Ebbene, ho imparato che non è così, che non bisogna stare zitti, e che non sono in casa altrui, giacchè non vivo della carità della gente; sì, è vero che siamo nati in un altro posto, ma qui lavoriamo, sognamo, soffriamo, mangiamo, paghiamo le tasse e facciamo l'amore, e tutto ciò ci dà il diritto di pensare e opinare in libertà.
Se non fosse così, ci troveremmo di fronte ad una dittatura infinitamente più sofisticata di quelle nostre dittature di terzo mondo finanziate e sostenute dal primo mondo.
Insomma, è ora che capiamo che le parole "nazionalità" e "patria" sono più legate al lessico dei sentimenti che al codice penale.

Ho incominciato questo scritto dicendo che questa è una storia al presente, dunque questo non è un finale. Anzi, sia un inizio.

(*) Riferimento al testo di un conosciuto tango argentino
(*) Modo in cui terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola.


E imparare, imparare
una lingua diversa da quella di ieri,
e cercare, cercare
di parlare finalmente chiaro.
Pian piano
ricordando
il senso che aveva
il vecchio vocabolario:
al pane, pane e al vino, vino
bugiardo al bugiardo
e assassino all' assassino.

J.C. Muñiz

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RACCONTI BREVI

DUE PER DUE.

Toccava il muro. Lo percorse centimetro per centimetro mentre nella sua mente martellavano incessantemente quelle due parole:
"Devo scappare".
Arrivò al limite di quel muro e ne trovò un altro ad angolo retto. Palpò anche questo. Aveva solo le sue mani per riconoscerlo poichè la penombra era densa. Fu così che scoprì che si trovava in una stanza quadrata di circa due metri di lato e più alta del suo corpo con il braccio proteso al di sopra della testa.
"Devo scappare".
Non sapeva come era arrivato fin lì, anche se ricordava confusamente un lungo tunnel che sembrava non avesse fine.
Continuò a cercare con le mani una fessura, una imperfezione del muro, qualcosa che indicasse una possibile via d'uscita. Fu inutile. Le superfici erano completamente lisce.
"Devo scappare".
- Calma- si disse- da qualche parte sarò entrato. Forse da sopra, ma non c'era modo di salire. C'era anche la possibilità che il pavimento fosse una trappola, quindi si inginocchiò e percorse la stanza in cerca di... di cosa? Non importava. Comunque non trovò nulla.
Si rialzò e prese a saltare con forza sperando che il pavimento cedesse. Macchè.
"Devo scappare".
Era stanco, si sdraiò ma non voleva dormire.
Non poteva dormire adesso. No, non poteva... No...- Non devo...-
Di nuovo quella stanza, le mura, la penombra.
Di nuovo prese a girare, girare, percorrendo le superfici senza fine, senza trovare uscite.
"Devo scappare".
Si svegliò. Non osava aprire gli occhi, ma attraverso le palpebre chiuse percepì la luce.
Gli diede coraggio. Guardò.
Non poteva crederci. Non c'erano più mura.
Si trovava in un parco inaspettatamente verde e sopra di lui cielo, sole, uccelli.
Camminò lentamente, le gambe erano troppo flosce.
Avrebbe voluto chiudere gli occhi, anche se non aveva più sonno. L'eccesso di luce sembrava ferirli. Quando finalmente arrivò a casa sua si sdraiò sul divano e socchiuse gli occhi, senza dormire.
La stanza, le mura, la penombra.
"Devo scappare".


LASSU'

Saltava e mentre saltava pensava, ma non sapeva a cosa. Sapeva soltanto che stava pensando.
Continuava a saltare e cercava di afferrare qualche pensiero, almeno uno, ma era impossibile. Allora saltava più in alto, su, molto su, e con le mani tese, quasi toccava il cielo.
Il cielo... Un tetto molto alto, quello era: un tetto molto alto di una casa molto grande.
Ma devo prendere un pensiero, se tutti ce l'hanno perchè non posso averli io? Succede che mi scappano, sarà che volano, certo, avranno delle ali.
Intanto saltava, con le gambe chiuse prima, aperte poi, le braccia allargate, poi serrate, saltava.
All'improvviso guardò in basso, e cominciò a saltare a gambe piegate.
E se cerco per terra? Ecco, per terra potrò prenderli, sicuro.
Saltava e guardava fisso il pavimento. Continuava a pensare, ma non trovava nessun pensiero.
Mi fanno male le gambe. Si raddrizzò e continuò a saltare. Mamma mi guarda dalla finestra della cucina.
Ancora verso il cielo, alto, altissimo, doveva raggiungerlo.
A cosa penso quando penso?
Quell'albero... se mi arrampico sopra potrò toccare il tetto.
Di corsa salì sull'albero, fino al ramo più alto e allungò le mani. Mancava ancora un pò.
Scese e continuò a saltare.
Arriva papà. Mamma lo saluta.
- Sono ore che salta senza fermarsi. A cosa penserà? - Disse mentre entrava suo marito, meno ubriaco del solito.
- A cosa vuoi che pensi un ragazzo ritardato?

 

CORSA


Cominciare a correre fu una decisione inattesa, quasi l'esplosione logica di tutta la sua angoscia, la via di scampo al suo delirio personale.
Corse la città, le periferie, trovò i campi. Li corse, con il respiro che esplodeva nei polmoni, ascoltando i battiti del cuore uno a uno, come un mitico tam-tam selvaggio che gli batteva nelle orecchie.
Adesso non c'erano più case, solo alberi, pascoli, qualche animale spaventato per la sua corsa insolita.
Dentro di sè correvano anche immagini, fantasmi, parole sciolte, suoni dissonanti, in una assurda e inspiegabile danza rituale senza fine. Finiva la sfilata e tornava a ricominciare, senza pausa, senza respiro.
E correva. Le sue gambe correvano trascinando il suo corpo, in una inerzia ingovernabile; non sapeva verso dove, neanche era importante. Soltanto correre.
Ma all'improvviso, senza diminuire la sua velocità, rise di una risata frenetica, inestinguibile. Rideva di se stesso, del suo idiota intento di fuggire attraverso quell'allontanamento fisico, che non sarebbe servito a niente perchè le immagini, i fantasmi, le parole sciolte e i suoni dissonanti continuavano a giocare al girotondo nella sua mente.
Seppe che non aveva senso, che da se stesso non sarebbe potuto scappare, che il mondo intero stava dentro di sé e perciò non c'era dove andare.
Intanto, e come rispondendo a un ordine inconscio, le sue gambe si fermavano, il suo corpo si piegava e cadeva esausto a terra; i suoi polmoni cercavano di inghiottire tutta l'aria e solo i suoi occhi si negavano al riposo, restavano aperti, enormi, guardando verso l'interno.
Quando la respirazione si normalizzò, e le gambe cominciarono a rispondergli, si alzò, guardò l'orologio, sarebbe arrivato tardi in ufficio...
Iniziò il ritorno.

 

L'OSPITE


Al momento di toccare la maniglia della porta, si disegnò nella sua mente la scena che avrebbe trovato nell'aprirla. Come tutte le sere nell'accendere la luce, lì sarebbe stato l'appartamento, fermo, silenzioso, come in agguato, in attesa per inghiottirla, per avvolgerla nella sua solitudine di ogni giorno.
La sua mano dubitò, ma alla fine prevalse l'abitudine e aprì la porta. Accese la luce e l'immagine di pochi momenti prima si fece realtà. Chiuse la porta, ma come al solito senza chiave; era il suo gioco di ogni sera lasciare la porta aperta come se stesse aspettando qualcuno che sarebbe arrivato da un momento all'altro per sedersi al tavolo con lei. Prima di andare a dormire l'avrebbe chiusa.
Mentre l'acqua della doccia si riscaldava camminò fino al frigorifero in cerca di qualcosa da mangiare: non c'era niente, comunque non aveva fame; un caffè molto caldo sarebbe stato sufficiente.
Fu sul punto di accendere la televisione, ma si pentì; sentì che quella sera la sua compagnia falsa non le sarebbe bastata.
Dopo il bagno tiepido se ne andò in cucina e cominciò a preparare il suo caffè.
In quel momento, ascoltò una porta che si chiudeva. "E' l'appartemento accanto" si disse, ma all'improvviso ricordò che i suoi vicini non erano in città; allora, quella porta... e camminò lenta, ma ansiosamente, fino in salotto, per trovarsi faccia a faccia con uno sconosciuto che le puntava addosso una pistola e le diceva:
- I quattrini, subito!
Lei istintivamente alzò le braccia mentre la sua bocca si apriva in un sorriso, e quasi senza rendersene conto domandò:
- Vuole un caffè?

 

TROPPO LAVORO


Quella sera tornava a casa più stanco del solito. "È stato un caso difficile" si disse. Sapeva però che non era soltanto questo, che in quello che gli avevano detto quando aveva cominciato c'era qualcosa di vero, anche se allora aveva pensato che fosse una sciocchezza.
"Dopo due o tre anni dovrai smettere, il guasto psichico è importante, i riflessi cominciano a non essere tanto precisi e acquisiscono troppa importanza i sentimenti".
Quando aveva accettato quel lavoro erano mesi che non faceva altro che "lavori occasionali" che gli permettevano appena di sopravvivere, invece questo significava continuità e uno stipendio più che rispettabile.
E dopotutto gli era sempre piaciuta la caccia.
La cosa più fastidiosa erano state le "lezioni".
Lui aveva chiaro il motivo per cui era entrato: soldi, e tutto quel chiasso non gli interessava.
Adesso, tre anni dopo, avvertiva che le lezioni avevano raggiunto il loro scopo.
Mentre tornava a casa quella sera, si rese conto che per tutto quel tempo aveva creduto di farlo per la patria, i valori nazionali, ecc. ecc. ecc.....
Che realmente lo facesse per quello o no, non importava, importava crederlo, era l'unico modo di vivere normalmente di giorno, dopo ogni notte di lavoro. E i "professori" lo sapevano.
La cosa strana era che soltanto adesso lo capiva, che in centinaia di "uscite di lavoro" non l'avesse nemmeno pensato, neanche in quelle più difficili, quelle in cui lasciava dietro, quando andava via con i suoi uomini, bambini piangenti, madri urlanti o padri bestemmianti.
Certo, c'erano le sbornie posteriori a quelle notti, che lui aveva considerato un premio al suo sforzo e non una forma di fuga, per far tacere suoni, per dimenticare strappi.
Solo ora scopriva il perchè di quella specie di fuga da quello che Susanna gli offriva: una casa, figli. Come portare avanti una vita simile?
Arrivò al suo palazzo, e mentre saliva nell'ascensore ricordò "il caso" di quella sera. Troppo duro; quel tizio resisteva all'inizio, ma poi aveva adottato un atteggiamento come di .... dignità, sì, quello era, e contro di quello lui non aveva armi, si sentiva sporco, piccolo, puzzolente.
Quando entrò nella sua camera e vide il letto, seppe che quella notte avrebbe sognato. Aveva sviluppato una speciale abilità per percepirlo, ma non riusciva ad evitarlo.
Seppe anche che nemmeno il whisky l'avrebbe aiutato questa volta, forse mai più.
Seppe che era arrivato il momento di ritirarsi.
Quindi, senza melodrammi, si spogliò, si buttò sul letto, prese la pistola, la mise in bocca e premette il grilletto.


DEVI ANDARE DI LA


Un giorno gli dissero che la soluzione era andare di là; si rigirò e incominciò ad andare di là.
Quando stava quasi arrivando, o almeno così credeva, incontrò uno che gli disse: " ma che fai? Non lo sai che adesso bisogna andare di là?". Girò a 90 gradi e via, camminare in là.
Camminò per un bel pò e quando cominciava a sentire qualche dolore ai piedi, ecco apparire uno che lo guardò e gli disse: "no ragazzo, là non succede niente. Vai da quell'altra parte, fa come ti dico". Girare ancora, e camminare di nuovo.
Era notte ormai, non vedeva quasi niente e gli facevano male perfino i denti quando decise di fermarsi e sedersi per un pò. In quello stava, quando arrivarono due di corsa, che passando gli gridarono: "sei matto? Corri, bisogna andare laggiù!". Si alzò come potè e zoppicando partì di corsa.
Era l'alba quando incrociò il vecchio che gli disse: "no figliolo, non devi correre. Cammina lentamente, guardando verso l'alto, ed indirizza i tuoi passi in quell'altro senso". Contento di non dover correre più girò di circa 30 gradi, e incominciò a trascinarsi.
Il sole ardeva nel cielo. Moriva di sete. Si trascinava sempre più piano, finchè decise di
riposare.
Guardò in là, poi di là. Non c'era nessuno. Guardò dentro di sè... e decise di entrare.

 

UN GIORNO


Era un essere umano, uomo o donna, non importa. Un essere umano che un giorno si svegliò nel suo letto tra lenzuola colorate.
All'improvviso non seppe chi aveva messo quelle lenzuola nel suo letto, qualcuno l'aveva fatto.
Scese in cucina, trovò la colazione pronta, ma non seppe chi l'aveva preparata.
Si sedette a far colazione e percepì che condivideva quel tavolo con altri esseri umani, ma non sapeva chi fossero.
Guardò l'orologio, era ora di partire per il lavoro.
Uscì, salì su un pullman e viaggiò in mezzo ad altri esseri umani che non avevano volto, non li conosceva.
Quando arrivò, salutò a destra e sinistra, senza sapere chi salutava nè perchè lo facesse.
Lavorò come tutti i giorni senza pensare a quello che faceva, ma a quello che desiderava fare.
Parlò, discusse, rise, sentendo che tutte quelle parole che diceva e ascoltava, non entravano nè uscivano da lui (o da lei, non importa) ma che appartenevano a un'altra sfera, quella esterna.
Quando tornò a casa era notte, salutò alcuni vicini, ma non seppe chi fossero.
Entrò, si tolse il cappotto e sedette per la cena.
Un'altra volta conversò con parole che fluttuavano in un esterno enorme.
Dopo cena, se ne andò a dormire. E pianse.
Era un essere umano, uomo o donna, che un giorno scoprì che in mezzo all'umanità era solo.

(*) Modo in cui terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola.
(*) Riferimento al testo di un conosciuto tango argentino


Y aprender, y aprender
un idioma distinto al de ayer,
y tratar, y tratar
de hablar de una vez clarito.
Despacito, despacito
nos iremos acordando
del sentido que tenìa
el viejo vocabulario:
al pan, pan y al vino, vino
mentiroso al mentiroso
y asesino al asesino.

J.C. Muñiz

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VERSION ESPAÑOLA

UNA HISTORIA

Soy argentina y también Maxs, mi marido.
Yo soy bioquìmica, él artista plàstico.
Somos descendientes de italianos y un dìa decidimos emigrar hacia la Italia de nuestros antepasados.
La que sigue es una especie de crònica de nuestras vivencias, y de la Italia que encontramos, o sea, intenta ser el relato de "la nostra Italia" y también un homenaje a nuestra Argentina.
Es una historia en presente.
Es también, y sobre todo, una catarsis.

Eramos inmigrantes. Inmigrantes del año 2000.
Una experiencia distinta a la de nuestros abuelos, una inmigraciòn con caracterìsticas nuevas, con un ritmo propio, con la misma angustia bajo una forma distinta.
Eramos inmigrantes. Estàbamos en medio del hall de Fiumicino con nuestras seis valijas, nuestros ojos tan abiertos, a 15000 Km de casa, con una agenda llena de direcciones y nùmeros de teléfono de gente desconocida, amigos de amigos, parientes de conocidos ... posibles contactos... potenciales manos extendidas.
Pero solos, tangiblemente solos y, para peor, incomunicados; los italianos de Italia no hablaban como los italianos de Argentina, a estos no se les entendìa nada y lo que es aùn peor, ellos no nos entendìan a nosotros.
Sin embargo, la euforia podìa màs que la angustia en aquellos momentos. La novedad, el descubrimiento, querer verlo todo, emborracharnos los ojos de tanto paisaje, de tanta historia. Venìamos de un continente joven, Sudamérica, nuestra Sudamérica sin medioevo, sin castillos, ni torres, ni pueblitos antiguos. Todo esto nos fascinò, nos encantò, y mitigò en aquellos primeros momentos el dolor de la distancia, de los afectos que quedaban atràs. Creo que ni siquiera nos dàbamos cuenta de qué cosa habìamos dejado a nuestras espaldas, quiero decir, no medìamos en toda su magnitud el desarraigo que habrìamos de vivir.
Recuerdo dos sensaciones que se me imprimieron en alguna parte de la mente durante aquellos primeros dìas en Pescara; dos sensaciones quizàs contradictorias, pero igualmente fuertes; una, el olor de los bares italianos, que después identifiqué como una mezcla de aroma de café express y de facturas recién hechas y que desde entonces llamo "olor a Italia"; la otra, la sofocante necesidad de escuchar hablar en español. Las definì contradictorias y ahora agrego "primarias", porque la primera, el "olor a Italia", era un hecho placentero, agradable, y representaba de algùn modo mi primer punto de contacto positivo con el nuevo habitat, que parecìa recibirme con un cierto calorcito acogedor, mientras la segunda era la primera materializaciòn de todas las barreras que, en aquel momento aùn no lo sabìa, tendrìa que atravesar.

Nuestra primera mañana en Italia.
_ Muy bien, aquì estamos ... y ahora? _ exactamente la pregunta que se podìa esperar de mì, siempre deposité en Maxs el rol del que toma las iniciativas, yo después me pongo al lado, escucho atentamente el plan de acciòn y empiezo a caminar en la misma direcciòn. Porque confìo en su capacidad para tomar decisiones o por comodidad? Probablemente por las dos cosas.
_ Ahora, empezamos a movernos _ también ésta, una tìpica respuesta de Maxs. Hacer, para obtener resultados y para mitigar la angustia de la incertidumbre.
Y asì, después de varios llamados telefònicos, nos contactamos con un primo mìo que estaba estudiando a pocos kilòmetros de Pescara; nos vino a buscar y nos instalamos provisoriamente en un pequeño pueblito de la costa adriàtica, Grottammare.
Creo que es allì donde empieza verdaderamente la historia.
Segunda barrera: el trabajo; como ya dije, la primera fue el idioma. De todos modos, la enumeraciòn responde solamente al orden de apariciòn de dichas barreras, que no tenìan ni siquiera la delicadeza de aparecer cada una de ellas cuando ya habìa sido superada la anterior, sino que se superponìan y coexistìan en una confusiòn tal que no logràbamos clasificarlas por orden de importancia.
El trabajo... primera diferencia con la inmigraciòn en nuestro paìs. En aquellos tiempos, quienes emigraban a Argentina dificilmente tenìan un tìtulo de estudios a un oficio determinado, por lo tanto no era muy distinto el tipo de trabajos que podìan hacer en su paìs de origen o en Argentina.
Nosotros en cambio, venìamos con nuestros diplomas en la mano, llenos de sellos, firmas, legalizaciones, traducciones, etc. y en ellos depositàbamos nuestras expectativas acupacionales, eran una suerte de llaves màgicas que nos abrirìan las puertas del éxito en la vieja Europa, que venìamos a revitalizar con el fuego sacro de nuestro saber.
No servìan a nada, a nadie interesaban nuestros diplomas de "tercer mundo", y pronto aprendimos que los posibles caminos a seguir eran dos: hacer los trabajos que muchos italianos no querìan hacer y que nosotros mismos no hubiésemos hecho en nuestro paìs, aunque, hay que reconocerlo, aquì eran retribuìdos en modo que permitìa vivir decentemente y en Argentina no, o bien obtener los contactos adecuados para que alguien nos permitiese demostrar que sabìamos hacer lo que nuestros diplomas decìan que sabìamos hacer.


No durò demasiado nuestro establecernos en el departamento de Grottammare; debìamos dejarlo después de un mes porque ya habìa sido alquilado para la temporada de verano.
Era solamente nuestra primera base de operaciones, un respiro para poder pensar màs o menos tranquilamente qué hacer y como.
Maxs casi no se permitìa reposo, veìa gente, hacìa llamados telefònicos, corrìa, buscaba. Obtuvo dos proposiciones para presentar una muestra pictòrica, pero no tenìa los cuadros, habìa que hacerlos, lo cual significaba una inversiòn de dinero y tiempo que no estàbamos en grado de afrontar.
Yo en tanto vivìa una mezcla de sensaciones que iban desde un estado de permanente encantamiento, a un terror irracional de encontrarme sola de frente a un italiano y tener que comunicarme con él, el problema del idioma me sofocaba y me inmovilizaba. No me despegaba un minuto de Maxs.
En cuanto al trabajo, buscàbamos, cada uno de nosotros orientàndose hacia lo que sabìa hacer. Y aquì descubrì, o quizàs tomé conciencia de ello, que estaba en inferioridad de condiciones. Maxs hacìa contactos como pintor, se presentaba como dibujante gràfico, se ofrecìa como técnico en electricidad, preguntaba en agencias publicitarias. Yo mostraba en tres o cuatro laboratorios, privados porque a nivel pùblico ni pensar, mi tìtulo de bioquìmica. Era lo ùnico que sabìa hacer, habìa dedicado casi un tercio de mi vida a aprender a hacer anàlisis quìmicos, clìnicos y microbiològicos.
Descubrì que Italia no estaba esperando ansiosamente mi llegada para que ponga a su servicio mi vasto bagage de conocimientos en la materia.
La vivienda, tercer obstàculo. No hubiese creìdo jamàs que podìa ser tan importante para mì el tema del lugar propio y no me refiero a propiedad econòmica, no tenìamos intenciones de comprar una casa, solamente aspiràbamos a poder alquilar una en modo permanente. Habìa vivido casi toda mi vida en la misma casa y por lo tanto me era natural reconocer cada rincòn, cada baldosa. Tenìa necesidad de ello.
En Italia no era fàcil; no lo era para los italianos y lo era menos para nosotros, a quienes nadie conocìa, extranjeros que "quien sabe si después se van a ir de la casa cuando la necesitemos". La ley italiana dificulta desalojar a los inquilinos si éstos no tienen una casa donde ir.
Cinco casas en dos años es demasiado para cualquiera, incluso en el propio paìs, ni qué hablar en el extranjero. También esto se resolviò.
Maxs empezò a trabajar para una agencia de publicidad.
A mì tuvieron que operarme, una formaciòn ovàrica que era necesario extirpar.
Hacìa dos meses que residìamos en Italia, todavìa no lograba manejar el idioma y esto dificultaba aùn màs mi ya difìcil comunicaciòn con los médicos que, en aquel momento lo descubrì, tenìan un trato con el paciente distinto al de los médicos argentinos; me refiero a que me resultaba demasiado formal y, sobre todo, tenìa la impresiòn que no daban muchas explicaciones, como si pensasen que total yo no iba a entender ( porque era una extranjera o porque era un paciente?).
Esta actitud se revirtiò en parte cuando logré ( o mejor dicho Maxs logrò) hacerles saber que yo era bioquìmica.
Esos veinte dìas en la clìnica no fueron fàciles, Maxs habìa apenas empezado a trabajar y no podìa estar todo el tiempo conmigo. Habìa algunos amigos recientes que venìan a verme, pero creo que yo esperaba otros rostros, rostros queridos que estaban tan lejos.
Finalmente me informaron que todo estaba bien, que no corrìa ningùn peligro y podìa volver a casa. Otro escollo superado.
Mientras Maxs se afianzaba en su trabajo, yo ponìa a prueba mis fuerzas psìquicas haciendo trabajos ocasionales, una lavanderìa, una empresa de limpiezas, la vendimia, una señora anciana a quien cuidar.
No habìa caso, no me resignaba a renunciar a mi profesiòn, ni a mi tìtulo de doctora.
H ice las averiguaciones pertinentes para saber qué debìa hacer para que mi tìtulo fuese reconocido en Italia. Un gran amigo, Angelo, se ocupò personalmente del tema, informàndose en las universidades y finalmente llegò la respuesta: debìa dar un examen inicial para que pudiesen evaluar mi nivel de conocimientos, después del cual debìa hacer al menos tres años de universidad.
Mi decisiòn fue inmediata; yo ya habìa superado las muchas dificultades que mi carrera presentaba en la Argentina y mi tiempo de estudios y preparaciòn para ejercer la profesiòn ya habìa pasado, ahora querìa trabajar y poner en pràctica todo lo aprendido, por lo cual decidì que si mi diploma, tal y como era, era aceptado, bien, sino, trabajarìa en otra cosa.
El idioma dejò de ser un problema, descubrì asombrada que me apasionaba el estudio del lenguaje y ademàs me resultaba fàcil; casi naturalmente iba incorporando elementos, entonaciones y giros idiomàticos, que enriquecìan y fluidificaban mi italiano.
Creo que me asustaba tanto la posibilidad de hacer el ridìculo hablando mal, que inconcientemente hacìa esfuerzos increìbles por captar cada detalle y recordarlo.
También la casa dejò de ser un problema; finalmente alquilamos un departamento por un perìodo de tiempo razonable, donde pudimos empezar a poner un toque de nosotros, para poderlo sentir un hogar.
En cuanto al trabajo, al menos Maxs se iba creando un lugar y un nombre en el ambiente publicitario de la zona. Claro, no le quedaba mucho tiempo para pintar, pero estàbamos convencidos que ya llegarìa el momento.
El tiempo pasaba, nosotros nos afianzàbamos cada vez màs en el nuevo ambiente y muchas de las barreras iban quedando atràs. Al menos las màs tangibles, las màs "fìsicas" por decirlo de alguna manera.Claro , aparecìan otras.

Mirar lejos
y no ver horizonte,
no ver esa lìnea
recta y familiar
de nuestra llanura.
Mirar lejos
y ver una lìnea quebrada
atractiva
pero extraña.
Buscar el rìo,
y encontrar el mar.
Buscar los gestos
del còdigo propio,
conocido y comùn
y no encontrarlos.
Tener que aprender
mensajes nuevos
que no nos expresan,
pero nos igualan,
la vieja treta
de todas las especies,
el mimetismo
para subsistir.

Debo aclarar que ese paisaje, lleno de ritmo, colores y movimiento, me cautivò y me sigue fascinando, aùn cuando no llego nunca a sentirlo propio. Sigo sintiendo màs naturales las infinitas planicies, los largos kilométros desolados de nuestras pampas.
Son dos lenguajes distintos, y amo los dos, en distintos modos.
Lenguajes... còdigos... he aquì una de las nuevas vallas que encontramos, ya no las màs inmediatas, sino las que fueron apareciendo con el tiempo, con el conocer gente, con el establecer contactos humanos.
Eramos capaces de hablar en italiano y establecer comunicaciones formales, pero nos faltaban esos otros còdigos, aquellos internalizados a lo largo de una infancia, de una adolescencia, de una vida, y que nosotros tendrìamos que aprender en tan poco tiempo.
Pero, es posible aprenderlos? . Es posible realmente incorporar elementos a nuestro lenguaje hablado, gestual y corporal, que tienen que ver con vivencias, sentimientos, experiencias?. Creo que es la GRAN BARRERA; es como si nos hubiésémos curado recién de una amnesia y por lo tanto pudiésemos relacionarnos con quienes nos rodean solo en un plano presente, sin pasado, lo cual crea siempre la sensaciòn de quedarse afuera, porque todo presente es siempre un resultado del pasado. Y ellos y nosotros tenemos pasados distintos.
Y es en este punto donde aparece la contradicciòn.
Sì, porque por un lado me gusta sentirme parte de ellos, me gustarìa reconocer las tradiciones, los recuerdos, el pasado. Y por otra parte, cuando estoy en un grupo de argentinos y usamos nuestros còdigos, recordamos nuestro pasado (no el de los libros de historia, sino ese que se registra en la memoria colectiva) y reìmos de las cosas que nos hacen reìr... me siento en casa.
Contradicciòn es la palabra màs adecuada para definir nuestros sentimientos; creo que cada uno de nosotros, argentinos - italianos, italianos - argentinos, o como sea que nos llamemos, lo que quisiéramos es poder traernos la Argentina a Italia, o sea, traer nuestra gente, nuestras costumbres, nuestros sàbados a la noche y nuestros asados del domingo, a esta tierra que nos gusta, a este sistema socio- polìtico-econòmico que nos permite vivir y crecer como personas sin los sobresaltos y angustias que eran parte de nuestras vidas en Argentina.
La mayorìa de nosotros, que estamos entre los veinte y los cincuenta años, no habìamos conocido la sensaciòn que produce el hecho de que a lo largo de meses y meses los precios en los negocios no cambien; para nosotros la inflaciòn era parte de la economìa de un paìs. Tampoco imaginàbamos como era el hecho de que la polìtica estuviese solamente en manos de civiles, sin que los militares constituyesen una alternativa de poder cada vez que un gobierno se encontraba en crisis.
Sì, a nosotros nos gustarìa traernos la Argentina a este paìs donde el dòlar cuesta siempre lo mismo, liras màs, liras menos.
Ademàs, estamos en Europa, donde pasaron todas las cosas importantes del mundo, segùn dicen los libros de historia argentinos.
Nos resultaba difìcil hacer amigos. Al principio y por un largo tiempo, buscàbamos (inconcientemente creo) personas en quienes depositar ese sentimiento tan esencial para nosotros, el afecto hacia el AMIGO y esa bùsqueda nos llevò a equivocarnos muchas veces, a adjudicar ese rol que nos era tan necesario a personas que no reunìan las condiciones. Nos inventàbamos amigos que al poco tiempo nos desilusionaban, pero la culpa no era de ellos, era nuestra, éramos nosotros que pretendìamos hacerlos a nuestra imagen y semejanza, ellos simplemente eran como siempre habìan sido.
Con el tiempo fuimos aprendiendo y tranquilizàndonos, y, en un modo natural, se fue produciendo una decantaciòn que reforzò los lazos con aquellas personas con quienes realmente tenìamos algo en comùn y fue dejando atràs a los demàs.
Maxs y yo nunca nos "ghettizamos", o sea no nos encerramos en el cìrculo de argentinos que conocìamos, porque siempre tuvimos claro que el hecho de que una persona fuese argentina no era condiciòn necesaria y suficiente para que sea un amigo, y es por eso que quienes quedaban afectivamente a nuestro alrededor en el proceso de decantaciòn que mencioné eran indistintamente argentinos, italianos, marroquìes o de cualquier otra nacionalidad.
A esta altura puede surgir la pregunta: y la familia? Solo los amigos importan?
No sé como serà para los demàs, pero en mi caso personal puedo decir que me fue màs fàcil traer conmigo a mi familia que a mis amigos, es decir, sentì siempre a mis padres alrededor mìo, aunque no estuvieran aquì; con los amigos es distinto, es como si los necesitara corporeamente para saber que estàn.

Un dìa en la televisiòn dijeron que en Argentina habìa una sublevaciòn militar y veìamos imàgenes de enfrentamientos armados, gente en las calles.
Y doliò, doliò mucho, màs que la vez anterior, cuando estàbamos "allà" y lo vivimos de adentro. Hacìa tanto mal ver esas imàgenes tan iguales a otras que se veìan todos los dìas en los noticieros y a la vez tan distintas porque venìan de "allà", venìan de "casa"!
Esto se repitiò, una, dos veces... y cada vez el mismo dolor, cada vez el miedo ... otra vez? Volveràn?
... Un modo un tanto brutal de recordar por qué emigramos.


La primera vez que alguien nos dijo, en un tono pretendidamente de broma, " bah! que saben ustedes que vienen del tercer mundo?", nos sentimos muy mal, pero al mismo tiempo creo que fue un desafìo, algo que nos obligaba a luchar, a no rendirnos a pesar de las condiciones que inicialmente podìan resultarnos adversas.
Con el tiempo fuimos aprendiendo que hay distintos tipos de subdesarrollo, y que el mismo es relativo, es decir, se puede decir que esto es màs subdesarrollado que aquello, o que aquello es màs subdesarrollado que esto otro.
Descubrimos que el subdesarrollo màs notorio de la Argentina es de tipo econòmico con respecto a este "primer mundo que nos toca vivir", pero no es asì en el plano cultural, en el cual hemos encontrado en muchos aspectos que nuestra mentalidad es màs abierta, màs capacitada para evolucionar que la de esta sociedad italiana, como si el peso de la historia que esta ùltima carga sobre sus espaldas la obligase a caminar despacio y con paso cauteloso, no sea que se le caiga alguna tradiciòn por el camino.
Debo aclarar que también entendimos que este fenòmeno de "rallentamento"en la evoluciòn socio-cultural es especialmente marcado en la zona de Italia en la cual nos establecimos, o sea la regiòn central, que, como tal, goza de todos los avances tecnològicos y de confort del norte del paìs, mientras conserva la mentalidad tradicionalista y casi medioeval del centro-sur.
Fue precisamente esta caracterìstica la que desde un principio creò en nosotros la sensaciòn de encontrarnos en una extraña dimensiòn en la cual el pasado y el futuro coexistìan confundiéndose,... y confundiéndonos.
Sì, porque adjudicàbamos a personas que tenìan acceso a determinados niveles tecnològicos y hasta cientìficos, niveles acordes de preparaciòn, informaciòn y cultura que no siempre tenìan.
Hemos tenido que aprender tanto en tan poco tiempo! ... pero después de todo es una habilidad que los argentinos tenemos muy desarrollada. La necesidad que se nos presentaba en nuestro paìs de incorporar nuevos paràmetros, de adaptarnos a nuevas situaciones, y de hacerlo rapidamente para que la "selecciòn natural" de la supervivencia del màs apto no nos dejara afuera, nos permitiò pasar también esta prueba y en muchos casos con sobresaliente.
No, no quiero dar la impresiòn de que esta experiencia nuestra de inmigrantes en Italia se desarrollò en etapas perfectamente definidas, la primera de las cuales fue una larguìsima sucesiòn de sufrimientos, nostalgias, rechazos y soledad, que una vez superada dejò lugar a un estado de serena integraciòn a la nueva realidad, en la cual ya se nos habìan abierto todas las puertas y ... colorìn, colorado.
De haber sido asì yo hubiese escrito una telenovela y no esta especie de crònica desordenada y quizàs confusa, que sin embargo considero mucho màs fiel a la realidad y por eso decidì dejar asì, sin intentar ordenarla en prolijos y sucesivos capìtulos.
No, la cosa no fue asì, al menos no para Maxs ni para mì. Fue y sigue siendo, un intrincado entrelazarse de aquellas dos imaginarias etapas.
Mientras descubrìamos, maravillados, paisajes y pueblitos increìbles, luchàbamos codo a codo contra las hostilidades, comprensibles pero no justificadas, de una sociedad no habituada a recibir en su seno otras culturas, una sociedad que, al contrario, habìa sido històricamente inmigrante en el mundo, y por lo tanto no estaba equipada ni siquiera a nivel de legislaciòn para incorporar personas que venìan de otras realidades. Y entonces, no sabiendo qué hacer con nosotros, gentilmente nos ignoraba.
Mientras adquirìamos nuevas costumbres agradabilìsimas como la de gozar de los fines de semana paseando, visitando amigos o haciendo cosas en casa, sin preocuparnos de a cuanto abrirìa el dòlar el lunes o si habrìa posibilidades de otro levantamiento militar, discutìamos acaloradamente con quienes al saber que éramos argentinos comentaban plàcidamente: " ah! Rìo de Janeiro ! "
Quiero decir que vivìamos al mismo tiempo y con la misma intensidad los aspectos positivos y negativos de esta experiencia.
Tuvimos también que sacarnos de encima ciertos "tics", profundamente arraigados en nuestro comportamiento, como el de sufrir un sùbito ataque de taquicardia cada vez que veìamos un policìa o un "carabiniere" (aquì si no se es un delincuente no hay por qué tenerle miedo a la policìa). O el de cruzar las calles corriendo en un perfecto càlculo de la relaciòn entre la distancia a la cual se encuentra el auto màs pròximo, la velocidad con que se acerca y el riempo necesario para llegar a la otra vereda sin ser aplastados por el bòlido. En repetidas oportunidades me encontré parada en una esquina esperando que pase un auto que por algùn ignoto motivo habìa frenado a un par de metros de mì, hasta que después de haber intercambiado sonrientes miradas con el conductor del auto mientras me preguntaba " y éste, qué corno espera para pasar?", me daba cuenta que precisamente el señor estaba esperando que yo me decidiera a cruzar, para poder seguir asì su camino. Entonces, màs colorada que la bandera rusa y haciendo una incomprensible sucesiòn de inclinaciones de cabeza en direcciòn al paciente conductor, me abalanzaba precipitadamente hacia la otra acera.
Sì, es cierto, nos vimos obligados a incorporar nuevos còdigos de convivencia; tuvimos que aprender a movernos en una sociedad que en lo que respecta a la conducta social, era màs "civilizada" por decirlo de alguna manera. Es como si nuestros comportamientos sociales, me refiero a aquellos colectivos, estuviesen aùn en un estado màs "salvaje". Y esto también tiene su explicaciòn, o mejor, sus explicaciones.
Por un lado la indiscutible "juventud" de nuestra sociedad en relaciòn con la "vieja Europa", y por otro, nuestra historia de dictaduras militares y tiranìas civiles, que no nos permitieron un aprendizaje de una vida comunitaria, sino que nos obligaron siempre a vivir en un plano individual, tirando cada uno para su lado en un intento desesperado de superar obstàculos y salir a flote lo mejor que se pueda, pero siempre solos, sabiendo de no poder contar con una estructura social, polìtica y ecònomica que nos respaldase. En la Argentina el éxito es siempre individual.
Es por todo esto que estoy convencida de que solo un larguìsimo perìodo de democracia pueda significar una esperanza para la Argentina. Porque ése es el clima en el cual cada individuo sabe que, por un lado debe responzabilizarse de cada uno de sus actos y decisiones ya que no existe ese Estado-tutor que todo lo maneja, pero por otra parte puede "crecer" socialmente con la tranquilidad de que a su alrededor existe un sistema estable, capaz de absorber incluso sus errores, permaneciendo a través del tiempo.
Era precisamente esto lo que nos faltaba cuando decidimos emigrar, la posibilidad de hacer planes, de programar ... nos habìan robado el futuro.

Vinimos
todos nosotros,
con la secreta esperanza
(a veces tan secreta
que ni nosotros mismos
la conocìamos)
de encontrar, aquì,
entre mar y montaña,
ese pasado nuestro
anterior a nosotros,
las historias de los viejos
absorbidas
en un proceso casi osmòtico.
Vinimos,
todos nosotros,
esperando, sin saberlo,
encontrar, aquì,
entre pasado y futuro
nuestra identidad.
En definitiva
la encontramos,
descubrimos, aquì,
entre dialectos y consumismo
que somos argentinos.

Esta poesìa, aùn cuando tenga un dejo de amargura debido a ciertas frustraciones, es el reflejo de una de las cosas màs importantes que me dio esta experiencia, la posibilidad de tomar conciencia en un modo dirìa casi doloroso por lo intenso, de un hecho que mientras estuve en Argentina no analicé jamàs... era tan natural ser argentina, que ni siquiera me daba cuenta.
Sì, porque solo enfrentàndome a esta realidad distinta, que se manifiesta en cada acto de la vida, desde las costumbres alimenticias hasta el modo de establecer relaciones con otros seres humanos, logré tomar conciencia con el hecho de que también nosotros tenemos una identidad, con caracterìsticas propias y con cultura propia.
Y aquì, al mencionar la cultura, toco, creo, el punto neuràlgico de nuestra inmigraciòn, o sea el hecho que nos crea las contradicciones màs profundas en el proceso de inserirnos en esta nueva sociedad.
Sì, porque es en este "cara a cara" con esta estructura social y econòmica de "primer mundo", con todos sus avances tecnològicos, cientìficos y econòmicos, que descubrimos que estamos dotados de caracterìsticas que este pueblo perdiò.
Es decir, nosotros conservamos intacto nuestro sentido de autoconservaciòn, porque nuestra realidad polìtica, social y econòmica nos lo exige, y no se trata solamente de escapar a peligros fìsicos, sino ademàs de una desarrollada capacidad de revertir circunstancias que nos son adversas y sacarles algùn provecho. Esto significa no ahogarnos en un vaso de agua; esto significa también no "necesitar" una enorme cantidad de inùtiles utensilios "indispensables para la vida moderna" sin los cuales las sociedades ultradesarrolladas estarìan perdidas.
Por otro lado, tenemos muy desarrollado otro instinto, el de la libertad, el de no dejarnos someter, el de no aceptar señores ni patrones, y esto nos ocasiona serios conflictos en una realidad que tiene sus raìces en un pasado feudal que dejò profundìsimas huellas en la idiosincrasia popular.
Y entonces viene la lògica pregunta: còmo es posible que con semejantes caracterìsticas el pueblo argentino haya pasado gran parte de su historia sometido por dictaduras militares? La respuesta es demasiado compleja, pero creo que una de las claves es, como escribì antes, que dichas caracterìsticas se mantuvieron siempre en un plano individual, intereses externos a ese pueblo impidieron que pasaran a formar parte de la conciencia colectiva, sofocando con todos los medios, lìcitos e ilìcitos, cada intento de maduraciòn del pueblo argentino; es todavìa un pueblo adolescente.

Un dìa, a casi tres años de nuestra llegada, pasamos delante de un muro en un paso a nivel y leì un grafiti.
Lo leì mecanicamente; tengo la manìa de leer todo lo que me pasa delante de los ojos. Solo algunos segundos después me dì cuenta, decìa SOL TE QUIERO. Sì, asì, en español. No puedo explicar la sensaciòn que me invadiò, en ese momento supe qué cosa es la nostalgia.
Fue como haber volado en fracciones de segundo a Rosario, con sus paredes llenas de frases, dibujos, declaraciones de amor.
Y al mismo tiempo fue tomar conciencia, a través de un hecho emotivo porque racionalmente lo habìamos analizado tantas veces, de la importancia que iba cobrando en esta Italia tan tradicionalista y tan "italiana", el fenòmeno inmigraciòn y especìficamente la inmigraciòn argentina.
Nos estàbamos convirtiendo en una presencia, o mejor, en una omnipresencia; por toda Italia se encontraban argentinos. Muchos italianos que hasta ese momento apenas habìan oìdo hablar de la Argentina, empezaron a enterarse que ademàs de generales y villas miserias como la de Maradona, en ese paìs habìa artistas, cientìficos, autopistas y rascacielos.
Cuidado, que escribì "muchos italianos" y no "todos", porque hemos encontrado también gente bien informada y que estaba perfectamente al tanto de la realidad argentina.
Ese grafiti fue para mì, de algùn modo, la prueba de nuestra decisiòn quizàs inconciente de conservar nuestra cultura, esa cultura argentina que tantos niegan y que yo estoy convencida que existe realmente, aùn cuando sea la suma de tantas otras culturas que se fueron fundiendo, modelando y acomodando unas a otras.
No decìa SOL TI VOGLIO BENE, decìa SOL TE QUIERO.


Las historias son tantas... cada una distinta y todas iguales. O sea, cada uno con la circunstancia que le tocò vivir y el medio ambiente donde "aterrizò", pero siempre, en todos, la nostalgia, esa nostalgia especial, no aquella de nuestros abuelos que cantaban sus canzonetas en la pampa argentina, sino esta nostalgia contradictoria, a veces disfrazada de desprecio por lo que quedò atràs, del otro lado del océano, como en el caso de Juan.
Juan que està siempre proyectando el pròximo viaje a la Argentina y una vez allà representa por un mes su papel de magnate europeo y mira a todos desde arriba, para después volver y empezar de nuevo a proyectar su pròximo viaje a la Argentina.
Esta nostalgia a veces disfrazada de odio hacia esta sociedad italiana, como en el caso de Silvina, que odia todo y todos en Italia, pero posterga eternamente su regreso a la Argentina, porque "quiero volver con buena guita, entendés?". Y sigue añorando la patria lejana, que a fuerza de ser lejana se hace màs querida.
O esa nostalgia racionalizada de Carlos, que sabe que hizo su elecciòn, en la cual ganò en tranquilidad econòmica y social y perdiò en afectos y amigos, y después de tantos años se sigue preguntando por qué hay que elegir.
O la nostalgia proclamada y hecha bandera de Ricardo, que la convirtiò en leit-motiv de su vida, a tal punto que si volviese a la Argentina no tendrìa màs motivo para vivir.
O esta nostalgia mìa, màs "ìntima" la definiò un amigo, por la cual me siento bien caminando por esa calle de San Benedetto arbolada de àrboles tan verdes, que me recuerdan mi barrio, La Florida, allà lejos en Rosario.
Tantas nostalgias y una sola... tantas historias y una sola.
En definitiva, cada uno de nosotros, en mayor o menor medida, hemos pasado a formar a parte de esta relidad y esta realidad ha pasado a formar parte de nosotros, y, màs allà de que seamos capaces de aceptarlo o no, esto nos gusta, y quizàs sea este hecho lo que hace màs dolorosa nuestra nostalgia. Y también màs soportable.


Volver... no, no "con la frente marchita etc. etc." y "chan-chan", volver a la Argentina por un mes significò re-conocer mi lugar, mi gente, mi cultura, pero al mismo tiempo fue lo mismo que me pasaba cuando era chica y faltaba algunos dìas a la escuela por una gripe o algo asì; cuando volvìa tenìa la sensaciòn de no pertenecer màs a ese lugar, a esa gente, porque durante mi ausencia habìan vivido cosas que yo no habìa vivido y eso nos separaba. Me llevaba un par de dìas superar eso y volverme a sentir parte del grupo, y, no sé por qué, era doloroso.
Sì, un dìa volvì a la Argentina y la sensaciòn no fue una, sino tantas, entremezcladas y superpuestas.
El primer golpe fue el de encontrar nuestras llanuras, en el viaje en auto de Buenos Aires a Rosario; esa sensaciòn de la vista perdiéndose tan a lo lejos, sin "chocarse" con ninguna colina, y por primera vez tomar contacto, no ya en un plano cultural o de informaciòn, sino como una experiencia internalizada, con el casi absurdo de aquellas extensiones de tierra sin cultivar, libradas a la Naturaleza y sus ritmos propios.
Digo de haber por primera vez tomado contacto con esto, porque si bien es casi un lugar comùn de los argentinos hablar de nuestras tierras sin trabajar, solo después de dos años en Italia entendì lo que significa extraer al màximo de la tierra todo lo que puede dar; me acostumbré a ver cultivos en las laderas de las montañas, en los jardines de las casas y en cualquier pedacito de tierra disponible.
Esto en cuanto se refiere al paisaje rural; una vez en la ciudad me sorprendiò la diferencia de edificaciòn y de trazado urbano, con respecto a las ciudades italianas, y me impresionò la cantidad de cielo de los barrios de Rosario, donde la gran mayorìa de las casas son bajas, de un solo piso, dando asì una sensaciòn de mayor espacio y aire, comparadas con las calles angostas y flanqueadas de casas con dos o tres pisos de cualquier pueblo o ciudad de Italia, donde a veces parece que ni siquiera el viento se animase a entrar.
Son dos estructuras absolutamente distintas, reflejo de dos pensamientos distintos, pero no puedo decir que una me guste màs que la otra, simplemente amo cada uno de estos dos estilos por lo que cada uno de ellos representa.
Es como si las ciudades argentinas hubiesen crecido como un elemento màs del paisaje y de ahì la necesidad de conservar espacios abiertos, vegetaciòn abundante, parques llenos de verde que repiten los motivos de la naturaleza circundante. Mientras que las ciudades italianas me parecen más bien el refugio que los hombres se construyen para protegerse de la naturaleza y de los otros hombres, para acercarse unos a otros y mantenerse unidos y por lo tanto más fuertes; y cuando tienen necesidad de la naturaleza, no la buscan dentro del poblado, salen de él y van hacia el campo, a trabajarlo, a domarlo, a disfrutarlo.

Y después...después... Fue el encuentro, fueron tantos encuentros, rostros abrazos, lágrimas, preguntas.
Fue sentirme de nuevo en casa, pero a la vez ajena. A esto me refería más arriba, la realidad que parecía ser la misma que yo había dejado dos años atrás, no lo era completamente, infinitos matices habían cambiado, muchas cosas habían sucedido sin que yo las viviera y por más que me contaran no lograba entenderlas.
Esto creaba esa especie de brecha que me llevó varios días atravesar.
Pero había tanto afecto afecto antiguo, tantos gestos conocidos, todo ese humor irónico que tan bien sabemos manejar los argentinos, riendo de nosotros mismos, de nuestras desgracias, de nuestros defectos, que era imposible no readaptarse pronto.
Fue maravilloso reencontrarme con mi patria y confirmar cuanto la quiero y cuanto me duele todo su drama, su destino de "terzo mondo" trazado y diseñado desde afuera.
Y fue estupendo sentarme de nuevo en cualquier bar del centro a tomar un café con un amigo.
Pero, justamente mientras tomaba un café con un amigo, escuché en una mesa vecina dos señores que charlaban en italiano y...zás!...la nostalgia en sentido contrario.
Fue entonces que entendí que quien emigra queda indeleblemente marcado por ese sentimiento dulce y doloroso a la vez, no importa donde se encuentre.
Y finalmente, después de treinta cortísimos días, volví a Italia, y se repitió el dolor del adiós de la primera vez, y ahora sé que se volverá a repetir cada vez, pero sé también que valdrá la pena.
Queda un argumento por analizar. Quizás uno de los más delicados:
Muchas veces, sobre todo al inicio de mi residencia e Italia, me planteé, al igual que muchos otros inmigrates, si teníamos derecho a opinar, criticar, protestar o reclamar, en el plano político, social y económico italiano. Es inevitable esa idea o sensación de "estar en casa ajena" y por lo tanto "hay que callarse la boca".
Y bien, aprendí que no es así, que no hay que callarse la boca y que no estoy en casa ajena, porque no vivo de la caridad de la gente; sí, es cierto que nacimos en otro lado, pero aquí trabajamos, soñamos, sufrimos, comemos, pagamos los impuestos y hacemos el amor, y todo eso nos da el derecho a pensar y opinar en libertad.
De no ser así, nos encontraríamos de frente a una dictadura infinitamente más sofisticada que nuestras dictaduras de tercer mundo financiadas y sostenidas por el primer mundo.
En definitiva, es hora que entendamos que las palabras "nacionalidad" y "patria" están más ligadas al léxico de los sentimientos que al código penal.

Empecé estos escritos diciendo que ésta es una historia en presente, y por lo tanto éste no es un final. Es más, quizás sea un principio.

 

 

 

Y aprender, y aprender
un idioma distinto al de ayer,
y tratar, y tratar
de hablar de una vez clarito.
Despacito, despacito
nos iremos acordando
del sentido que tenìa
el viejo vocabulario:
al pan, pan y al vino, vino
mentiroso al mentiroso
y asesino al asesino.

J.C. Muñiz

 

DOS POR DOS


Tocaba la pared, la recorriò centìmetro a centìmetro, mientras en su mente martillaban esas tres palabras: "tengo que escapar".
Llegò al lìmite de esa pared y encontrò otra en àngulo recto; la palpò también, solo tenìa sus manos para reconocerla ya que la penumbra era densa.
Asì fue descubriendo que se encontraba en un cuarto de aproximadamente dos metros de lado y màs alto que su mano extendida.
"Tengo que escapar".
No sabìa como habìa llegado hasta allì, aunque recordaba confusamente un largo tùnel que parecìa no tener fin.
Siguiò buscando con sus manos una grieta, una imperfecciòn, algo que indicase una posibilidad de salida. Pero fue inùtll. Los muros eran superficies completamente lisas.
"Tengo que escapar".
- Calma - se dijo - por alguna parte habré entrado. Quizàs arriba - Pero no habìa manera de subir. También estaba la posibilidad de que el piso fuese una trampa, asì que se puso de rodillas y recorriò la habitaciòn en busca de... de qué? No importaba, de todas maneras no encontrò nada. Se puso de pie y empezò a saltar con fuerzas esperando que el piso cediera. Pero no.
"Tengo que escapar".
Estaba cansado, se acostò pero no querìa dormir, no podìa dormir ahora, no, no podìa... no ... no debo...
Otra vez ese cuarto, las paredes, la penumbra, y él recorriéndolo sin cesar, dando vueltas y màs vueltas, sin encontrar salidas.
"Tengo que escapar".
Despertò, no se atrevìa a abrir los ojos, sin embargo, a través de sus pàrpados cerrados percibiò luz; eso lo animò a abrirlos.
No podìa creerlo, ya no habìa muros, estaba en un parque inusitadamente verde, y arriba cielo, sol, pàjaros.
Caminò lentamente, sus piernas estaban muy flojas, a pesar de que ya no tenìa sueño, solo querìa cerrar los ojos porque el exceso de luz parecìa lastimarlos.
Cuando al fin llegò a su casa, se recostò en el sofà y bajò los pàrpados, sin dormir.
El cuarto, las paredes, la penumbra.
"Tengo que escapar".


ALLA ARRIBA

Saltaba, y mientras saltaba pensaba, pero no sabìa en qué. Solo sabìa que estaba pensando.
Seguìa saltando y trataba de aferrar algùn pensamiento, pero era imposible. Entonces saltaba màs alto, arriba, muy arriba, y con las manos extendidas casi tocaba el cielo.
El cielo... Un techo muy alto, eso era, un techo muy alto de una casa muy grande.
Pero tengo que agarrar un pensamiento, si todo el mundo los tiene por qué no voy a tenerlos yo? Lo que pasa es que se me escapan, debe ser que vuelan, claro, deben tener alas.
Mientras tanto saltaba, con las piernas juntas primero, después separadas, con los brazos abiertos, luego cruzados. Saltaba.
De pronto mirò hacia abajo y empezò a saltar en cuclillas.
Y si busco en el piso? Eso, en el piso los voy a poder atrapar, seguro.
Saltaba y miraba fijo el suelo. Seguìa pensando, pero no encontraba ningùn pensamiento.
Me duelen las pìernas. Se incorporò y siguiò saltando. Mamà me està mirando por la ventana de la cocina.
Otra vez hacia el cielo, alto, bien alto, tenìa que alcanzarlo.
En qué pienso cuando pienso?
Ese àrbol... si me subo podré tocar el techo.
Corriendo trepò al àrbol, hasta la rama màs alta y estirò las manos. Todavìa falta un poco.
Bajò y siguiò saltando.
Allà viene papà. Mamà lo saluda.
- Hace horas que salta sin parar. En qué pensarà? - dijo mientras su marido entraba, menos borracho que de costumbre.
- En qué querés que piense un chico retardado?


CARRERA

Empezar a correr fue una decisiòn impensada, casi la explosiòn lògica de toda su angustia, la vìa de escape a su delirio personal.
Corriò la ciudad, los suburbios, encontrò los campos, los corriò, con la respiraciòn reventàndole los pulmones, sintiendo los latidos de su corazòn uno a uno, como un mìtico tam-tam selvàtico que le golpeaba en los oìdos.
Ahora ya no habìa casas, solo àrboles, pastos, algùn animal espantado por su carrera insòlita.
Dentro suyo también corrìan imàgenes, fantasmas, palabras sueltas, sonidos disonantes, en una absurda e inexplicable danza ritual sin fin; terminaba el desfile y volvìa a empezar, sin tregua, sin respiro.
Y corrìa , sus piernas corrìan arrastrando su cuerpo, en una inercia ingobernable; no sabìa hacia donde, tampoco importaba, solo correr.
Pero de pronto, sin disminuir su velocidad, riò con una carcajada frenética, inextinguible. Reìa de sì mismo, de su idiota intento de escapar a través de ese alejamiento fìsico, que de nada servirìa, porque las imàgenes, fantasmas, palabras sueltas y sonidos disonantes seguìan jugando a la ronda en su mente.
Supo que no tenìa sentido, que de sì mismo no podrìa escapar, que el mundo entero estaba dentro suyo y por lo tanto no habìa donde ir.
En tanto, y como respondiendo a una orden inconciente, sus piernas iban deteniéndose, su cuerpo se doblaba y caìa exhausto a la tierra, sus pulmones intentaban tragar todo el aire y solo sus ojos se negaban al descanso, permanecìan abiertos, enormes, mirando hacia adentro.
Cuando la respiraciòn se normalizò y las piernas empezaron a responderle, se parò, mirò el reloj, iba a llegar tarde a la oficina...
Emprendiò el regreso.

LA VISITA

En el momento de tocar el picaporte, se dibujò en su mente la escena que iba a encontrar al abrir la puerta. Como todas las noches al encender la luz allì estarìa el departamento, quieto, silencioso, como al acecho, esperando para tragarla, para envolverla en su soledad diaria.
Entonces su mano dudò, pero venciò finalmente la costumbre y abriò la puerta. Encendiò la luz y la imagen de unos momentos antes se hizo realidad.
Cerrò la puerta, pero como siempre sin llave; era su juego de todas las noches, dejar la puerta abierta como si estuviese esperando a alguien que llegarìa de un momento a otro para sentarse a comer con ella. Antes de irse a dormir la cerrarìa.
Mientras el agua de la ducha se calentaba, fue hasta la heladera buscando comida; no habìa nada, pero de todos modos no tenìa hambre, con un café bien caliente serìa suficiente.
Estuvo a punto de encender el televisor, pero se arrepintiò, sintiò que esa noche su companìa ficticia no le iba a servir.
Después del baño tibio, fue a la cocina y empezò a preparar su café.
En ese momento escuchò que una puerta se cerraba, - es el departamento de al lado - se dijo, pero de pronto recordò que sus vecinos no estaban en la ciudad, entonces, esa puerta... y caminò lenta pero ansiosamente hasta el living, para encontrarse cara a cara con un desconocido que la apuntaba con un revòlver y le decìa:
- La guita, ràpido!
Ella instintivamente levantò los brazos, mientras su boca se abrìa en una sonrisa, y casi sin darse cuenta preguntò:
Quiere un café?

DEMASIADO TRABAJO

Esa noche volvìa màs cansado que nunca. -Fue un caso muy difìcil- se dijo. Pero sabìa que no era solo eso, que lo que le habìan dicho cuando empezò tenìa algo de cierto, aunque en aquel momento habìa pensado que era una tonterìa.
"Después de dos o tres años tendrà que dejar, el desgaste psìquico es importante, empiezan a fallar los reflejos y adquieren demasiada importancia los sentimientos".
Cuando aceptò ese trabajo hacìa meses que no encontraba màs que "changas" que apenas le daban para vivir, en cambio esto significaba continuidad y un sueldo màs que respetable.
Y al fin y al cabo siempre le habìa gustado la caza.
Lo màs molesto fueron las clases. El tenìa bien en claro la razòn por la que habìa entrado: dinero, y todo ese barullo no le interesaba.
Ahora, tres años después, recién advertìa que las clases habìan logrado su objetivo.
Mientras volvìa esa noche a su casa se dio cuenta que durante todo ese tiempo habìa creìdo que lo hacìa por la patria, el ser nacional, etc.,etc.
Que realmente lo hiciese por eso o no, no importaba, importaba creerlo, era la ùnica manera de vivir normalmente de dìa, luego de cada noche de trabajo. Y los "profesores" sabìan eso.
Lo extraño era que solo ahora lo entendìa, que a lo largo de cientos y cientos de "salidas de trabajo" no lo hubiese ni siquiera pensado, ni aùn en las màs arduas, aquellas en las que dejaba atràs, cuando se retiraba con sus hombres, criaturas llorando, madres gritando o padres puteando.
Claro, estaban las borracheras posteriores a esas noches, que él habìa considerado un premio a su esfuerzo y no una forma de escaparse, de acallar sonidos, de olvidar desgarros.
Solo ahora descubrìa el por qué de esa casi huìda de lo que Susana le ofrecìa: un hogar, hijos. Como sobrellevar semejante vida?
Llegò a su edificio y mientras subìa en el ascensor recordò el "caso" de esta noche. Muy duro; el tipo se resistìa al principio pero luego adoptò una actitud como de ... dignidad, sì, era eso, y contra eso él no tenìa armas, se sentìa sucio, pequeño, hediondo.
Cuando entrò en su habitaciòn y vio la cama, supo que esa noche iba a soñar. Habìa adquirido una habilidad especial para percibirlo, pero no lograba evitarlo.
También supo que ni el whisky lo ayudarìa esta vez, quizàs nunca màs.
Supo que habìa llegado el momento de retirarse.
Entonces, sin melodramatismos, se desnudò, se tirò en la cama, tomò el revòlver, se lo metiò en la boca y apretò el gatillo.


PARA ALLA

Un dìa le dijeron que la soluciòn era ir para allà; se dio vuelta y empezò a ir para allà.
Cuando estaba casi llegando, o al menos eso creìa, encontrò uno que le dijo "pero qué hacés? No sabés que ahora hay que ir para allà?". Giro de noventa grados y a caminar para allà.
Caminò un buen rato, y cuando ya empezaba a sentir algunos dolores en los pies, aparece uno que lo mira con sorna y le dice:"no, pibe, allà no pasa nada. Andà para el otro lado hacé lo que te digo". Vuelta a girar,... y a caminar de nuevo.
Ya era de noche, no veìa casi nada y le dolìan hasta los dientes, cuando decidiò parar y sentarse un rato. En eso estaba, cuando vienen dos corriendo y al pasar le gritan:" estàs loco ? corré, hay que ir para abajo!". Se levantò como pudo y a las rengueadas saliò corriendo.
Amanecìa cuando se cruzò con el viejo que le dijo: "no, hijo mìo, no debes correr. Camina lentamente, mirando hacia arriba, y dirige tus pasos en aquel otro sentido." Contento de no tener que correr màs, girò unos treinta grados, y se empezò a arrastrar.
El sol ardìa en el cielo, se morìa de sed, cada vez se arrastraba màs despacio, hasta que finalmente decidiò descansar. Mirò para allà, después para allà, no habìa nadie; mirò dentro suyo... y decidiò entrar.


UN DIA ..
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Era un ser humano, hombre o mujer, no importa. Un ser humano que un dìa despertò en su cama entre sàbanas de colores.
De pronto no supo quién habìa puesto esas sàbanas en su cama, alguien lo habìa hecho.
Se levantò, se duchò, se peinò y se vistiò.
Bajò a la cocina, encontrò un desayuno servido, pero no supo quién lo habìa preparado.
Se sentò a desayunar y percibiò que compartìa esa mesa con otros seres humanos, pero no sabìa quienes eran.
Mirò el reloj, hora de salir hacia el trabajo.
Saliò, subiò a un òmnibus y viajò en medio de otros seres que no tenìan rostro, no los conocìa.
Cuando llegò, saludò a derecha e izquierda, sin saber a quien saludaba ni por qué lo hacìa.
Trabajò, hizo lo de todos los dìas, sin pensar en lo que hacìa, sino en lo que deseaba hacer.
Hablò, discutiò, riò, sintiendo que todas esas palabras que decìa y escuchaba, no entraban ni salìan de él ( o de ella, no importa ) sino que pertenecìan a otra esfera, la externa.
Cuando volviò a casa era de noche, saludò a algunos vecinos, pero no supo quienes eran.
Entrò, se sacò el abrigo y se sentò a cenar. Otra vez conversò con palabras que flotaban en un exterior enorme.
Después de la comida se fue a dormir. Y llorò.
Era un ser humano, hombre o mujer, que un dìa descubriò que en medio de la humanidad, estaba solo.